I disabili ci aiutano a smascherarci
di Cecilia Galatolo  
01 Giugno 2026
I dieci comandamenti in famiglia - 1° Non avrai altro Dio all’infuori di me

I disabili ci aiutano a smascherarci

Qualche giorno fa mi scrive un’amica. Chiede preghiere.
Una coppia che conoscono lei e suo marito è in attesa di due gemelle.
Una delle due ha la Sindrome di Down.
E hanno deciso: non nascerà. Verrà al mondo solo la bambina sana.
Chissà quante paure, chissà
quanti consigli, richiesti o meno,
hanno spinto
questi genitori a credere che solo la vita
della figlia
con i cromosomi in ordine meriti di essere vissuta.
Sta di fatto che, senza giudicare nessuno, la mentalità eutanasica
che ci porta a eliminare tutte le vite fragili
nel grembo materno
è una forma di ideologia
molto connessa con l’idolatria del figlio.

 

Stiamo affrontando, in questa nuova rubrica, i Dieci Comandamenti dalla prospettiva dei genitori, prendendo spunto dal libro “Genitori sta a noi” (Mimep Docete) e abbiamo iniziato a vedere il primo: “Non avrai altro Dio al di fuori di me”.
Cosa accade quando il figlio prende il posto di Dio? Accade che dev’essere perfetto. Deve farmi felice, darmi soddisfazione, farmi fare bella figura davanti al mondo. Accade che gli chiedo la vita invece di dargliela: non deve rubarmi troppe energie, non deve farmi sentire triste, solo, umiliato; deve darmi gioia, mi deve appagare.
Ecco che un figlio disabile sembra tradire queste attese. Non può darmi ciò che mi darebbe un figlio sano. Richiederà più fatica… Non sarà mai come gli altri e anche io, genitore, mi sentirò diverso, tagliato fuori da certi discorsi, da certi ambienti. Se lo farò nascere, sarò chiuso in un vortice di dolore; starà male anche lui o lei, avrà una vita infelice. E allora, meglio finirla prima di iniziare questa storia infausta.

Vite luminose

A simili ideologie rispondono vite luminose. Rispondono Nicola e Giulia, di cui parlo nel libro, nel capitolo del primo comandamento. Rispondono quel papà e quella mamma che vedo ogni lunedì, a ginnastica, la cui figlia disabile con Sindrome di Down è trattata come una figlia, punto. Senza etichette. Queste famiglie sono un faro per me, madre di bambini sani: perché loro i figli li amano davvero per come sono, senza rimpiangere ciò che avrebbero potuto essere.

Un faro per me

Sono un faro per noi genitori, perché smascherano le nostre ipocrisie. Ci fanno chiedere: “Come mai ho scelto di essere genitore, per spendermi nell’amore e dare tutto o per chiedere ai figli di essere tutto per me?”. Ecco: i figli con disabilità sono dei preziosi smaschera-idoli. Quanto bene ci fanno! Quanto hanno da insegnare sull’amore autentico, quello che offre, senza pretese e ricerca di tornaconto.
Ringrazio ogni famiglia che ha saputo dire “sì” all’imprevisto (e l’imprevisto qui è la disabilità, non certo il figlio, che è molto, molto più della sua disabilità!). Ringrazio chi sa offrire speranza di fronte a diagnosi che oggi conducono quasi a senso unico verso l’aborto.
La vita non è nostra: essere sani o malati è solo questione di circostanze e di momenti. Oggi stiamo bene, domani chissà. E, comunque, moriremo tutti. Di cosa vogliamo riempire i giorni che ci separano dalla morte? Di amore o di falso amore?

Il percorso interiore

Ognuno di noi è molto più della sua condizione di salute e questi genitori, che stanno per chiudersi alla vita, non immaginano neanche di quale abbondanza di bene, di quale possibilità di crescita, di quale profumo di eternità, si stanno privando!
Come dice don Fabio Rosini, una croce abitata può farci fare un percorso interiore che non avremmo mai neppure immaginato. Scappiamo dagli idoli, sì, anche dall’idolo del figlio e del figlio sano. Torniamo a Dio. Il Dio amore. Il Dio che ci dà forza quanto più la strada si fa dura.
Scegliamo la vita, scegliamo la cura. E facciamoci prossimi gli uni degli altri, non solo a parole. Se siamo cristiani, tendiamo la mano. Concretamente. Dio farà il resto.

Il prossimo articolo sarà pubblicato lunedì 8 giugno 2026

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