Suor Maurizia: compio 90 anni al Carmelo
Novant’anni il 17 agosto e tanto entusiasmo nello spendere ogni giorno la propria vita. Suor Maurizia della Madre di Dio, al secolo Rosa Libelli, dal 1973 è al Carmelo di via Spinazzi, ma dal ’56 aveva mosso i primi passi nella vita consacrata entrando nella Congregazione delle Figlie di Gesù Buon Pastore. Settant’anni di vita col Signore, per lei che pensava di fare la sarta.
Le giovanissime di AC alla SS. Trinità
— Che esperienza visse da ragazza nella parrocchia della SS. Trinità?
Per me è stato rinascere. Abitavo in piazzale Crociate. Non c’erano famiglie e non avevo amicizie della mia età. Don Antonio Tagliaferri, nella nascente parrocchia della SS. Trinità, un giorno mi ha invitato a partecipare al primo incontro delle giovanissime di Azione Cattolica. Io ero più che felice. Lui ci faceva anche il catechismo.
— Lei lavorava come sarta: che ricordi ha di quel tempo?
Il sarto che abitava vicino a noi aveva chiesto a mia mamma di avermi come garzoncina (avevo da poco terminato le elementari). Si lavorava sia per uomini sia per donne ed eravamo in parecchi. Ho preparato anche la divisa per uno di miei fratelli che faceva il cameriere.
La reazione dei genitori
— Come reagirono i suoi genitori alla notizia della sua vocazione?
Con tanta sofferenza, perché ero l’unica ragazza e cominciavo a lavorare. Mia mamma mi avrebbe voluto a casa perché l’aiutassi nelle varie necessità. Lei stessa aveva cercato un lavoro per sostenere la famiglia, perché la paga di papà non bastava.
— Perché scelse l’Istituto del Buon Pastore?
Per entrare in clausura occorreva la dote, che i miei genitori non erano in grado di darmi. Questa realtà mi ha fatto cambiare la scelta. In estate, avevo un mese di ferie e andavo da una mia zia a Riva di Ponte dell’Olio. Al ricovero per anziani lavoravano le suore del Buon Pastore. La Superiora ha voluto conoscermi sapendo del mio desiderio e da lì è nata una bella amicizia. Ero felice. Sono entrata nel loro convento il 29 aprile 1956.
Suor Maurizia al Carmelo: una lettera per capire
— Come avvenne il passaggio al Carmelo?
Come confessore della comunità c’era un padre carmelitano. Pian piano si è risvegliato in me il desiderio della vita claustrale, non perché mi disturbassero i vari impegni che mi affidavano, ma mi attirava una vita più immersa nel grande mistero dell’amore di Dio a vantaggio di tutta la Chiesa. Ne avevo parlato con la Madre generale, ma lei pensava a un fervore passeggero. Visto le difficoltà ho pensato di scrivere al mio direttore spirituale che avevo nel periodo vissuto a Roma, mons. Dino Trabalzini che era diventato vescovo di Rieti.
Mi rispose subito. Lui vedeva questa scelta come un cammino maturato nella Parola, nella pace e nella gioia e nessuno poteva impedirmelo. Durante un incontro con la Cei ha potuto parlare con il vescovo Manfredini della mia scelta. Da lì è partito il mio percorso di verifica che mi ha condotto al Carmelo il 3 aprile 1973. I voti sono stati l’8 dicembre 1976. Con gioia infinita e una pace da Paradiso.
Suor Maurizia (in prima fila) con le consorelle della comunità del Carmelo di via Spinazzi.
— Suor Maurizia, che cosa ha segnato il suo percorso al Carmelo?
L’ascolto della Parola di Dio, le ore (due al giorno) di preghiera personale, la lectio divina comunitaria settimanale, il servizio alla Comunità come sarta nel preparare e aggiustare gli abiti, il silenzio e la nostra vita insieme. La violenza che vediamo nel mondo ci impegna molto, non solo nella preghiera, ma anche nella carità vicendevole e verso le persone che vengono a chiedere la nostra preghiera.
Suor Maurizia: “Al Carmelo il nostro compito è volerci bene”
— Chi vede dall’esterno la clausura, pensa a gente fuori dal mondo. Qual è il vero significato della vostra missione?
Non mi sono mai sentita fuori dal mondo, ma più cresceva in me l’amicizia con Gesù, col Padre e con lo Spirito Santo, più mi sentivo vicina a tantissime persone, soprattutto oggi dove dominano la violenza e l’odio.
Il nostro compito è volerci bene, essere vicine a tanti non solo con la preghiera, ma anche con l’affetto, con la partecipazione al loro dolore, implorando da Dio, nostro Padre, misericordia per ciascuno.
