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Fra Delpozzo: l’abbraccio dello «scarto» di Francesco

delpozzo

“Troppo spesso Francesco è stato ridotto a un’icona sentimentale, a una “bella cartolina” legata alla natura, quasi il protagonista di un affresco poetico”. Sono le parole di Fra Giambattista Delpozzo relatore dell’incontro, svoltosi il 14 febbraio, nella Sala della Biblioteca del Convento di Santa Maria in Campagna, a Piacenza, sul tema:  “La vita di Francesco: una spiritualità che parla ancora oggi”.
Ad aprire il pomeriggio è stato Fra Pascal Lushuli, dei Frati Minori di Santa Maria in Campagna, che ha introdotto Fra Giambattista Delpozzo, Definitore provinciale dei Frati Minori per il Nord Italia. Originario della Franciacorta – Rovato (Bs), classe 1969 – Fra Delpozzo ha alle spalle anni dedicati all’animazione vocazionale e all’accompagnamento dei giovani nel discernimento. A Monza ha condiviso un’esperienza di vita con i ragazzi; oggi a Pavia è impegnato nell’annuncio delle “10 Parole”, accompagna un gruppo di giovani coppie e coordina la fraternità del convento.

La rottura con l’ “uomo vecchio”
La conversione di Francesco – sintetizziamo le parole di Fra Delpozzo - non fu anzitutto una fuga dai legami familiari o sociali, bensì una frattura interiore con l’“uomo vecchio”, secondo l’espressione di San Paolo. Quell’uomo ancorato alla logica del mondo, alla ricerca di prestigio, di successo, di riconoscimento. In un’epoca in cui la Chiesa appariva appesantita da strutture e ricchezze, la novità di Francesco fu dimostrare che il Vangelo poteva essere vissuto concretamente, sine glossa, senza sconti. Non come ideale irraggiungibile, ma come forma possibile di vita.

L’abbraccio che cambia lo sguardo
Il cuore narrativo della conversione francescana – secondo il relatore - è l’abbraccio al lebbroso. Nel suo Testamento, Francesco racconta che ciò che prima gli sembrava “troppo amaro” – l’incontro con i lebbrosi – divenne dolcezza quando usò misericordia. E ciò che era dolce gli divenne amaro. Fra Delpozzo ha indicato in questo episodio il passaggio decisivo: l’abbraccio dello “scarto”. Il lebbroso, scartato dalla società, diventa volto di Cristo sofferente. Ma non solo. In quell’incontro Francesco scopre anche il proprio “io lebbroso”, cioè le parti fragili, contraddittorie, peccatrici di sé, che possono essere abbracciate solo dalla misericordia di Dio.

Lo “scarto” come filo conduttore
È proprio “lo scarto” la parola chiave proposta da Fra Giambattista. Scarto è ciò che consideriamo fallimento, debolezza, errore, parte da rimuovere. Francesco lo guarda con occhi diversi: con lo sguardo del Signore. Lo scarto non è solo fuori di noi, ma abita dentro di noi. La battaglia di Francesco per accogliere le proprie fragilità – vizi, ricadute, limiti – attraversa tutta la sua esistenza. Una prospettiva che oggi appare sorprendentemente attuale, in una società che esalta performance e perfezione. Le riflessioni si sono intrecciate con richiami all’enciclica Laudato si' di Papa Francesco e alle fonti francescane, mostrando come la questione dello scarto – umano e ambientale – sia drammaticamente contemporanea.

Itineranti, non chiusi
Fra Delpozzo ha poi delineato alcuni tratti concreti della spiritualità francescana. Anzitutto l’itineranza: non semplice spostamento geografico, ma stile di vita. Il pellegrino cammina verso una meta; il forestiero si affida all’accoglienza. In un tempo iperconnesso ma chiuso, l’itineranza diventa apertura all’altro, disponibilità a lasciarsi mettere in discussione.
“Abbracciare l’amaro” – ha suggerito – significa frequentare ciò che ci è scomodo, trasformando l’amarezza della non-conoscenza nella dolcezza di una relazione nuova. È anche “ospitalità del pensiero”: non arroccarsi sulle proprie posizioni, ma accogliere il confronto.
Dalla proprietà alla restituzione
Altro nodo centrale – della riflessione di Fra Delpozzo -  è stata la non-appropriazione. Figlio della borghesia nascente, Francesco spezza il legame tossico tra identità e possesso. La sua spoliazione non è miseria subita, ma scelta libera. Rifiuto di un sistema che misura l’uomo per ciò che ha.
La non-appropriazione, però, non riguarda solo i beni materiali: tocca anche la volontà, il desiderio di stabilire autonomamente ciò che è bene e ciò che è male, sostituendosi a Dio. Qui il riferimento al “paradigma tecnocratico” denunciato dalla Laudato si’ è evidente.
Francesco – per fra Giambattista - propone la “restituzione”: tutto è dono, tutto è affidato. Siamo amministratori, non padroni. Da qui scelte concrete: lasciare una parte dell’orto incolta, non saturare ogni minuto di efficienza, riscoprire l’uso condiviso dei beni, la relazione che nasce dal chiedere e dal prestare.

La scelta di essere “minori”
Infine, la minorità. I frati si chiamano “minori” – ha sottolineato Fra Delpozzo - non per un’umiltà astratta, ma per una precisa collocazione sociale: stare tra i minori, gli ultimi, i più fragili. È una scelta di campo, che interpella ancora oggi le comunità cristiane e la società intera.
Dunque la vera attualità di Francesco non sta nell’immagine del santo con gli uccelli, ma nella forza disarmante di un uomo che ha osato prendere il Vangelo sul serio.

Riccardo Tonna

Pubblicato il 16 febbraio 2026

Nella foto, Fra Pascal Lushuli e Fra Giambattista Delpozzo. 

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  • In Cattedrale è stato ricordato il beato Secondo Pollo

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    Lunedì 26 dicembre il vescovo mons. Adriano Cevolotto ha presieduto la messa in Cattedrale a Piacenza nella memoria del beato Secondo Pollo, cappellano militare degli alpini. Vi hanno partecipato i rappresentanti delle sezioni degli Alpini di Piacenza e provincia e i sacerdoti mons. Pierluigi Dallavalle, mons. Pietro Campominosi, cappellano militare del II Reggimento Genio Pontieri, don Stefano Garilli, cappellano dell'Associazione Nazionale degli Alpini di Piacenza, don Federico Tagliaferri ex alpino e il diacono Emidio Boledi, alpino dell'anno nel 2019.
    Durante la Seconda guerra mondale, il sacerdote parte per la zona di guerra del Montenegro (Albania), dove trova la morte il 26 dicembre dello stesso anno, colpito da fuoco nemico mentre soccorreva un soldato ferito. 
    Originaio di Vercelli, fu beatificato il 24 maggio 1998 da papa Giovanni Paolo II. 

    Nella foto, il gruppo degli Alpini presenti in Cattedrale con il vescovo mons. Adriano Cevolotto.

    Pubblicato il 27 dicembre 2022

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