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Don Ciotti e quel caffè mai preso con Falcone

don Luigi Ciotti e don Pino Demasi

Alla cerimonia per il primo anniversario della strage di Capaci c’era una donna vestita di nero che non smetteva di piangere. “Come mai non dicono mai il nome di mio figlio?” disse a don Luigi Ciotti, che le aveva preso la mano. Era la madre di Antonio Montinaro, uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone che morì insieme a lui nell’attentato. “È lì che nasce la Giornata della memoria e dell’impegno, per ricordarli tutti”. Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha raccontato questo aneddoto durante il suo intervento a Piacenza, nella sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nella serata di lunedì 2 marzo, a cui ha partecipato insieme a don Pino Demasi, referente di Libera per il coordinamento della Piana di Gioia Tauro.

“C’erano solo tre droghe chimiche, oggi più di mille”

La Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che si celebra tutti gli anni il 21 marzo, nasce da quell’incontro tra don Ciotti e la madre di Montinaro e da un caffè che il sacerdote torinese avrebbe dovuto prendere con Giovanni Falcone. “Pochi mesi prima della strage di Capaci – ha raccontato don Ciotti – fui chiamato a Gorizia per tenere un corso per funzionari di polizia sul tema delle dipendenze, insieme a Giovanni Falcone. Il Gruppo Abele, a cui appartengo, è quello che promosse la legge che istituì il Sert. Fino a quel momento non si muoveva nulla, nonostante numerose vittime di overdose. Al termine di quella giornata ci salutammo con una stretta di mano, dandoci appuntamento per un caffè che non abbiamo mai più preso”. E anche nel giorno della strage, il 23 maggio 1992, don Ciotti era impegnato con alcuni studenti siciliani sul tema delle dipendenze. “Quando ho cominciato c’erano solo tre droghe chimiche – ha spiegato – oggi sono più di mille e il crack invade. Allora si parlava appena appena di anoressia e bulimia, oggi più di tre milioni di persone vivono questa fragilità”.

“In Europa 538 organizzazioni criminali”

La mafia è presente in tutta Europa. “Non c’è stato europeo che non abbia una presenza criminale potente”, ha detto don Ciotti, ricordando che “quindici giorni fa a Torino si sono riuniti i responsabili delle Conferenze episcopali di tutta Europa per discutere sulla presenza criminale e mafiosa in Europa. Nel nostro continente ci sono 538 organizzazioni grandi e potenti”. Ciotti ha ricordato che già nel 1920 don Luigi Sturzo prevedeva che la criminalità organizzata si sarebbe espansa. “Disse che la mafia aveva i piedi in Sicilia ma la testa a Roma e che ben presto sarebbe salita verso il Nord per andare oltre le Alpi”. In prima fila, nell’auditorium Mazzocchi dell’Università Cattolica, era presente anche la procuratrice capo di Piacenza, Grazia Pradella, oltre al vescovo, mons. Adriano Cevolotto, e ai coreferenti di Libera Piacenza, Alessandro Molari e Lorenzo Piva. “Bisogna dare più strumenti alla magistratura – ha osservato don Ciotti – irrobustire le leggi e non moltiplicarle. Non basta tagliare l’erba cattiva in superficie, dobbiamo estirpare il male alla radice: è questo il grande impegno culturale, perché è la cultura che scuote le coscienze. La lotta alla mafia passa per l’educazione e le politiche sociali, significa dare un lavoro, una sanità e servizi fondamentali a tutti. È una lotta di legalità e civiltà, come diceva Falcone”.

“Unire le fragilità per creare una forza”

“Le mafie oggi fanno meno chiasso, ma ci sono eccome e sono in continua trasformazione, si adattano ai cambiamenti. Hanno creato alleanze, si sono messe insieme per riciclaggio e potere. Nel rapporto finale di Rosy Bindi da presidente della commissione parlamentare antimafia (ha ricoperto l’incarico dal 2013 al 2018, nda) c’è un capitolo sulle associazioni antimafia create da mafiosi: molti hanno scelto una legalità malleabile e «sostenibile», tocca a noi prenderne coscienza e unire le forze”, ha riflettuto don Ciotti. “L’avvenire è dove noi scegliamo di andare, un tempo per camminare con fiducia e coraggio. Non cadiamo nel rischio di sentirci comodamente dalla parte giusta, che non è un luogo dove stare ma un orizzonte da raggiungere insieme. L’importante oggi è unire le nostre fragilità per creare una forza, un «noi», che è un elemento vitale importante. Il bene comune si costruisce a partire dai rapporti umani, dalla capacità di ascoltare e accogliere parole, speranze, paure e bisogni dell’altro e mettersi nei suoi panni. Il male ha come complici il silenzio, l’indifferenza e l’inerzia, a cui va aggiunta anche la viltà e spesso anche la mancanza di coraggio rispetto al male. Ma non possiamo accontentarci di conservare l’esistente”.

Il pubblico

L’80% delle vittime innocenti non conosce la verità

“Dobbiamo fermarci – ha concluso don Ciotti – per guardarci attorno, per prendere coscienza delle cose che non vanno bene e del fatto che l’indifferenza è un ostacolo al cambiamento, un muro per difendersi dai mali. Ma i muri diventano una prigione dell’io, non ci proteggono ma ci rinchiudono in una prigione soffocante. Abbiamo la responsabilità di portare il nostro contributo, perché ci sono momenti in cui tacere diventa una colpa e quindi parlare è un imperativo etico. Una delle malattie più terribili è la delega: sentiamo la responsabilità di metterci in gioco per fare la nostra parte. Giustizia e verità non sono accessori della vita, liberiamo il passato dal velo delle verità nascoste o manipolate, liberiamoci dalla retorica della memoria. L’80% delle vittime innocenti della violenza mafiosa non conosce la verità, eppure le verità passeggiano per le vie delle nostre città. Ma senza verità non si può costruire la giustizia”.

Giovani senza diritti a Gioia Tauro

Uno degli aspetti fondamentali del lavoro di Libera, l’“associazione di associazioni” contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, è “la battaglia per i diritti a favore delle nuove marginalità” secondo don Pino Demasi, referente di Libera per il coordinamento della Piana di Gioia Tauro, in Calabria. “Le mafie, per loro natura, non tutelano i diritti ma li opprimono. Fanno in modo che la libertà e la dignità delle persone vengono distrutte. Nella Piana di Gioia Tauro i diritti non sono affatto tutelati: io dico che lì vivono gli uomini senza diritti, i giovani sono privati del diritto a restare perché devono partire, non c’è diritto né all’istruzione né al lavoro, né a vivere con dignità”. Poi c’è la corruzione. “Credo che il nome nuovo delle mafie sia proprio questo – dice – e bisogna lottare perché la non tutela dei diritti passa, in modo sottile, attraverso la corruzione di tutte le persone che invece sarebbero deputate a tutelare i diritti dei cittadini”.

Francesco Petronzio

Pubblicato il 3 marzo 2026

Nelle foto, dall'alto, don Luigi Ciotti e don Pino Demasi e il pubblico presente.

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Sottocategorie

  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

    uslam


    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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