“Sei sempre il solito!”. Si uccide anche a parole
“Non uccidere” per un genitore può voler dire: non imporre paure, ma insegnare a provarci
Non uccidere significa anche chiedere scusa.
Ammettere di aver sbagliato tono,
di aver giudicato troppo in fretta,
di non aver ascoltato.
Un genitore che sa chiedere perdono
non perde autorità: educa alla verità.
Portare rispetto della vita di un figlio
significa custodire la sua unicità,
proteggerne l’interiorità.
Significa dire, con i fatti prima che con le parole:
“Tu sei un bene in te stesso,
non perché realizzi i miei progetti, ma perché esisti”.
Il comandamento allora si trasforma in una promessa:
non solo “non ti toglierò la vita”,
ma “farò di tutto perché tu possa fiorire”.
E forse la forma più alta di obbedienza a quel “non uccidere”
è proprio questa: diventare terreno buono
in cui un figlio possa crescere libero, amato
e pienamente sé stesso.
Il quinto comandamento, “Non uccidere”, assunto dal cristianesimo, non è mai stato soltanto un divieto minimale.
La Bibbia non consegna semplicemente una “norma negativa”, ma custodisce una visione positiva della vita: ogni persona è dono, è mistero, è spazio sacro.
Per questo, il “non uccidere” si trasforma, nella sua profondità, in un “custodisci”, “proteggi”, “fa’ crescere”, “abbi cura”.
“Non uccidere” oltre la lettera
Gesù di Nazaret porta questo comandamento oltre la lettera. Nel Vangelo secondo Matteo dice che non basta non togliere la vita: anche l’ira, il disprezzo, l’insulto feriscono la dignità dell’altro. È come se spostasse l’attenzione dal gesto estremo a tutto ciò che, giorno dopo giorno, può corrodere l’esistenza di qualcuno.
La vita non si uccide solo con un’arma; si può soffocare lentamente con parole, omissioni, silenzi, pretese.
Tra genitori e figli
Se questo vale per ogni relazione, diventa ancora più delicato quando si parla di genitori e figli.
Il genitore ha un potere enorme: è il primo sguardo in cui il figlio si specchia, la prima voce che gli dice chi è, il primo abbraccio che gli fa capire se il mondo è un luogo sicuro.
In questo senso, “non uccidere” significa anzitutto: “merita la fiducia di tuo figlio e aiutalo a scoprire chi è”.
Si può “uccidere” un figlio quando non si vedono i suoi sogni.
Quando si dà un’etichetta: “Sei sempre il solito, non capisci niente”.
Quando si confronta continuamente con altri, insinuando che non è abbastanza: “Ma l’hanno fatto tutti i tuoi compagni, possibile che tu non ci arrivi?”.
Quando si decide per lui tutto, anche ciò che dovrebbe scoprire da solo.
Quando non si chiede mai: “Tu cosa desideri davvero?”, ma si impone il proprio progetto.
L’indifferenza
C’è, poi, un modo sottile di uccidere che è l’indifferenza. Non è violenza esplicita, ma assenza.
Quanti genitori, concentrati nell’affermare se stessi, presi dai loro drammi, trascurano l’interiorità dei figli!
Uccidere è anche questo: non vedere. È non accorgersi della sua tristezza, non notare i suoi silenzi, non vedere la fatica dietro un brutto voto o un comportamento difficile.
È vivere accanto a lui senza veramente incontrarlo.
Il possesso dell’altro
C’è poi la forma del possesso: trattare il figlio come una proprietà, come un’estensione della propria identità. Proiettare su di lui le ambizioni non realizzate, pretendere che percorra le nostre strade, che ripari i nostri fallimenti.
In quel momento non lo si ama per ciò che è, ma per ciò che dovrebbe essere secondo noi. E l’amore, quando diventa controllo, smette di generare vita.
“Non uccidere” per un genitore può voler dire: non umiliare, ma incoraggiare; non sostituirsi, ma accompagnare; non imporre paure, ma insegnare a provarci; non pretendere perfezione, ma accogliere la fragilità; non decidere tutto, ma educare alla libertà.
Rispettare la vita di un figlio significa riconoscere che non ci appartiene. Ci è affidato.
È una responsabilità che chiede maturità interiore: lavorare sulle proprie ferite, sui propri limiti, per non riversarli su di lui.
Siamo disposti a lavorare su noi stessi, per non uccidere i nostri figli?
E gli altri comandamenti coniugati in famiglia?
Quelli pubblicati li trovi qui: https://www.ilnuovogiornale.it/category/rubriche/genitori-e-figli/
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