Menu
logo new2015 ok logo appStore logo googleStore

«In dieci anni da parroco, ecco cosa ho scoperto della Cattedrale»

serafino in armenia in pellegrinaggio diocesano

“Negli ultimi dieci anni ho imparato a conoscere la cattedrale come chiesa-madre: prima, quand’ero assistente diocesano di Azione Cattolica, frequentavo il duomo solo in occasione di celebrazioni solenni. Ora, vivendo al suo interno, capisco perché questa chiesa è il centro, il punto di riferimento non solo per le celebrazioni dei tempi forti ma anche per tante iniziative artistiche, culturali e musicali”. Le parole di mons. Serafino Coppellotti, dal 2013 canonico parroco e rettore della cattedrale piacentina intitolata a Santa Maria Assunta e Santa Giustina, gettano una luce potente sul ruolo del duomo come chiesa cardine per la città e per la diocesi, e come punto di passaggio irrinunciabile per i pellegrini della Via Francigena. “Sono tante le occasioni e le celebrazioni che identificano la cattedrale come luogo privilegiato per esprimere la propria appartenenza alla comunità diocesana”.

Tra le colonne, il doppio cammino dell’uomo

“Ciò che ho scoperto è che veramente la nostra cattedrale è qualcosa di prezioso, uno spazio che abbaglia e riempie lo sguardo – spiega mons. Coppellotti –: molti ragazzi arrivano dalla piazza, si bloccano davanti alla facciata e la ammirano. È un tesoro che sa meravigliare anche persone provenienti da città d’arte come Roma e Firenze, e custodisce in sé una storia stupefacente. Una storia che ci racconta di un doppio pellegrinaggio: quello dell’umanità e quello della comunità piacentina. Forse non ci si fa caso ma tutto comincia all’esterno, dove già nei rilievi sulla facciata viene raccontata la Creazione, l’inizio della storia dell’umanità, per arrivare poi alla straordinaria abside interna, dove vengono raffigurate l’Assunzione e l’Incoronazione di Maria accanto a Cristo risorto, cioè la meta definitiva dell’uomo”. È la storia del nostro cammino da Dio creatore a Dio padre che ci accoglie, dalla nascita al compimento dell’umanità. “Non solo: nella cattedrale è racchiusa la storia della nostra comunità, delle generazioni che ci hanno preceduto e che ci parlano attraverso l’arte, esprimendo con affreschi e sculture la fede e lo spirito del loro tempo”.

La Cattedrale come esempio di Chiesa “in uscita”

Nel tracciare un bilancio di questi dieci anni come rettore del duomo, mons. Coppelloti parla del significato personale che ha assunto per lui la cattedrale: “Al di là di motivazioni teologiche e liturgiche, la cattedrale per me è un punto di riferimento prezioso per una certa idea di Chiesa. Da anni papa Francesco ci invita a plasmare una Chiesa in uscita, e la stragrande maggioranza delle persone che entrano in cattedrale non frequenta la messa, probabilmente non va mai in chiesa. All’inizio sono attratti dall’arte e dalla bellezza ma poi, una volta entrati in questo luogo sacro, si aprono ad accogliere un messaggio evangelico e profondamente legato alla fede, anche se nella loro vita faticano a credere”. È un esempio di quella bellezza avvolgente che travolge e innalza, che salva e apre il cuore a prescindere da tutto, dalla razionalità e dallo scetticismo. Per questo, mons. Coppellotti rinnova il suo invito ai giovani: “Il mio augurio costante è che ci siano volontari disponibili ad accogliere le persone che visitano il duomo e le aiutino a cogliere i messaggi delle sue opere, valorizzando meglio il nostro patrimonio. Io stesso l’ho sperimentato: quando mi fermo a parlare anche solo per cinque minuti con i visitatori, loro si illuminano, sono contenti e lasciano la chiesa sorridendo”.

Negli ultimi anni, su questa linea, sono state attuate due belle iniziative: da un lato, la cooperativa Kronos ha allestito il Museo della cattedrale e guida gruppi di turisti a visitarla; dall’altro, i volontari del Touring Club ogni sabato tengono aperto il duomo durante la pausa pranzo, nella fascia oraria non coperta dai sacrestani.

La prima cattedrale perduta

“Stando qui ho scoperto molte cose di cui, anche da sacerdote, non mi ero mai accorto: è un incarico impegnativo ma c’è sempre qualcosa di nuovo e bello da scoprire”. Il legame di mons. Coppellotti con la cattedrale inizia in una data che sembra contenere in sé i germi del futuro: dopo sedici anni come parroco a Nostra Signora di Lourdes, domenica 29 settembre 2013 don Serafino fa il suo ingresso in duomo come parroco e rettore, proprio nel giorno in cui si celebra la memoria di Santa Giustina, una delle due protettrici della cattedrale. Il legame che unisce Santa Giustina alla storia di Piacenza affonda le sue radici nel Medioevo: la successione dei secoli che si stratificano, custoditi nelle pareti del duomo, e si rincorrono tra le colonne e le cappelle, ci ha restituito infatti le tracce di un’altra cattedrale. Si tratta di un edificio precedente, distrutto nel 1117 e di cui oggi restano solo la grande vasca battesimale in marmo e la selva di colonne che sorreggono la cripta sotterranea del duomo. Questa prima cattedrale era intitolata a Santa Giustina: “Il 17 agosto 1001 – racconta Coppellotti –, grazie al vescovo Filagato arrivano a Piacenza le reliquie di santa Giustina di Antiochia, ora conservate sotto la cripta. Da quel giorno a Piacenza è rimasta forte e costante la devozione per questa giovane santa uccisa a Nicomedia”.

I santi, testimoni di apertura e di vita vera

“In ogni parrocchia ci sono i patroni, i santi protettori di cui si celebra la memoria – commenta mons. Coppellotti –. Questa memoria, però, non va vissuta come una tradizione formale, un’abitudine, ma va festeggiata davvero. Oggi ancora più che in passato, c’è bisogno di celebrare le feste dei santi. Prima c’era una cristianità forte che impregnava tutta la società, era un sentimento diffuso”. Ora, al contrario, è in atto una forte secolarizzazione: un processo pervasivo che sta rendendo l’Europa sempre più fredda nei confronti del cristianesimo. È una crisi della fede: “Per questo, ricordare e festeggiare la testimonianza umana che i santi ci lasciano è fondamentale per ripensare la nostra identità come credenti e riprendere il senso autentico della nostra vita cristiana”.

Una vita che non può essere vissuta in modo individualistico: “C’è bisogno di apertura: oggi, se il cristiano non produce frutti buoni nelle relazioni, rischia di vivere una vita sterile. Molti santi che hanno fatto la storia della nostra diocesi venivano da lontano: sant’Antonino, san Colombano, San Rocco. Erano santi pellegrini o viaggiatori, e loro vite testimoniano che l’apertura all’altro deve davvero essere motivo di ricchezza. Pensiamo, per esempio, ai migranti: al di là degli innegabili problemi legati all’integrazione, con le loro vite portano talenti e doni. Se riuscissimo ad avere per loro uno sguardo d’ospitalità, ne nascerebbe un arricchimento reciproco: abbiamo bisogno di attingere al loro entusiasmo, alla loro capacità di vivere ogni liturgia come una festa. Anche in questo, i santi ci hanno dato testimonianze preziose a cui fare riferimento”.

Giustina, la giovane santa innamorata di Cristo

Quello dei santi e delle loro storie è un ricordo che dev’essere non solo storico, ma innanzitutto umano, legato alle vicende di queste persone vissute centinaia di anni fa. “Giustina, originaria di Antiochia e martirizzata nel 302 d.C., era una ragazza assediata da un corteggiatore innamorato di lei – spiega mons. Coppellotti –. Eppure, Giustina non ne voleva sapere e questo le ha procurato varie difficoltà: i suoi genitori erano pagani e volevano per lei un buon matrimonio. Lei, però, ascoltando il discorso di un diacono, si era innamorata di Cristo e aveva scelto di vivere solo con Lui, per Lui. Persone come lei, che danno testimonianza di scelte radicali, persone che affrontano tante avversità per un ideale forte e per l’amore verso Cristo fino alla persecuzione e alla morte, ci devono far riflettere sulle nostre scelte, che sono sempre all’acqua di rose e rischiano di rendere insignificante la nostra vita: la bellezza delle loro azioni contagia chi viene a conoscenza della loro storia”.

Paolo Prazzoli

Nella foto, mons. Serafino Coppellotti parroco della Cattedrale di Piacenza.

Pubblicato il 21 settembre 2021

Ascolta l'audio

Sottocategorie

  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

    uslam


    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

    Ascolta l'audio

    Conteggio articoli:
    5

"Il Nuovo Giornale" percepisce i contributi pubblici all’editoria.
"Il Nuovo Giornale", tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Amministrazione trasparente