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«Non diamo ai popoli le colpe delle guerre decise dai governanti»

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“Viviamo nell’epoca dei conflitti eterni. Dalla Prima guerra mondiale in poi i conflitti non si concludono più con una pace: chi combatte per religione non si siede al tavolo con un ‘impuro’, chi combatte una guerra etnica non può patteggiare né cancellare la propria identità. E perciò nel mondo di oggi il ruolo della diplomazia è estinto: l’unica pace possibile è la resa senza condizioni”. È quanto afferma il giornalista Domenico Quirico, intervenuto al convegno “Rappresaglie e stragi naziste, dolore e riconciliazione”, organizzato da Anpi Valnure nella serata di giovedì 24 agosto a Ponte dell’Olio. All’incontro, che si è svolto davanti a circa 90 persone nei locali della Pubblica Assistenza Valnure, hanno preso parte l’avvocato tedesco Udo Sürer, figlio di un militare nazista delle Schutzstaffel che oggi si occupa di diffondere i valori antifascisti in giro per l’Italia e di difendere i diritti dei rifugiati politici, e il teologo don Roberto Tagliaferri, interessato ai fenomeni culturali che destabilizzano l’Occidente e il cristianesimo nel mondo contemporaneo. A moderare, il direttore del quotidiano Libertà Pietro Visconti.

Quirico: “Non ci sono crimini di guerra, il crimine è la guerra”

Al centro del tavolo il dibattito sulla responsabilità collettiva e individuale, sulla guerra e i suoi crimini. “È assurdo parlare di crimini di guerra – dice Quirico – la guerra in sé è la liceità del crimine. In guerra l’omicidio, il crimine per antonomasia, è permesso: il ‘crimine di guerra’ distingue fra le modalità con cui si uccide, ma è l’atto in sé di uccidere che è illegittimo. I popoli nel ventunesimo secolo vivono le guerre senza pace; per gli afghani e i somali, ad esempio, la guerra è diventata la loro identità: tra qualche anno anche gli ucraini saranno un popolo diverso da come lo abbiamo conosciuto fino al 24 febbraio 2022, perché la guerra trasforma”. Il giornalista de La Stampa avverte poi sul rischio di addossare le colpe ai popoli anziché ai governanti. “Fino alla Prima guerra mondiale nessun popolo era stato colpevolizzato per i crimini dei suoi sovrani. Poi si decise di dare la colpa ai tedeschi, che dovevano pagare per le scelte del kaiser. Ne è nato un veleno che si è poi diffuso in varie forme in Sudafrica, Ruanda e Cambogia. Oggi noi non combattiamo i russi, ma Putin. Il responsabile di questa vergogna è lui. È sbagliato fare la guerra ai russi, che sono parte della cultura europea”.


“Il pacifismo deve fare guerra alla guerra”
Secondo Quirico, l’Europa “ha avuto la possibilità di mediare, senza successo. Dovrebbe piuttosto negare la logica di guerra putiniana, secondo cui conta solo la forza a disposizione, e portare il discorso su una logica diversa. La metodologia pacifista è arcaica: quelli che producono armi se ne fregano delle marce per la pace. Il pacifismo, per essere efficace, deve essere aggressivo, deve fare guerra alla guerra. Una soluzione potrebbe essere pubblicare i nomi e gli indirizzi di chi gestisce le società che producono armi”.

“Non sempre la memoria è la soluzione”, “Senza radici non c’è futuro”

E sulla memoria, il giornalista sostiene che abbia diverse funzioni. “È una valigia in cui si può mettere ciò che si vuole. Può essere mediazione col dolore, superamento del dolore, ma anche permanenza dell’odio. Non sempre ricordare è la cosa giusta da fare”. Non è d’accordo don Roberto Tagliaferri, che ribatte sostenendo che “la memoria è ambigua, sì, ma senza radici non c’è futuro. Dobbiamo fare i conti con le nostre radici che non riusciamo a ricostruire appieno. Non siamo più nella società della memoria, i fatti durano poco prima di essere dimenticati. Non rimane la coscienza del nostro essere uomini. C’è il problema non solo di concepire cos’è e dov’è il male assoluto, ma se è possibile passare sopra al male. Tuttavia, se non abbiamo un po’ di memoria non impareremo mai nulla: ci vuole coraggio ad affrontare la memoria storica, ad ammettere che c’è bisogno di una riconciliazione con noi stessi”.



Sürer: “Avevo bisogno di guardare in fondo alle cose”

Figlio del soldato nazista Josef Maier, nel tempo Udo Sürer riesce a scoprire la verità sui crimini commessi dal padre durante la guerra. I racconti sono vaghi e Udo inizia a nutrire forti dubbi, per cui comincia a indagare. Ciò che si apre davanti ai suoi occhi tra il 2002 e il 2004 è oltre la sua immaginazione: suo padre, arruolato nelle Waffen-SS, nel “battaglione della morte”, si rese responsabile delle stragi di San Terenzo Monti e Vinca, nel Comune di Fivizzano, in provincia di Massa Carrara. “Ero curioso di scoprire, avevo bisogno di liberarmi delle bugie che mi venivano raccontate a casa. Mio padre diceva che quelli delle SS erano soldati normali. La spinta primaria era guardare in fondo alle cose”. L’odio, secondo Sürer, si crea “quando l’uomo vive violenza, disprezzo e umiliazione. L’odio e la violenza spesso originano dall’infanzia, ma anche da politiche manipolative e disuguaglianza”. La colpa penale, secondo l’avvocato tedesco, è “individuale, non può essere collettiva”. Ma la responsabilità è “collettiva: ci vuole risarcimento e ricognizione”.


Oltre la legge, la coscienza

“Non siamo d’accordo su cosa sia bene e cosa sia male”. A dirlo è don Roberto Tagliaferri che, citando Hannah Arendt, condivide l’idea per cui “il nazismo non è solo colpa di Hitler, ma una questione di tutti i tedeschi, perché si sono allineati con la legge”. Aver obbedito alla legge “è stata la difesa di Hartmann al processo”. Oltre la legge, dice don Tagliaferri, “c’è la coscienza, ma ognuno ha la propria. Il problema dei negazionisti è che tutti hanno ragione. In un mondo di stelle che brillano allo stesso modo non c’è distinzione fra bene e male”. Nella nostra società i valori “vengono dai rapporti che si instaurano – afferma don Tagliaferri – tante culture non accettano i valori del sistema occidentale e cristiano. Gli stati liberali non riescono più ad autolegittimarsi perché c’è un conflitto continuo su tutto”. In guerra “la violenza o si contrasta con altra violenza o si subisce – è convinto don Tagliaferri – un conto è desiderare la pace, ma dobbiamo essere realisti. L’unica alternativa è diventare martiri”. 

Francesco Petronzio

Nella foto, da sinistra don Roberto Tagliaferri, Udo Sürer, Pietro Visconti e Domenico Quirico.

Pubblicato il 25 agosto 2023

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

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    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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