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Messa delle Genti: un racconto vivo di Chiesa

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La Cattedrale, nella mattina dell’Epifania, si è presentata come una mappa del mondo. Martedì 6 gennaio volti, abiti, lingue diverse hanno riempito le navate per la Messa delle Genti, presieduta dal vescovo mons. Adriano Cevolotto. Un appuntamento ormai atteso, promosso dall’Ufficio diocesano Migrantes, guidato dallo scalabriniano padre Mario Toffari, che quest’anno si è raccolto attorno al tema biblico: «Cammineranno i popoli alla tua luce».

Una liturgia multilingue

Fin dai primi canti, eseguiti dal coro di San Carlo, la celebrazione ha fatto percepire il suo tratto distintivo: una liturgia, di un’unica chiesa, che parla molte lingue e racconta molte storie. Le preghiere si sono intrecciate in diverse espressioni linguistiche, come a rendere visibile quella promessa antica evocata dal profeta Isaia: popoli in cammino verso una luce che non appartiene a nessuno, ma che tutti possono riconoscere. Dopo il Vangelo, il diacono ha proclamato l’annuncio della prossima Pasqua, ricordando che la storia della salvezza non si ferma alla grotta di Betlemme.

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Lasciarsi trasformare dall’incontro

E proprio su questo legame profondo tra Natale ed Epifania si è soffermata l’omelia del vescovo Adriano, dal tono intenso e insieme provocatorio. «Cosa sarebbe il Natale senza l’Epifania? – ha chiesto –. Sarebbe mai stato davvero Natale?». La visita dei Magi, ha spiegato, non è un’aggiunta folcloristica, ma il segno che Gesù nasce come Salvatore di tutti, capace di rinnovare le relazioni e di inquietare le sicurezze consolidate. Il Vescovo ha messo in guardia da una fede ridotta a tradizione rassicurante, incapace di mettersi in cammino. Come gli scribi e i sacerdoti del Vangelo, si può conoscere la Scrittura e tuttavia restare fermi, “a pochi chilometri da Betlemme”, prigionieri delle proprie certezze. Al contrario, la comunità radunata in Cattedrale definita dal vescovo «bella, colorata, plurale», è chiamata oggi a vivere una sfida epocale: non una semplice “inclusione” di chi arriva, ma una condivisione reale della stessa eredità, lasciandosi trasformare dall’incontro.

Una storia di intrecci

«Il rischio – ha detto mons. Cevolotto – è pensare che gli altri vengano “a casa nostra”, come se ciò che siamo fosse intoccabile. Dimentichiamo che la nostra storia è già il frutto di contaminazioni, di intrecci, di incontri». Per questo l’invito è stato chiaro: mettersi dalla parte dei Magi, disposti non solo a partire, ma anche a «tornare per un’altra strada», accettando di lasciare qualche sicurezza per aprirsi a cammini nuovi. Il momento dell’offertorio ha tradotto queste parole in gesto. Alcune suore eritree del Buon Pastore, di Sant’Anna e della Provvidenza, con una danza tipica, hanno accompagnato la processione dei doni. Un linguaggio del corpo e della musica che ha parlato di fede condivisa più di molte spiegazioni.

Il presepe non mi offende

Prima del congedo, ha preso la parola padre Mario Toffari, allargando lo sguardo oltre le mura della Cattedrale. Il suo intervento è partito dal dolore condiviso per la morte di molti giovani a Crans Montana e da una lettura amara dell’attualità, segnata da guerre, logiche di potere e da una pace invocata ma spesso ignorata. In questo contesto, la Messa delle Genti è apparsa come un piccolo, ma concreto segno di fede nella pace: un’unità possibile, costruita nel rispetto e nel dialogo tra culture e popoli diversi. Il momento più toccante è arrivato con la lettura di alcuni brani di una lettera - testimonianza ricevuta da padre Toffari: quella del dottor Issam Mujahed, palestinese musulmano. Le parole della sua riflessione, “Il presepe non mi offende”, hanno attraversato l’assemblea come un racconto capace di scardinare stereotipi. Gesù, ha scritto Mujahed, non è “la figura dell’altro”, ma parte della sua terra e della sua storia. E il rispetto, ha ricordato, non è cancellare i simboli dell’altro, ma saper stare nella stessa stanza senza paura. In quelle righe, lette a voce alta, la Messa delle Genti ha trovato forse la sua sintesi più autentica: la fraternità non come slogan, ma come gesto concreto… Come un cammino che non annulla le differenze, ma le custodisce dentro un orizzonte più grande.

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Una Chiesa plurale

Al termine della celebrazione, il vescovo Adriano e il vescovo emerito mons. Gianni Ambrosio hanno benedetto i bambini presenti: un segno semplice, ma carico di futuro, come a dire che questa Chiesa plurale non è solo un’istantanea del presente, ma una promessa che cresce. Quando l’assemblea si è sciolta, la sensazione era quella di aver assistito non solo a una celebrazione, ma a un racconto vivo di Chiesa e di mondo: popoli diversi, davvero, in cammino verso la stessa luce.

Riccardo Tonna

Nelle foto, alcuni momenti della Messa delle Genti in Cattedrale a Piacenza.

Pubblicato il 7 gennaio 2026

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