E se non abbiamo saputo dire “sì” alla vita?
Il senso di colpa
Il quinto comandamento (“Non uccidere”)
dalla prospettiva di un genitore apre inevitabilmente
ad un argomento tanto discusso quanto delicato:
quello dell’aborto.
Non si intende, in questo articolo, giudicare nessuno.
Al contrario (senza negare che, tanto per scienza,
quanto per la nostra fede cristiana, la vita inizi
e sia degna di rispetto dal concepimento) v
ogliamo aprire orizzonti di speranza.
Lo facciamo attraverso storie di perdono e di rinascita.
Molti vivono il senso di colpa dopo un aborto
e non sanno perdonarsi.
C’è chi dice che la cosa riguarda quelle persone soltanto:
ciascuno deve assumersi il peso delle proprie azioni.
Il cristianesimo, però, va oltre:
ci chiama alla prossimità,
ci chiede di testimoniare la Resurrezione.
Forse alcuni di voi hanno visto il film “October Baby” (del 2011). Racconta la storia di Hannah, una ragazza che scopre di essere sopravvissuta a un aborto fallito e che i suoi problemi di salute derivano proprio da quel tentativo. Sconvolta dalla verità rivelata dai genitori adottivi, parte alla ricerca della sua madre biologica.
Una scelta d’amore
Il film mostra senza giudizi il dolore profondo che l’aborto può lasciare nel cuore di una donna che interrompe volontariamente una gravidanza e al tempo stesso evidenzia che da quell’aborto mancato è nata una vita preziosa. Presenta l’adozione come scelta d’amore e non come ripiego.
La narrazione punta alla riconciliazione e al perdono, che Hannah sperimenta in modo liberante.
Ciò che colpisce di più, però, è qualcosa che accade fuori dalla scena, fuori dal set, ovvero nell’animo dell’attrice che interpreta la madre biologica. Ha realmente abortito, ma nessuno lo sa quando le viene assegnata la parte.
Lei accetta e grazie al film riesce a trovare gli strumenti per gridare a Dio il suo bisogno di perdono e può finalmente far pace con un vissuto mai dimenticato.
La Vigna di Rachele in Italia
Il Signore può raggiungerci nei modi più impensati. Per questa donna – un’attrice – Dio ha scelto proprio il linguaggio del cinema per parlarle al cuore e ricondurla a sé. Naturalmente, non tutte vivranno un cammino così singolare: non tutte ritroveranno pace, riconciliazione con il cielo, con il figlio mai nato e con se stesse attraverso una pellicola.
C’è però una realtà che si fa vicina a chi porta dentro di sé la ferita dell’aborto e si chiama Vigna di Rachele.
Nel loro sito si legge: “La Vigna di Rachele è un apostolato internazionale per curare la ferita umana e spirituale generata dall’aborto volontario, nato negli Stati Uniti circa 30 anni fa, oggi presente in 50 Stati e in tutti e cinque i continenti. La fondatrice, Theresa Burke, è una psicoterapeuta cattolica, e la peculiarità di questo modello è l’approccio integrato che tiene insieme l’aspetto umano‑psicologico, spirituale e fisico, cioè tutti gli aspetti dell’umano. In Italia la Vigna di Rachele esiste dal 2010 e dal 2023, alla sede di Bologna, si è aggiunta quella di Bergamo”.
Esperienze vere
Se nel tuo cuore senti questa ferita, o conosci qualcuno che la porta con sé, forse la Vigna di Rachele può essere un luogo in cui iniziare a guarire.
Nel sito troviamo testimonianze preziose di persone che hanno ricominciato a respirare la vita a pieni polmoni. Ad esempio: “Questo ritiro mi ha trasformato in quanto mi ha fatto vedere realtà toccanti e prendere decisioni forti per la mia vita. La funzione commemorativa ha risvegliato in me la certezza dell’esistenza dei piccoli e la loro entrata nella vita eterna”.
Se Gesù fosse rimasto nel sepolcro, queste iniziative sarebbero vane; tutta la nostra fede sarebbe vana e non esisterebbe alcuna consolazione. Ma Cristo vive, anche nei figli mai nati. E risorge, anche dalle macerie del nostro cuore.
E gli altri comandamenti coniugati in famiglia?
Quelli pubblicati li trovi qui: https://www.ilnuovogiornale.it/category/rubriche/genitori-e-figli/
Ogni settimana troverai un articolo nuovo!
