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Pasqua in carcere: il terremoto della speranza

messa di psqua al carcere novate

“La speranza è un diritto”: sono le parole di papa Francesco riprese da mons. Adriano Cevolotto, la mattina di Pasqua, il 5 aprile, nella Casa Circondariale delle Novate a Piacenza, dove affiancato dal cappellano del carcere Adamo Affri e dal diacono Mario Idda, direttore della Caritas, ha celebrato la messa pasquale.

Il desiderio di rinascere

Don Affri ha aperto la celebrazione, parlando di Pasqua come possibilità concreta di “vita nuova”, un’espressione che tra le mura del carcere assume un peso particolare.
“La risurrezione - sintetizziamo le sue parole - non è un concetto astratto: è il desiderio profondo di ricominciare, di riscrivere una storia segnata da errori, fratture, cadute. Eppure, proprio nella struttura di detenzione, questo desiderio si scontra spesso con la fatica, con la sfiducia, con la tentazione di rinunciare prima ancora di provarci”. Don Adamo non ha nascosto le difficoltà, ma accanto a esse ha indicato anche ciò che può fare la differenza: la comunità. Le relazioni, la solidarietà quotidiana, la presenza discreta dei volontari. È lì che, lentamente, può riaccendersi la fiducia… Non è mancato poi il ringraziamento al vescovo, per una vicinanza che non è formale, e a tutti coloro che, dentro e fuori il carcere, continuano a credere che una vita nuova sia possibile davvero.

Due terremoti e una speranza

Nell’omelia, mons. Cevolotto è partito da un segno concreto: la croce pettorale che porta sul petto. Non è una croce qualsiasi. È stata realizzata da detenuti nelle carceri di Casal del Marmo e Rebibbia di Roma. Un oggetto che diventa simbolo: la fede che nasce proprio nei luoghi della fragilità. Poi lo sguardo si è spostato sul Vangelo di Matteo. Il vescovo ha parlato di due “terremoti”. Il primo è quello della crocifissione: la morte di Gesù che sconvolge tutto, spezza certezze, incrina perfino le fondamenta del mondo. È il terremoto del dolore, del male, della fine…

Il secondo terremoto arriva all’alba di Pasqua. È diverso; non distrugge, ma apre. Le guardie restano a terra, paralizzate, mentre le donne - considerate fragili - restano in piedi, capaci di accogliere l’annuncio. È qui che il vescovo si è fermato, quasi a lasciare spazio alle parole: esistono terremoti che nascono dal male e travolgono la vita, distruggendo relazioni, sogni, progetti. Ma esiste anche il terremoto della Pasqua, quello che viene dall’alto, che non cancella il passato ma lo supera, aprendo un futuro. La pietra rotolata via dal sepolcro diventa allora il segno più potente: ciò che sembrava chiuso per sempre può riaprirsi.

Il diritto alla speranza

Mons. Cevolotto ha richiamato poi le parole di Papa Francesco: la speranza è un diritto. Come il pane, come l’acqua, come la giustizia. Un diritto universale, che nessuno può togliere.
Dentro il carcere - per il vescovo - questo diritto assume una forza particolare. Ricominciare è difficile, per chi è dentro come per chi è fuori. Le abitudini, le paure, i giudizi possono diventare catene invisibili. Ma la Pasqua - ha insistito il presule - è proprio questo: una scossa che rompe l’immobilità, che costringe a guardare oltre, che offre un’energia nuova per rialzarsi. E poi le parole finali del Vangelo: “Andate e dite ai miei fratelli”. Fratelli, anche se hanno tradito, fratelli, non per merito, ma per grazia. E ancora: “Andate in Galilea”, cioè tornate al punto di partenza, ricominciate. Non cancellando il passato, ma trasformandolo.

Segni concreti di vicinanza

Al termine della celebrazione, la Pasqua ha preso forma in piccoli gesti. Davide Marchettini, operatore Caritas, ha portato ai detenuti biglietti di auguri realizzati dai bambini delle parrocchie: parole semplici, colori vivaci, una carezza inattesa.

Poi è intervenuto il direttore del carcere, Andrea Romeo. Ha ringraziato il vescovo, il personale, i volontari ed ha rivolto un augurio che attraversa le sbarre: ai detenuti, alle loro famiglie, a chi attende fuori.

Infine, un ultimo dono. Il Vescovo ha presentato un mosaico realizzato dai ragazzi disabili dell’Assofa di Piacenza: un agnello pasquale, costruito con piccoli frammenti di stoffa riciclata. Un’immagine fragile e potente insieme, come le vite che rappresenta.

immagine donata alla pasqia carcere a

Nelle foto, sopra, il mosaico realizzato di ragazzi dell'Assofa e in alto, la messa nel carcere di Piacenza.

Una Pasqua diversa

Quando la celebrazione si è conclusa, la luce è sembrata più piena. Non è cambiato il luogo, le sbarre… È cambiato, forse, lo sguardo. In carcere, la Pasqua non è solo una ricorrenza. È una domanda aperta: è davvero possibile una vita nuova? Le risposte non sono immediate. Ma, per un momento, tra quelle mura, la speranza ha trovato spazio. E questo, forse, questo è già un inizio.

Riccardo Tonna

Pubblicato il 7 aprile 2026

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