A Cortemaggiore la Giornata europea della cultura ebraica
La Sala della Lepre a Cortemaggiore ha ospitato il 5 settembre un incontro per la Giornata della cultura ebraica, dedicata in questa edizione al tema dell’amore alla luce delle suggestioni del romanzo “Il giardino dei Finzi-Contini”. L’iniziativa è stata promossa dalla sezione di Italia Nostra Fiorenzuola e Valdarda e dall’associazione Aquilone, il cui presidente, Luigi Ragazzi, ha introdotto l’incontro che è stato poi accompagnato dalle musiche di Ezio Gardella. Sono intervenuti l’imprenditore Dario Squeri e Francesco Simonetti, entrambi studiosi di ebraismo.
Il popolo ebraico e l’amore
Come affronta il popolo ebraico l’immenso tema dell’amore? – si è chiesto nella sua riflessione Dario Squeri. Israele traduce la propria esperienza di vita, segnata da un continuo pellegrinaggio, da Abramo e Mosè in poi, con tre parole. La prima è “ahava”, l’amore grande che Dio riserva al suo popolo, un amore che accompagna il suo camminare tra continue esperienza di schiavitù e di libertà. Il popolo entra in un’alleanza con Dio, alleanza a cui il popolo stesso risponde all’amore con l’amore (ahava). Dio agisce sempre per amore, fin da quando ha creato ogni cosa a quando ha donato la legge e ha annunciato la promessa dell’arrivo di un Messia.
L’uomo cerca Dio
L’ebreo – sintetizziamo il pensiero di Dario Squeri – continua a cercare l’inconoscibile Dio ed è in continuo dialogo con lui. Il filosofo Martin Buber sottolineava che l’uomo parla con Dio, litiga e si riconcilia con lui in una relazione sempre in movimento e mossa dalla speranza. Il libro biblico del Cantico dei Cantici narra di questo amore nel cercarsi continuo di due amanti: uno è il popolo, l’altro è Dio.
L’amore come misericordia
Un’altra parola per dire amore è “ruhamah”, cioè misericordia, amore verso il prossimo. L’amore di Dio non può fare a meno dell’amore per l’altro. Il capitolo sesto del libro del libro del Deuteronomio contiene l’invito di Mosè: “Ascolta Israele, amerai il Signore con tutto il tuo cuore, la tua mente e le tue forze”. Nel libro del Levitico al capitolo 19 si parla dell’amore verso il fratello: “amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il Signore”.
Gesù, che era ebreo, profondamente ebreo, risponde nel Vangelo a una domanda di un dottore della legge: qual è il primo comandamento? Gesù nelle sue parole si rifà proprio ai libri del Deuteronomio e del Levitico: “Amerai il Signore Dio tuo. Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Nel Nuovo Testamento nell’esperienza di Gesù questo amore trova il suo compimento. C’è davvero una grande continuità tra la pianta dell’ebraismo e quella del cristianesimo.
Il pubblico presente alla Giornata della cultura ebraica, sulla sinistra il musicista Ezio Gardella.
L’amore al prossimo nella cultura ebraica
Una terza parola ebraica per dire amore è “rahamin”, misericordia: se ami Dio, non puoi fare a meno di essere misericordioso verso il prossimo, cioè verso la persona più vicina a te. Anche il Talmud prosegue in questa tradizione precisando che si è chiamati ad immedesimarci nel prossimo, a capirlo, anche se è un nemico.
Un’ultima parola è “sedaqah”, cioè amore per la giustizia: oltre all’amore a Dio e al prossimo, occorre la giustizia, altrimenti non è vero amore. Sul tema della giustizia è intervenuto in modo particolare Francesco Simonetti.
Cultura ebraica, il legame tra giustizia e amore
Noi – ha affermato Simonetti – siamo figli di una cultura greca e latina in cui amore e giustizia sono termini tra loro molto lontani; la giustizia è la pratica di un diritto, mentre l’amore è passione, sentimento, misericordia. Nella cultura ebraica, veramente rivoluzionaria, “sedaqah” significa appartenere a qualcuno che è giusto; Dio è giusto perché esprime se stesso ed entra in rapporto con l’uomo che ha creato. In ogni rapporto tra l’io e il tu, nascono responsabilità e attenzioni reciproche, ed è l’inizio del diritto.
Il Decalogo è espressione sia della giustizia che dell’amore di Dio. Le Dieci Parole sono parole d’amore: “io ci sono per te, sono tutto per te”. L’amore è giustizia e la giustizia è amore. La giustizia senz’amore è vendicativa, è ingiustizia. L’amore senza giustizia è possessivo e non rispetta più l’altro.
Il ritorno a casa di Adamo ed Eva
I Dieci Comandamenti – ha proseguito Simonetti – sono una guida anche sul piano sociale. Dio crea l’ordine sul caos; l’esistenza è nell’ordine, non nel disordine che è morte. L’ordine fa circolare la vita, il disordine nel Creato provoca la morte.
“Sedaqah” – ha aggiunto il relatore – significa anche carità; per i cristiani l’agape, l’amore, che è anche giustizia, non avrà mai fine. Se non stai legato a Dio, che è giustizia e carità, non potrai mai essere giusto e capace di amare gli altri. Nel Paradiso terrestre Adamo ed Eva vogliono gestirsi la vita da soli; così, si sono persi generando morte. Dio non li caccia dal Paradiso e basta, ma li allontana per far loro capire che devono tornare. Così accade nel Vangelo al figliol prodigo: “vai pure lontano da casa, poi vedrai cosa significa star lontano da casa”. Ma la giustizia è anche misericordia: il figlio torna a casa ed è accolto. La giustizia ebraica è accoglienza: “io voglio salvarti”. Noi, mossi da una giustizia figlia di una cultura occidentale, forse gli avremmo risposto: “hai speso tutto, ora devi cavartela da solo”.
