Bologna, 2 agosto 1980: «In stazione Dio mi aspettava»
“Mi presento: sono uno degli oltre 200 feriti nell’attentato più grave della storia dell’Italia repubblicana, la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Secondo i miei programmi, non avrei dovuto trovarmi lì. Quella bomba mi ha cambiato la vita”.
Uscirà il 2 agosto – a 46 anni dall’attentato – il libro del piacentino Carlo Dionedi “In stazione a Bologna Dio mi aspettava”, per le edizioni Il Timone. Insegnante di francese in pensione, fondatore e preside della Scuola parentale Giovanni Paolo II, sposato con Lorena dal 1988, papà di otto figli, ha deciso di accettare la proposta di pubblicare la storia che lo vede testimone di speranza in un evento di enorme violenza e dolore, personale e collettivo. Ha ripreso il diario scritto allora con l’intensità dei vent’anni e ancora addosso le ferite del trauma. Lo ha intrecciato con la profondità e la ricerca dell’uomo che è diventato.
Bologna, 2 agosto 1980: presentazione al Meeting di Rimini
Il libro sarà presentato il 23 agosto alle ore 16.15 per iniziativa dell’editrice Il Timone al Meeting per l’amicizia tra i popoli a Rimini.
È per colpa di un banale ritardo del treno su cui viaggiava – stava rientrando dalla Puglia, dove aveva partecipato al matrimonio di una cugina – che Dionedi, allora studente 21enne di lingue, si è ritrovato a meno di tre metri dal punto dov’è esplosa la bomba. Sognava una vita libera da ogni legame, senza una ragazza fissa e tanto meno dei figli. Perché – si chiedeva – che senso aveva far nascere dei bambini in un mondo marcio, segnato dalla cieca violenza dei terroristi?
Tre settimane al Sant’Orsola
Quando, alle ore 10.25, la sala d’aspetto che aveva appena raggiunto salta per aria, Carlo si sente afferrare per i capelli, sbattere qua e là. “Mi sono ritrovato sopra le macerie roventi. Vedevo i tetti dei treni, sprazzi di città”.
Non perde conoscenza. Non ha una frattura, non una scheggia. Ha il timpano perforato, che lo priva dell’udito da un orecchio. E tanto bruciore al viso, alle mani, alle braccia (la prognosi parla di ustioni di 2° e 3° grado).
Per tre settimane è ricoverato all’ospedale Sant’Orsola. Le cure palliative non ci sono. È in blocco renale. Per medicarlo ogni giorno devono togliergli brandelli di pelle bruciata. Nelle lunghe notti insonni si ripete, come in una litania senza fine: “Gesù ha vinto la morte, l’ha vinta anche per me”. Ora ne è certo: “Gesù si è fatto incontrare sulla croce, quella croce di cui io non vedevo alcun senso”.
«Chissà a che grandi cose sei chiamato»
Il suo parroco alla Santissima Trinità, don Antonio Tagliaferri, andandolo a trovare se ne esce con una frase che sa di profezia: “Chissà per quali grandi cose ti ha preservato il Signore”. Carlo ha capito dopo cosa intendeva. “I miei figli sono queste «grandi cose» e non semplicemente perché se fossi morto non sarebbero nati – puntualizza – ma perché senza quell’esperienza di incontro con Gesù, anche sopravvivendo, non ci sarebbero. Ho capito che la mia vita non potevo sprecarla, che dovevo usare bene la salute, le capacità, il tempo che il Signore mi dava”.
