La vita è una salita: mons. Fisichella e la domanda del detenuto di Rebibbia
di Riccardo Tonna  
11 Settembre 2026

La vita è una salita: mons. Fisichella e la domanda del detenuto di Rebibbia

 

 

La lectio magistralis di mons. Rino Fisichella alla Cattolica ha chiuso idealmente il “FOL in Fest 2026”. Al centro la metafora dantesca del Purgatorio: un cammino faticoso, ma possibile, verso la libertà e le stelle
“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura…”.
È dalla selva oscura di Dante che mons. Rino Fisichella ha iniziato il suo viaggio. Un viaggio che, il 10 settembre all’Università Cattolica di Piacenza, ha portato a interrogarsi sul presente, sulle sue inquietudini e soprattutto sulla possibilità di tornare a guardare verso l’alto.

FOL in Fest, il festival itinerante
della montagna

Con la lectio magistralis “La risalita dell’uomo al Paradiso”, l’arcivescovo e Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione ha chiuso idealmente l’edizione 2026 del FOL in Fest, il Festival itinerante della montagna che quest’anno ha avuto come filo conduttore “Allenarsi alla risalita. La montagna tra Paradiso e Inferno”. Dopo le tappe in Alta Val Tidone, a Morfasso, Ferriere e Ottone, la riflessione è approdata nel cuore della città e dell’Università, trasformando la montagna in una grande metafora della condizione umana.

Ad aprire l’incontro i saluti di mons. Adriano Cevolotto, vescovo di Piacenza-Bobbio, e gli interventi di Massimo Polledri, politico piacentino, e di Franco Albertini, sindaco di Alta Val Tidone.

L’attualità di Dante

Fisichella, classe 1951, originario di Codogno, ha alle spalle una lunga esperienza di studio e di responsabilità nella Chiesa: docente e poi professore ordinario di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana, vescovo ausiliare di Roma, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense e presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Ha raccontato di essere stato, più che invitato, “obbligato” a tenere la lectio dal senatore Polledri. Aveva provato a declinare l’invito, spiegando di non essere uno specialista di Dante e di avere una conoscenza del Purgatorio maturata soprattutto negli anni universitari. Polledri, però, ha insistito. E così Fisichella ha accettato la sfida, avvertendo il pubblico che avrebbe utilizzato Dante non tanto per una lezione letteraria, quanto per lasciarsi provocare dalle grandi domande che il poeta ancora oggi pone all’uomo.

Fisichella, un’epoca è finita

La prima domanda riguarda proprio il tempo nel quale viviamo. Secondo Fisichella, siamo dentro una grande trasformazione epocale. Un’epoca si è chiusa e una nuova sta nascendo, ma ancora non siamo in grado di definirne pienamente i contorni.

È una condizione che genera smarrimento. Una situazione che Dante, con la sua “selva oscura”, riesce a descrivere con una forza sorprendentemente attuale.

Fisichella ha ricordato come i passaggi da un’epoca storica all’altra non siano mai immediati. Tra la fine di un mondo e la nascita di quello successivo possono trascorrere anche secoli. Anche noi, dunque, siamo dentro un lungo tempo di transizione: abbiamo perso molte delle certezze del passato, ma non possediamo ancora quelle del futuro.

“Navighiamo in un mare completamente aperto”, è stata l’immagine proposta dal relatore. E in un mare aperto, senza punti di riferimento, il rischio è quello di smarrire la rotta.

Per questo, ha osservato, la prima virtù da recuperare è l’umiltà: riconoscere di non avere già tutte le risposte e imparare nuovamente ad ascoltare.

 

rino fisichella in Cattolica

Nella foto, il pubblico con il vescovo mons. Adriano Cevolotto alla lectio magistralis di mons. Rino Fisichella in Cattolica.

La cultura digitale e la crisi dell’Occidente

Tra i grandi cambiamenti in corso Fisichella ha indicato l’avvento della cultura digitale, una realtà ormai universale, senza confini, che sta modificando non soltanto il modo di comunicare, ma anche quello di pensare, di relazionarsi e di concepire la realtà.

Non basta tentare di arginarla: occorre comprenderla e accompagnarla attraverso nuovi strumenti educativi e legislativi.

La trasformazione, però, è più profonda. La globalizzazione ha messo in discussione gli equilibri sui quali si era costruito il mondo occidentale. Non soltanto quelli economici e finanziari, ma anche la concezione dell’uomo, della società, della democrazia.

In questo scenario Fisichella ha parlato delle conseguenze di quello che ha definito il “pensiero debole”: la progressiva sfiducia nella ragione e nella possibilità di conoscere la verità. Se la verità non esiste più, ogni opinione può diventare verità. E quando il frammento prende il posto di una visione più ampia, anche il confronto rischia di trasformarsi in contrapposizione.

La conseguenza è una società stanca, disillusa, nella quale la politica, le istituzioni e persino la fede rischiano di diventare irrilevanti. Il vuoto, ha osservato Fisichella, può essere allora riempito da “chimere e superstizioni”.

Anche il concetto di libertà rischia di essere svuotato. Alla responsabilità personale si sostituisce la rivendicazione senza limiti dei diritti individuali; alla libertà subentra una nuova forma di dipendenza.

Fisichella: la vita è una salita

La metafora della montagna diventa così una metafora dell’esistenza. “La vita non è un percorso piatto”, ma un movimento verso l’alto.

Fisichella ha raccontato anche un episodio vissuto durante un incontro nel carcere di Rebibbia. Un detenuto gli aveva posto una domanda drammatica: dopo l’inferno che stava vivendo, poteva esserci qualcosa di peggiore?

Dietro quella domanda, ha osservato il relatore, c’era però anche un desiderio: quello di non rimanere prigioniero per sempre della propria condizione.

La possibilità di ricominciare

È forse questa la possibilità che il Purgatorio suggerisce all’uomo: la possibilità di ricominciare.

Un altro episodio, apparentemente molto più semplice, ha strappato un sorriso al pubblico. Una giornalista, dopo aver ricevuto il contatto del suo segretario per un’intervista, si era lamentata perché dopo appena dieci minuti non aveva ancora ricevuto risposta.

Un piccolo episodio quotidiano che diventa però una fotografia del nostro tempo: vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Non sappiamo più attendere.

Il Purgatorio, al contrario, è anche scuola dell’attesa. Un’attesa attiva, non passiva. Un tempo nel quale l’uomo impara a prepararsi alla meta.

Fisichella ha citato il film Mission

Per rendere ancora più concreta questa idea, Fisichella ha richiamato il film Mission, ricordando la figura di Rodrigo, interpretato da Robert De Niro. Rodrigo porta con sé un enorme peso, letteralmente legato al suo corpo. Durante la salita sopra le cascate, quel fardello lo fa cadere, lo trascina verso il basso, gli impedisce di procedere. A un certo punto qualcuno vorrebbe liberarlo tagliando la corda.

Ma padre Gabriel si oppone: Rodrigo deve arrivare a comprendere da solo il significato di quel peso. La salita diventa così purificazione. Non sempre gli altri possono togliere dalle nostre spalle ciò che ci impedisce di camminare. Possono accompagnarci, indicarci la direzione, farci vedere dove guardare.

Ma il cammino della libertà richiede anche una responsabilità personale. “Non imporre, ma indicare la direzione”: è questa, per Fisichella, una delle grandi esigenze del nostro tempo.

Il mondo sarà capace di salvare la bellezza?

Nel suo ultimo passaggio Fisichella ha parlato della via della bellezza, richiamando la celebre domanda di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo?”. Ma ha proposto di rovesciarla: “Il mondo sarà capace di salvare la bellezza?”. Una domanda che riguarda anche la responsabilità dell’uomo davanti a ciò che riceve e che rischia di perdere. Perché il vero punto della risalita, in fondo, non è soltanto arrivare più in alto. È diventare capaci di amare.

Tra Thanatos e Agape, tra la morte e l’amore, la prospettiva cristiana non lascia l’uomo sospeso nell’incertezza: il bene e l’amore sono destinati ad avere l’ultima parola.

Il desiderio più profondo dell’uomo, ha concluso Fisichella, è quello di “colmare la distanza”. Riconoscere il proprio limite, ma non rassegnarsi ad esso. Cercare una meta che possa compiere la propria esistenza. Perché, ovunque si guardi, dietro le inquietudini dell’uomo contemporaneo rimane una domanda essenziale: quella di amare e di essere amato.

È questa fame e sete d’amore che spinge l’uomo oltre sé stesso. È ciò che gli permette di affrontare la fatica della salita, di rialzarsi dopo una caduta e di continuare il cammino.

Dalla selva oscura alle stelle, dunque, il percorso non è breve e non è facile. Ma, nella prospettiva cristiana richiamata da Fisichella, la nostra vita non è una tragedia senza uscita: è un dramma attraversato dalla speranza. E forse è proprio questo il significato più vero di “allenarsi alla risalita”: imparare, ogni giorno, a non smettere di guardare verso l’alto.

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