Il sociologo diventato educatore professionale
di Barbara Sartori  
28 Maggio 2026

Il sociologo diventato educatore professionale

Paolo Pantrini è educatore professionale accanto alle persone con disabilità. Non è un semplice saggio, quello che ha pubblicato per Effatà Editrice con il titolo “Oltre il velo di Maya della disabilità. Educatori in cerca di senso”. Frutto della sua tesi in Scienze dell’educazione e della formazione all’Università Cattolica di Piacenza nel 2023 con la professoressa Elena Zanfroni – la seconda laurea, dopo quella in Scienze sociali per la ricerca e le istituzioni del 2015 – Pantrini unisce a un solido impianto scientifico-pedagogico l’esperienza sul campo all’associazione Assofa. Senza dimenticare le sue “passioni”, dai cammini e pellegrinaggi a piedi alla letteratura, passando per Tolkien, Camilleri e la poesia. “Vorrei suscitare domande, dar vita a uno scambio e ad un confronto con altri educatori”, è il suo auspicio.

 

Durante il Covid, all’Assofa

— Un sociologo che diventa educatore: come mai?

Avevo già lavorato per un periodo in Assofa tra il 2015 e il 2019 e nel frattempo avevo fatto ricerche in ambito sociologico e politologico, con particolare riferimento al terzo settore e alle politiche di welfare. Sono entrato poi in una start up di Milano per un lavoro più di organizzazione del database, un lavoro da computer e scrivania. Durante il Covid ero in smart working: sono tornato in Assofa come volontario, confesso prima di tutto perché avevo del tempo libero e uscire e vedere persone mi rasserenava. Ho iniziato a riscoprire la bellezza di un lavoro di relazione, in cui si cresce e si può costruire qualcosa insieme.

— Hai dedicato il libro a Giancarlo e Rosetta Bianchini: dove nasce questa scelta?

Questo libro nasce dalla mia esperienza all’interno di Assofa, quindi senza di loro la mia traiettoria di vita avrebbe avuto un’altra direzione. Giancarlo e Rosetta hanno avuto la grande capacità, ormai 40 anni fa, di credere che ci fosse bisogno di uno spazio dedicato alle persone con disabilità, perché potessero realizzarsi al di là dei pregiudizi, di una visione molto medicalizzata della disabilità. Hanno saputo vedere persone a 360 gradi, con bisogni di tempo libero, bisogni di spiritualità, bisogni di socialità. Questo sguardo ha dato vita a un progetto che è tuttora in corso. Hanno insomma aperto una storia che ha grande valore sul piano pedagogico, antropologico, oltre sociale. E hanno anche avuto la capacità di credere in chi adesso è lì come educatore, assistente, o volontario.

 

 

il testo di Paolo Pantrini non è solo un saggio, è il frutto della sua esperienza di educatore professionale all'associazione Assofa

La copertina del libro di Paolo Pantrini.

 

 

Educare è un cammino e anche l’educatore scopre chi è

— «Educare è un cammino», scrivi: fuor di metafora?

Sono un appassionato di cammini a piedi: il cammino è sempre un cammino di scoperta degli altri e di se stessi. E porta ad affrontare tratti più semplici, più segnati, e tratti faticosi, impervi. Queste dimensioni valgono anche nella pratica educativa. Lavorando nella disabilità, si incontrano persone che talvolta possono avere dei peggioramenti ineludibili dovuti a un decadimento neurologico o fisico, ci possono essere problematiche organizzative che non ti consentono di gestire l’attività come vorresti. O ancora può succedere che la persona con cui ti sei dato degli obiettivi è malata e resta assente per un lungo periodo.

— C’è uno “specifico” dell’educatore accanto alle persone con disabilità?

È opportuno fare un distinguo tra strumenti e tecniche di intervento, ciò che concerne il “fare”, e senso e significato, ossia lo “stare”. Nel primo ambito ovviamente vi possono essere specificità. Se una persona ha un certo funzionamento – per adottare il linguaggio dell’ICF e della Convenzione Onu -, per renderle possibile esprimersi, acquisire autonomie, stare bene a livello fisico e psichico, ho a disposizione alcuni strumenti: la Comunicazione Aumentativa Alternativa, lo storytelling, le carte oggetto, la musicoterapia, l’arteterapia, il lavoro in gruppo… Si tratta di strumenti tecnici – ciò che consente di lavorare con la persona – non il fine, che resta sempre la persona. E giungiamo così al secondo ambito. In questo caso parlare di specifico ci fa rischiare – per citare Viktor Frankl – di ridurre la persona ad una dimensione fisica o psichica, a ciò che non funziona o non collima con una supposta normalità nella sua mente e nel suo corpo.

 

Disabilità: non cadiamo nel tranello del «noi» e «loro»

— Con quali conseguenze?

Si rischia di far diventare la persona un oggetto, di creare un “noi”, normali, esperti della cura, e un “loro”, speciali, incapaci, bisognosi di cure e assistenza. A noi, come educatori, sta invece riconoscere la dignità della persona come totalità di corpo, mente e coscienza, e accompagnarla nel cammino della vita, cogliendo e soprattutto facendole cogliere ed esprimere il proprio, realizzando il proprio compito. Ognuno è protagonista della propria storia di vita, ma come in tutte le unità narrative ci sono diversi personaggi: noi educatori possiamo essere tra questi e giocare un ruolo importante, di incontro e apertura del possibile. Realizzarsi nella propria storia di vita non deve per forza essere visto come la grande conquista e la grande autonomia. Per tante persone ciò non è possibile, ma ognuno ha le proprie possibilità di realizzazione, magari minute, celate nelle pieghe della quotidianità.

— Un esempio?

Al centro estivo seguivo un giovane adulto con una sindrome rara: per lui il momento più difficile, paradossalmente, era il pasto. Non voleva mangiare, scappava, si buttava a terra… Si è trattato di ottenere la sua fiducia per arrivare a gestire quel momento in modo da poter mangiare, se non tutto, almeno qualcosa, e farlo con serenità.

 

Il compito di un educatore

— Come si costruisce fiducia?

Conoscendo la persona e non cedendo alla tentazione di arrendersi. La potenzialità dell’altro va vista nella concretezza del quotidiano. Il filosofo McIntyre ricorda che la persona è un’unità narrativa, che ha un passato, un presente e un futuro che si apre. Il protagonista non sono io, è l’altro. Nel caso che ho citato, il “compito” che si apre è affrontare il momento del pranzo, con, da parte mia, la speranza che sia possibile. Una speranza da intendersi non in senso emotivo, ma nel senso di prendere coscienza che di fronte a difficoltà, a fatiche, a fallimenti – miei e suoi – c’è un oltre possibile. Usando la suggestione del cammino, dopo la salita impervia, dopo la discesa ghiaiosa, c’è una meta.