Viaggio tra le chiese: in San Raimondo la città incontra i suoi santi
di Riccardo Tonna  
22 Agosto 2026

Viaggio tra le chiese: in San Raimondo la città incontra i suoi santi

Lasciando alle spalle il cuore più antico di Piacenza per incamminarsi lungo corso Vittorio Emanuele, ci si imbatte in San Raimondo: una piccola chiesa da scoprire, incastonata tra i palazzi. Oggi questo luogo è un angolo di pace custodito dalle monache benedettine, un rifugio silenzioso perfetto per fermarsi a riflettere. Tra queste mura, però, si respirano anche le vite di  due santi piacentini: san Raimondo Palmerio e santa Franca.

La struttura che ammiriamo oggi risale al Settecento. Fu ricostruita tra il 1729 e il 1774 su un progetto attribuito a Marco Aurelio Dosi. L’impronta barocca si nota subito nella pianta a croce greca e nella grande cupola ottagonale che riempie lo sguardo appena si alza la testa. Entrarci dà una strana sensazione: lo spazio è intimo, raccolto, ma ha comunque una sua solennità. Le decorazioni e i dipinti non sono solo decoro, ma guidano in un viaggio fatto di arte e spiritualità. Eppure, la bellezza settecentesca è solo l’ultimo strato di questa storia. Nella struttura attuale batte infatti un cuore molto più antico, legato alla chiesa medievale dei Dodici Apostoli. È proprio lì accanto che nacque il primo ospedale della città, voluto e fondato da Raimondo Palmerio per aiutare i più bisognosi.

 

San Raimondo

Nella foto, la statua nella chiesa di San Raimondo che raffigura la virtù della Vigilianza.

Le quattro Virtù e gli otto putti

Tra gli elementi più suggestivi dell’interno spicca il gruppo delle quattro grandi Virtù, alte circa due metri e mezzo, scolpite in legno monocromo, simulante il marmo, e accompagnate da otto putti. Realizzate dopo il 1760, sono attribuite allo scultore fiammingo Giovanni Geernaert, attivo a Piacenza. Le figure rappresentano l’Umiltà, l’Elemosina o Carità, la Vigilanza e la Fede, ciascuna riconoscibile attraverso gli attributi che ne accompagnano la rappresentazione.

 

san Raimondo

La statua nella chiesa di San Raimondo che raffigura la virtù della fede.

L’Umiltà abbassa lo sguardo e ha accanto a sé i simboli della rinuncia alla gloria terrena; la Carità, rappresentata anche come Elemosina, porta frutti e un sacchetto di monete, mentre i due angioletti ai suoi piedi recano il pane. La Vigilanza tiene una lucerna e guarda verso l’alto: ai suoi piedi compaiono un campanello e un gallo, simboli dello stare desti. Infine la Fede, dalla figura sinuosa e quasi fiammeggiante, rivolge lo sguardo al cielo e porta la mano al cuore; gli angioletti la accompagnano con il Rosario, il libro della preghiera e il turibolo.

È un piccolo teatro barocco nel quale ogni gesto, ogni oggetto e persino la posizione degli sguardi hanno un significato. Le quattro figure non sono semplicemente accostate: sono costruite secondo un raffinato gioco di simmetrie, atteggiamenti e movimenti che le mette in relazione tra loro. Gli otto putti, con le loro pose giocose e dinamiche, aggiungono leggerezza alla solennità delle grandi statue.

 

San Raimondo

La tomba di Santa Franca nella chiesa di San Raimondo.

Due tombe, due vite donate: San Raimondo e Santa Franca

Il vero valore di San Raimondo va oltre l’arte: la chiesa custodisce le storie intrecciate di due straordinari santi medievali piacentini.

Raimondo Palmerio: un uomo comune, marito e padre. Dopo lunghi pellegrinaggi, scelse di dedicare la vita ai più deboli. Fondò un ospedale nel 1175 e girava per Piacenza con una croce sulle spalle per raccogliere aiuti.

 

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La tomba di San Raimondo.

Franca da Vitalta: una giovane nobile diventata badessa a soli 24 anni. Desiderosa di una vita più spirituale e rigorosa, abbracciò la riforma cistercense e fondò una nuova comunità a Pittolo, dove mori nel 1218.

Oggi riposano l’uno accanto all’altra nelle cappelle laterali, unendo per sempre due modi diversi ma speculari di vivere la fede e l’amore per il prossimo.

 

San Raimondo, un monastero nel cuore della città

La storia di questa chiesa vive in simbiosi con quella del suo monastero. Fin dal Quattrocento il complesso ha ospitato le monache cistercensi, conosciute poi come Monache di San Raimondo, fino alla dura prova delle soppressioni napoleoniche del 1810. In quel periodo le religiose furono costrette a disperdersi e la chiesa venne svuotata della sua funzione originale, finendo per essere usata nei modi più diversi. La rinascita arrivò nel 1827 grazie a madre Teresa Maruffi. Con grande determinazione, la madre riuscì a radunare nuovamente alcune monache, facendo tornare il monastero punto di riferimento con l’aggiunta di un collegio per l’educazione e l’istruzione delle giovani. Dopo varie vicissitudini, nel 1971, sulla scia del Concilio Vaticano II, la comunità sceglie di fare un ulteriore passo, dedicandosi interamente alla vita contemplativa.

 

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L’interno della chiesa di San Raimondo.

Una comunità benedettina che guarda al futuro

Oggi, dietro le antiche mura del monastero la vita continua e, nel silenzio della clausura, la comunità benedettina guarda al futuro. Alla guida delle monache c’è madre Maria Emmanuel Corradini, abbadessa, figura conosciuta anche fuori diocesi per il suo impegno nella formazione spirituale e per le meditazioni proposte alla Chiesa intera.

Il segno più significativo di questa vitalità è rappresentato dalle nuove vocazioni. In un tempo nel quale la vita consacrata femminile conosce in molte realtà una progressiva diminuzione delle presenze, San Raimondo ha sperimentato invece l’arrivo di giovani interessate a conoscere la vita monastica e a intraprendere un cammino di discernimento.

Così, accanto alle tombe di san Raimondo e santa Franca, alle opere d’arte e alle memorie di secoli di storia, si incontra una comunità che continua a interrogarsi sul presente. È forse questo il tratto più sorprendente di San Raimondo: le nuove vocazioni sono un segno di speranza e ricordano che il silenzio di un monastero non è assenza di vita, ma può diventare il luogo nel quale una vita nuova prende forma.

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