Possiamo, anzi dobbiamo pregare per i nostri figli
“Non nominare il nome di Dio invano”. Cosa significa per un genitore?
Questo comandamento può farci riflettere su come stiamo pregando per i nostri figli:
abbiamo fiducia nel progetto di Dio, o viviamo nell’ansia di realizzare i nostri progetti per loro?
Nel libro “Genitori sta a noi” (Mimep Docete) racconto, relativamente al secondo comandamento,
la storia di una mamma che pregava incessantemente perché suo figlio lasciasse il seminario:
non voleva, infatti, che diventasse sacerdote. Chiedeva che si facesse
la sua volontà di madre, non quella Dio. Questo
è pregare invano, cioè, chiamare in causa il Signore per fargli compiere qualcosa che andrebbe contro
il suo cuore di Padre. Quel figlio, alla fine, è diventato sacerdote e la mamma ha cambiato modo di pregare…
Nella sua testa si vedeva già nonna, magari s’immaginava a cucinare per interminabili pranzi di Natale e a preparare le merende per i suoi nipoti. E invece suo figlio, ormai adulto e pieno di doni, veniva a dirle che entrava in seminario: pensava seriamente al sacerdozio.
I progetti fatti da una vita – dalla madre – stavano andando in fumo. Non riusciva ad accettarlo. E così il rapporto con quel figlio è diventato teso, difficile. Ogni dialogo si trasformava in discussione. Lei voleva solo fargli cambiare idea. Il figlio, però, non retrocedeva. Dentro, sentiva la chiamata. Aveva messo mano all’aratro e non si volgeva indietro. “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me”, dice il Signore nel Vangelo. E quel ragazzo lo aveva preso in parola.
Come pregare?
La donna chiedeva a Dio che quel figlio uscisse dal seminario. Senza se e senza ma. Chiedeva solo questo a Dio, era un disco rotto: perché doveva chiamare proprio lui? Non si metteva in ascolto di una voce diversa, non accettava un finale differente. E dire che era stata proprio lei a trasmettergli la fede!
Un giorno, la mamma, testarda, ha deciso di andare a Lourdes. Voleva convincere pure la Madonna a interferire nei piani alti, perché quel figlio tornasse sui suoi passi. Finalmente, però, durante il pellegrinaggio, qualcosa si è sciolto in lei. La sua preghiera è cambiata.
“Maria ha risolto la cosa – racconta il figlio, oggi un bravissimo sacerdote -. Non so cosa si sono dette, tra donne, so solo che, quando è tornata da quel pellegrinaggio, mi ha detto: Vai. Ed era felice”. Cosa c’insegna questa storia? Che la prima cosa da desiderare come genitori cristiani è che Dio compia il suo disegno in loro. Che i figli vivano una vita santa, ma nella strada pensata da Lui, non da noi.
Perché pregare per i figli?
Possiamo, dobbiamo, pregare per i nostri figli. Preghiamo che siano illuminati dallo Spirito Santo, che restino lontani dal peccato e che non si perdano, ma su come mettere a frutto i loro talenti, lasciamo fare a chi ne sa di più. A chi li ha creati.
Noi siamo il tramite della vita, non i detentori; siamo strumenti, ma il fine è che siano pienamente sé stessi, non nostre fotocopie o schiavi dei nostri progetti. Non pregare invano, ovvero non pregare te stesso credendo di parlare con Dio. Prega Colui che tutto può, tutto sa. Tutto trasforma: in bene, nel vero, massimo, sommo bene che tu ancora, forse, neppure immagini.
Il prossimo articolo sarà pubblicato lunedì 15 giugno 2026
