Serate culturali a Bedonia: la diplomazia della speranza
Tutt’altro che banale! Men che meno fuori luogo! Particolarmente oggi, con tutte le oscurità che avvolgono, e travolgono, e sconvolgono, il presente, che non ci appare affatto rassicurante. Già di per sé la “diplomazia” costituisce l’arte di comprendere il complesso mondo dei procedimenti atti a tessere e mantenere le opportune relazioni internazionali, salvaguardando il più possibile gli equilibri e promuovendo pace, giustizia, collaborazione.
Quella “della speranza”, poi, in particolare mira a non spegnere attese e progettualità miranti a un futuro migliore, a guardare con maggiore compiutezza ed equilibrio agli eventi evitando che precipitino in situazioni devastanti, ad arginare derive verso regioni storiche senza più ritorni.
La diplomazia vaticana
Nella serata del 20 agosto, la quarta in programma presso il Seminario di Bedonia, la relatrice Emma Fattorini ha sviluppato il suo intervento su questo tema specifico, alla luce del contributo offerto dal Card. Achille Silvestrini, grande collaboratore del Cardinal Casaroli. Un addentrarsi, quindi, nel ruolo svolto dalla Chiesa costantemente prodigatasi, e instancabile nel continuare ad esserne artefice, nel ricucire e consolidare i rapporti tra Est e Ovest, in particolari momenti storici, quando pericoli gravi incombevano sull’umanità intera, e non solo per le repressioni religiose!
La diplomazia Vaticana, assieme a quella veneta, 1500-1600, è stata la più importante; ma quella che conosciamo adesso inizia dopo la Rivoluzione Francese col primo concordato stipulato con Napoleone. Quella dei concordati è una costante nella diplomazia della Chiesa. Negli anni ’20 del Novecento, non correvano ancora ostilità conclamate tra Vaticano e Unione Sovietica; e la situazione attuale, con Putin, quasi una sorta di nostalgia che rimanda al ripristino di una gloria tramontata, tradisce accordi, invade i confini, con la Chiesa ortodossa asservita allo Stato.
L’attività svolta dal card. Silvestrini
Nello sviluppo della tematica, alla luce della lungimiranza e dell’attività svolta dal Card. Silvestrini, Emma Fattorini propone, via via, i momenti salienti che hanno caratterizzato l’impegno profuso dalla Chiesa nel dialogo volto a sciogliere tensioni, abbattere muri, ricomporre distanze, tessere comprensione, costruire libertà di coscienza, per una crescita più autentica delle generazioni.
Gli inizi del Novecento, il primo e secondo dopo guerra, quando la religione era da condannare e soprattutto da combattere con tutte le forze, la guerra fredda con il pericolo di scontri più duri e pericolosi con l’impiego di nuove armi, sono caratterizzati da dialoghi più attenti che culminano nel trattato di Helsinki del 1975. Il Novecento è segnato da tappe e momenti rilevanti: anni Venti, anni Trenta, tentativi di dialogo; il primo e più significativo con la richiesta di Papa Roncalli: la partecipazione dei Vescovi dell’Est al Concilio, la presenza, in qualità di uditori, di alcuni membri rappresentanti la Chiesa ortodossa.
“È lì, afferma Silvestrini, che va ricercato l’inizio di quella strategia diplomatica che si sarebbe strutturata in termini più sistematici, e avrebbe dato i suoi frutti alla fine degli anni Settanta”.
Altri passaggi significativi:
gli auguri di Nikita Chruščëv per gli ottant’anni di Giovanni XXIII;
il superamento della crisi di Cuba;
la liberazione dal gulag del metropolita ucraino Slipyj.
Il dialogo della Chiesa
Alla pressione esercitata da Chruščëv sulla Santa Sede per avviare in fretta accordi diplomatici, Papa Roncalli aveva risposto: “Noi che siamo meno potenti dell’Onnipotente non dobbiamo precipitare le cose. Dobbiamo procedere dolcemente, avanzare per tappe, preparare gli spiriti. Attualmente un simile passo sarebbe mal compreso o non compresa. Continuiamo invece a lavorare alla riconciliazione dei popoli con discrezione e con fiducia”.
Dopo questi primi segnali determinanti, la Ostpolitik e l’opera del Casaroli, visitando ai Paesi dell’Est come Segretario di Stato, si era prodigato in favore di Vescovi, Sacerdoti e fedeli di Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia, vittime di condanne, torture, carcerazione, lavori forzati.
Con il paziente dialogo della Chiesa si è iniziata l’opera di erosione di un sistema, il cui obiettivo era controllare lo spirito dei popoli, i giovani, le coscienze, il senso del diritto profondo.
La sfida si poneva su questi termini: “Giova di più alla Chiesa far fronte al comunismo con una resistenza a oltranza, oppure, questa resistenza, fermissima nei principi, ammette limitate intese su cose possibili e oneste?”. Bisognava chiedere la libertà religiosa, per dare valore alla libertà di coscienza, il grande risultato ottenuto da Helsinki sull’Unione Sovietica, cui interessava solo la libertà dei confini.
“La libertà di coscienza è stata un’arma molto forte contro il comunismo. Ha prodotto effetti nel tempo, quale strumento di contrasto psicologico, politico e culturale; ha consentito di demolire nell’opinione pubblica aspetti del marxismo ritenuti positivi. Intaccando le radici della loro teoria, mostrava le violazioni sistematiche dei diritti umani e sociali e l’errore antropologico alla base del comunismo, che era mancanza di rispetto della persona, della sua dignità”.
