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Dal like al rispetto: quando il cuore chiede responsabilità

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Sabato mattina, 31 gennaio, memoria di san Giovanni Bosco e patrono dei giovani, nella parrocchia di Santa Franca, in piazza Paolo VI a Piacenza, l’attenzione al mondo digitale con le sue possibilità e suoi rischi è stata al centro della riflessione. Al vescovo, mons. Adriano Cevolotto, il compito di aprire il convegno diocesano per educatori, catechisti e operatori pastorali intitolato “Dal like al rispetto. Educare alla responsabilità digitale”. Il convegno – organizzato dal Servizio tutela minori e adulti vulnerabili della Diocesi di Piacenza-Bobbio insieme alla Pastorale giovanile-vocazionale, all’Ufficio catechistico e all’Ufficio di pastorale scolastica e servizio Irc, e coordinato dal giornalista Matteo Billi – è stato, in primis, un interrogarsi sul significato delle relazioni, oggi.

L’educazione è cosa del cuore

Nella meditazione iniziale, mons. Cevolotto ha ripreso una delle espressioni più note di don Bosco: “l’educazione è cosa del cuore”. Una frase che - ha spiegato - forse era più immediata per i contemporanei del santo che per noi, abituati a pensare il cuore come il luogo delle emozioni rapide, dei sentimenti che scorrono veloci. Nell’era dei social, il cuore è diventato un’icona, un’emoji, un “like”. Un gesto semplice, immediato, ma spesso svuotato della sua profondità. Eppure, nella tradizione biblica, il cuore è tutt’altro: è il luogo delle decisioni, la sintesi della persona, il punto in cui l’esistenza si gioca come dono. Il riferimento al cuore di Gesù trafitto, da cui sgorgano acqua e sangue, ha riportato l’assemblea a questa radicalità: un cuore che non trattiene nulla per sé. Da qui anche il richiamo del vescovo a san Paolo e al suo invito a considerare gli altri “superiori a se stessi”, non in opposizione al proprio bene, ma in un intreccio profondo: custodire l’altro custodisce anche noi stessi. Essere discepoli, ha ricordato il presule, significa avere “la concordia iscritta nel DNA”, un cuore unito al cuore degli altri.

Responsabilità come cura

Dal piano spirituale a quello educativo il passo è stato naturale. Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale tutela dei minori e delle persone vulnerabili della CEI, ha offerto una lettura chiara e concreta del tema centrale del convegno: la responsabilità digitale come forma di cura.

Non basta, ha sottolineato, conoscere gli strumenti tecnologici. Occorre comprenderne le opportunità, ma anche i rischi, perché le azioni compiute online hanno conseguenze reali, talvolta gravi. Da qui la presentazione di due strumenti operativi: il vademecum “In rete. Per una grammatica educativa ed etica nelle relazioni pastorali con adolescenti”, pensato per gli educatori, e il Patto digitale – in formato video – rivolto direttamente ai ragazzi, con un linguaggio capace di parlare la loro lingua.

Il ruolo degli adulti resta decisivo: accompagnare, sostenere, trasmettere vicinanza. È in questo orizzonte che Griffini ha proposto l’immagine della “costellazione educativa”: una rete di soggetti – servizi di tutela, pastorale giovanile, ufficio catechistico, insegnanti di religione – chiamati a fare luce insieme, orientando il cammino delle comunità e dei minori affidati loro. Dal “like” al rispetto, appunto: imparare a custodire anche un gesto digitale come segno di riconoscimento autentico della dignità dell’altro.

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Algoritmi, IA e centralità dell’umano

Il momento clou della mattinata è stato l’intervento di Giampiero Neri, dell’Associazione WebCattolici italiani e del Servizio informatico della CEI. Al centro, l’intelligenza artificiale: pervasiva, potentissima, già presente in tutti i nostri dispositivi. Neri ha invitato a una riflessione senza demonizzazioni, ma altrettanto senza ingenuità.

L’IA – ha spiegato – vive di dati, raccolti e profilati spesso gratuitamente dagli utenti. È velocissima, impara in tempo reale, ma questa velocità non garantisce la verità. Emblematico l’esempio di una bibliografia generata da un’IA: perfettamente plausibile, ma del tutto inesistente. Da qui la necessità insostituibile della verifica umana.

Dalla distinzione tra intelligenza artificiale “incarnata” (nei robot, nei giocattoli, nei magazzini automatizzati) e “disincarnata” (nei sistemi di raccomandazione di piattaforme come YouTube o Netflix), il discorso si è allargato ai temi della privacy, soprattutto dei minori. La rete non dimentica, e immagini condivise con leggerezza oggi possono diventare un peso domani. Il diritto all’oblio, in questo senso, non è un concetto astratto, ma una forma concreta di tutela.

Comunicare senza perdere il controllo

Nella parte conclusiva, l’attenzione si è spostata sull’uso dei social media nella comunicazione istituzionale. I social, è stato ribadito, devono essere un supporto, non un sostituto dei canali ufficiali. Un sito resta il luogo dell’archivio e della memoria; le piattaforme social, invece, sono soggette a cambiamenti di algoritmi, a logiche commerciali, a una visibilità sempre più legata alle sponsorizzazioni.

Tra viralità imprevedibile, nuovi criteri di engagement e un’attenzione dell’utente sempre più ridotta, emerge un dato chiaro: il “like” non è più la misura di tutto. Influencer, oggi, è chi riesce davvero a incidere sulle scelte e sulle visioni delle persone, non chi accumula consensi superficiali. E l’intelligenza artificiale, capace di generare contenuti sempre più realistici, rende ancora più urgente una governance etica degli algoritmi.

Connessioni che diventano incontri

A chiudere idealmente la mattinata, la consegna del vademecum per gli educatori e la visione del decalogo video “Connettersi è incontrarsi” per gli adolescenti. Un segno concreto di fiducia: i ragazzi non solo destinatari, ma protagonisti di connessioni generative.

Alla fine, uscendo dalla parrocchia di Santa Franca, è restata nei presenti una convinzione che sempre ci deve accompagnare: educare al digitale non significa insegnare a usare meglio uno strumento, ma aiutare a custodire il cuore. Perché anche dietro uno schermo, ogni relazione chiede rispetto, responsabilità e cura. E forse è proprio da qui che il like può tornare a essere ciò che promette: un piccolo segno di umanità condivisa.

Riccardo Tonna

Pubblicato il 2 febbraio 2026

Nelle foto, dall'alto, i relatori, Matteo Billi e Chiara Griffini e il pubblico presente.

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  • In Cattedrale è stato ricordato il beato Secondo Pollo

    pollo

    Lunedì 26 dicembre il vescovo mons. Adriano Cevolotto ha presieduto la messa in Cattedrale a Piacenza nella memoria del beato Secondo Pollo, cappellano militare degli alpini. Vi hanno partecipato i rappresentanti delle sezioni degli Alpini di Piacenza e provincia e i sacerdoti mons. Pierluigi Dallavalle, mons. Pietro Campominosi, cappellano militare del II Reggimento Genio Pontieri, don Stefano Garilli, cappellano dell'Associazione Nazionale degli Alpini di Piacenza, don Federico Tagliaferri ex alpino e il diacono Emidio Boledi, alpino dell'anno nel 2019.
    Durante la Seconda guerra mondale, il sacerdote parte per la zona di guerra del Montenegro (Albania), dove trova la morte il 26 dicembre dello stesso anno, colpito da fuoco nemico mentre soccorreva un soldato ferito. 
    Originaio di Vercelli, fu beatificato il 24 maggio 1998 da papa Giovanni Paolo II. 

    Nella foto, il gruppo degli Alpini presenti in Cattedrale con il vescovo mons. Adriano Cevolotto.

    Pubblicato il 27 dicembre 2022

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