Colori diversi, passione identica: il Mondiale è una festa per tutti
I colori delle maglie sono differenti, ma la passione è identica: il Mondiale di calcio annulla differenze e distanze.
La messicana suor Martha Perez delle suore Figlie di Gesù Buon Pastore (in servizio a Guadalajara dopo anni di presenza al convento di Piacenza) con le consorelle non si è persa una partita di questi Mondiali, ospitati anche dal suo Paese d’origine: “Stiamo vivendo il Mondiale con una grande speranza che unisce tutto il Messico. Ogni partita diventa un’esplosione di emozioni: grida, risate, nervosismo e grandi festeggiamenti. Nelle case, per le strade o nelle piazze, le famiglie e gli amici si riuniscono per condividere questo momento così speciale. Tutti abbiamo il cuore in campo”.
La comunità delle suore Figlie di Gesù Buon Pastore a Guadalajara, in Messico.
Sentimento comune
“Per il nostro Paese continua suor Martha – il Mondiale rappresenta molto più del calcio. È un evento sociale che rafforza la nostra identità, la speranza e l’orgoglio di essere messicani. Inoltre, il Mondiale è una motivazione sportiva per i bambini e i giovani: nel vedere la nostra nazionale e vivere l’atmosfera, nasce in loro l’ideale di diventare calciatori. Questo diventa un sostegno per non cadere nei vizi e nell’ozio. Siamo orgogliosi della nostra nazionale. Al di là dei risultati (gli ottavi di finale, ndr), abbiamo già vinto: abbiamo una squadra che sa lavorare insieme, e sono uomini di fede. Il Mondiale ci ricorda che, quando siamo uniti, la gioia è più grande e il cuore si riempie di speranza”.
Suor Janete Ribeiro, missionaria scalabriniana, con la maglia del suo Brasile.
Suor Janete Maria Santos Ribeiro, missionaria di San Carlo-Scalabriniana, Segretaria provinciale, responsabile della formazione e delle vocazioni della Provincia italiana, ha alle spalle molti anni di missione tra i migranti in America e in Europa. Attualmente è in vacanza dalla famiglia in Brasile: “Tifare per la propria squadra significa condividere un’identità collettiva e un profondo senso di appartenenza, trasformando lo sport in un rito sociale in cui la comunità esprime i propri valori, la sua storia e il suo attaccamento al territorio. I Mondiali di calcio ispirano le nuove generazioni promuovendo l’attività fisica e la salute e stimolano l’economia. La Coppa del mondo unisce persone di culture, lingue e religioni diverse attorno a una passione condivisa, permettendo ai tifosi di sentirsi parte di un unico grande evento globale”.
Ricordi e speranze
Don Alphonse Lukoki, parroco di Ponte dell’Olio, congolese.
Il “prete calciatore” don Alphonse Lukoki, parroco di Ponte dell’Olio, ha applaudito il Congo tornato ai Mondiali dopo oltre 50 anni e arrivato ai 16esimi: “Quand’ero bambino, per vedere la partita si radunavano in 50/60, sistemandosi anche alla finestra di chi aveva la tv. Oggi tutti riescono a seguire le partite, e il senso di identità e di appartenenza, indossando la maglia della Nazionale, riunisce tutti i congolesi in patria e nel mondo”.
Don Juan Diego Torres Rio, colombiano, di fronte al campetto dell’oratorio di San Giuseppe Operaio.
Difensore o portiere, don Juan Diego Torres Rio – vicario parrocchiale della parrocchia di San Giuseppe Operaio a Piacenza, ora anche amministratore parrocchiale a Zerba – è originario di Medellin: “Tifare Colombia riporta alle mente tanti ricordi del passato e tante speranze per il presente: vincere nel calcio unisce nella festa e aiuta tutto il Paese come segno di pace, soprattutto ora che occorre superare le spaccature seguite alle ultime elezioni politiche“.
Il sacrestano di San Giovanni e Santa Brigida, Jean Marie Ndione, ha applaudito l’ottimo Mondiale del Senegal (beffato dal Belgio ai 16esimi): “Per un Paese dove il 63% della popolazione è sotto i 30 anni, il calcio è uno sport molto importante. Tifare Senegal da qui è condividere una passione per un evento che trascina tutti e cancella le distanze”.
Jean Marie, sacrestano di San Giovanni in Canale, con la maglia del Senegal.
Sul campo, intanto, si avvicina la conclusione con l’atteso verdetto finale. Le semifinali saranno tra le prime 4 squadre del ranking mondiale, le stesse che i bookmakers indicavano come favorite già prima del torneo: da un lato tra la Francia di Mbappé e Dembélé e la Spagna di Yamal e Rodri, dall’altro lato tra l’Inghilterra di Kane e Bellingham e l’Argentina di Messi e Alvarez.
E se la Chiesa fosse una squadra di calcio?
E se la Chiesa fosse una squadra di calcio? Alla domanda ha risposto, con un brillante “carosello” su Instagram, la Prensa Arzobispado de Guadalajara. L’organo ufficiale di comunicazione dell’Arcidiocesi di Guadalajara, città messicana il cui avveniristico stadio “Akron” ha ospitato quattro partite del Mondiale di calcio in corso, verticalizza con efficacia ricordando che “tutti siamo chiamati da Cristo per servire con i doni che abbiamo ricevuto da Lui”.
Ecco allora che il portiere è “chi protegge la fede” come i sacerdoti, i catechisti e i genitori, il difensore “è attento alle necessità degli altri” come i volontari e i religiosi, l’attaccante va “in tutto il mondo a proclamare il Vangelo” come i missionari che annunciano Cristo, e il centrocampista “costruisce ponti” nel promuovere il dialogo, l’unità e la comunione.
“Tutti siamo parte della stessa squadra” aggiunge il post, concludendo con la fatidica domanda: “In che ruolo giocheresti tu?”.
