Il cardinal Marengo: dalla Mongolia a Rezzanello nel ricordo della beata Leonella
“Purtroppo non ho avuto la grazia di conoscere personalmente la beata Leonella, ma ricordo molto bene il momento in cui ricevemmo la notizia del suo assassinio. In Mongolia ci stavamo preparando per spostarci da Ulaanbaatar ad Arvaiheer, la cittadina di provincia dove avremmo iniziato da zero una nuova presenza cattolica. Sentimmo dentro che il dono della sua vita offerta per la missione ci avrebbe accompagnati in modo speciale. Ci raccogliemmo in preghiera: la radicalità della sua vita donata fu come un invito a mettere tutto nelle mani di Dio e offrirci anche noi per la missione che ci attendeva”. Il cardinal Giorgio Marengo è prefetto Apostolico di Ulaanbaatar in Mongolia e, con i suoi 52 anni, il più giovane del Collegio cardinalizio.
Il 17 settembre 2006 – il giorno dell’uccisione di suor Leonella Sgorbati a Mogadiscio – era un “semplice” missionario della Consolata che, con alcune religiose del ramo femminile della Congregazione fondata da San Giuseppe Allamano, da sei anni condivideva una nuova presenza nel Paese dell’Asia orientale al confine con la Russia. Una missione che risponde – come quella di Leonella in Somalia – al carisma dell’Allamano: portare al mondo la vera consolazione, Cristo, a partire dai luoghi più sperduti, dove il Vangelo ancora non ha voce.
Il più giovane tra i cardinali
Il cardinal Giorgio Marengo è nato il 7 giugno 1974 a Cuneo. Dal ‘93 al ‘95 ha studiato Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e dal ‘95 al ‘98 Teologia alla Pontificia Università Gregoriana a Roma. Ha compiuto ulteriori studi alla Pontificia Università Urbaniana, conseguendo la Licenza e il Dottorato in Missionologia. Ha emesso la professione perpetua tra i Missionari della Consolata il 24 giugno 2000; il 26 maggio 2001 è ordinato sacerdote.
Primo missionario della Consolata in Mongolia, è stato parroco ad Arvaiheer e superiore per la Mongolia. Il 2 aprile 2020 papa Francesco lo ha nominato Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar (con nomina episcopale) e nel Concistoro del 27 agosto 2022 lo ha creato cardinale.
È membro del Dicastero per l’Evangelizzazione e del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.
A Rezzanello per la beata Leonella Sgorbati
Domenica 16 agosto il cardinal Marengo sarà a Rezzanello, paese natale della beata Leonella, invitato dal parroco mons. Giuseppe Busani. Celebrerà la messa delle ore 16 in preparazione al ventesimo anniversario della morte della religiosa della Consolata riconosciuta martire “in odium fidei” e proclamata beata nella Cattedrale di Piacenza nel 2018. Lo abbiamo intervistato.
L’incontro a Torino con i missionari della Consolata
— Prima che cardinale, è missionario: come è nata la sua vocazione?
La vocazione si è “presentata” naturalmente nella mia vita, come un processo lento, fatto di incontri e di grazia. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui la fede era qualcosa di fresco, di bello e di vivo, non un peso, ma una sorgente di gioia quotidiana.
Durante gli anni di liceo a Torino, questo seme si è sviluppato grazie all’accompagnamento spirituale di un sacerdote missionario della Consolata, una Congregazione fondata all’inizio del XX secolo e dedicata all’evangelizzazione. Mi aiutò a far maturare ciò che portavo dentro: la percezione che il Signore mi volesse per sé in forma esclusiva e mi chiamasse a una vita consacrata orientata alla missio ad gentes. Nell’estate dei miei 19 anni ho infine deciso di entrare tra i Missionari della Consolata, la cui casa madre si trovava vicino al mio quartiere a Torino.
— Cosa la affascinava?
Mi attirava il loro stile: essere uomini di preghiera e di studio, capaci di andare incontro alle persone, di evangelizzare con profondità, senza trionfalismi, attenti alle culture e ai contesti in cui si trovano. Mi ha colpito la visione di San Giuseppe Allamano per una vita missionaria che attinge il suo slancio da una relazione di preghiera intensa con il Signore.
Foto d’archivio del cardinal Giorgio Marengo durante una celebrazione in Mongolia.
Marengo da missionario in Mongolia: non è “piantare la bandiera”
— È stato il primo missionario della Consolata in Mongolia: come è nata questa chiamata nella chiamata?
Non da un mio progetto personale, ma da un invito che la Chiesa ha rivolto al nostro Istituto a mettersi al servizio di una presenza cattolica nascente in quel Paese. Ho percepito che il Signore mi chiedeva di legare la mia vita a quella terra, così lontana e poco conosciuta da me!
Essere un membro del primo gruppo missionario della Consolata significava assumere una responsabilità fondativa insieme ad altri missionari di varie congregazioni: non tanto “piantare la bandiera”, quanto partecipare alla fase iniziale di un germoglio di Chiesa.
— Lei che “sogno” missionario aveva?
Non so se avessi proprio un sogno, solo il desiderio di capire profondamente che cosa il Signore si aspettasse da noi… E, più di vent’anni dopo, questa rimane la mia preoccupazione. Vivo qualcosa che è più di un sogno missionario: con gli altri missionari vedo nascere comunità cristiane, attraverso una missione fatta di relazioni, di vita condivisa, di ascolto profondo, più che di grandi opere visibili. La Mongolia è un luogo dove la missio ad gentes ritrova tutta la sua freschezza evangelica.
Il cardinal Marengo nella ger, la tradizionale tenda mongola, che funge da chiesa.
Mongolia, la chiesa nella ger
— Cardinal Marengo, cosa più l’ha colpita quando è arrivato in Mongolia?
Arrivando in Mongolia, mi hanno colpito subito l’immenso cielo blu, gli spazi sconfinati della steppa e del deserto, il senso di spazio e di silenzio che avvolge la vita quotidiana. Le ger, le tende circolari tradizionali, la sobrietà dei movimenti, il rispetto espresso con gesti minimi – un inchino, le mani giunte, il senso del sacro – hanno subito parlato al mio cuore. Ho scoperto un popolo molto dignitoso, plasmato da una cultura raffinata e antica, in cui la misura e il rispetto sono valori profondi. Questo mi ha confermato che l’annuncio del Vangelo non poteva essere rumoroso o invadente, ma doveva essere discreto, quasi “a bassa voce”, come un sussurro.
— Ci spiega meglio?
In Mongolia esiste un bel rito familiare legato al dono del nome. Un mese dopo la nascita, i familiari e gli amici si riuniscono nella ger, seduti in cerchio, e la madre sussurra il nome del neonato all’orecchio della persona accanto, che lo trasmette a sua volta, e così via. Questo gesto, insieme discreto e solenne, mostra che la parola autentica si consegna quasi “a bassa voce”, presupponendo una relazione di fiducia e di amicizia verificata nel tempo. Per questo, in Mongolia il Vangelo può essere annunciato e accolto solo nello stesso spirito: non come slogan o parola imposta dall’esterno, ma come un nome offerto con pazienza e prossimità.
Spesso mi riferisco alla formula dell’arcivescovo indiano Thomas Menamparampil: “sussurrare il Vangelo”. Sussurrare significa annunciare, certo, ma all’interno di relazioni di amicizia, in spirito di gratuità: non si sussurra all’orecchio di una persona sconosciuta, ma solo di qualcuno con cui possiamo condividere ciò che per noi è veramente importante. Costruire queste relazioni prende tempo… Seguiamo la temporalità di Cristo che ha iniziato il magistero pubblico dopo 30 anni di vita quasi nascosta.
Tutta la Chiesa della Mongolia in uno scatto: nella foto di Vatican Media/SIR, il cardinal Giorgio Marengo accanto a papa Francesco dopo l’incontro con i Vescovi, i sacerdoti, i missionari, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo Ulaanbaatar il 2 settembre 2023 in occasione del Viaggio apostolico del Pontefice.
Una Chiesa con poco più di trent’anni di storia
— Cardinal Marengo, ci fa una fotografia della Chiesa cattolica in Mongolia?
La Chiesa cattolica in Mongolia ha poco più di trent’anni di storia: è stata istituita nel 1992 ed è oggi una Chiesa giovane e vivace. È un piccolo popolo, inserito in un contesto plasmato da altre tradizioni religiose e spirituali. La comunità cattolica conta un po’ più di 1700 fedeli, distribuiti in nove parrocchie, con una forte presenza di laici impegnati. La maggior parte dei presbiteri proviene da varie congregazioni; c’è solo un sacerdote mongolo attivo, ma i laici – catechisti, animatori, genitori – sono una vera colonna portante, insieme alle numerose religiose, anche loro provenienti dall’estero.
Siamo religiosi e religiose di 29 nazionalità diverse, con una forte rappresentanza di Asia e Africa. Questo fa della nostra Chiesa un piccolo laboratorio di cattolicità: misuriamo ogni giorno la sfida e la bellezza di vivere insieme con lingue, storie e sensibilità diverse. La maggior parte dei cattolici vive in contesto urbano, sia nella capitale sia in città di medie dimensioni come Arvaikheer, Darkhan o Erdenet. Oggi si contano due generazioni di cristiani mongoli, una terza sta iniziando a emergere. Gran parte dell’attività della Chiesa è dedicata alla promozione dello sviluppo umano integrale, in dialogo costante con le autorità: quest’inserzione nella vita civile è per noi un punto fondamentale.
Il cardinal Giorgio Marengo durante la celebrazione del sacramento della Cresima.
Un piccolo gregge che vive l’essenziale
— Cardinal Marengo, guardandosi indietro, invece, cosa più la meraviglia del cammino che avete fatto in Mongolia?
Mi meraviglia soprattutto la semplicità, virtù cardinale della vita cristiana. Penso alla parrocchia di Arvaikheer, ai margini del deserto del Gobi, dove una ger è diventata una chiesa, al cui interno la pietra centrale e la corda tradizionale sono state reinterpretate come fonte battesimale dalla gente stessa, gente che apprezza rapporti genuini e diretti. Questo piccolo gregge di fedeli è diventato per me un segno luminoso del Regno di Dio, nella semplicità con cui vivono i rapporti con gli altri e con Dio.
— La difficoltà maggiore che vive la Chiesa in Mongolia? E l’opportunità maggiore?
La difficoltà e l’opportunità maggiore sono la stessa: quella di essere un piccolo gregge. Questo comporta fragilità di mezzi, e a volte rischio di incomprensioni. Divenire cristiani può essere visto come una scelta marginale e viene accolto in maniera diversa.
Rappresenta una sfida ma anche una opportunità perché ci porta a una fedeltà ancora più grande al Vangelo e al Magistero: la necessità di vivere con lo Spirito di Pentecoste come orizzonte, quindi con un atteggiamento aperto, in dialogo permanente con grandi tradizioni religiose e culturali, senza né ripiegarci su noi stessi né nascondere la nostra fede.
Ciò richiede un discernimento continuo, una grande umiltà e una robusta vita interiore. Essere pochi costringe a tornare all’essenziale, a ricordare che la Chiesa esiste per l’annuncio del Vangelo e del Regno, non per se stessa.
