«Mio zio tra i martiri albanesi beatificati da Papa Francesco»
Albert Kurti proveniente dall’Albania, vive con la famiglia a Pontenure. Ha pubblicato un libro fotografico a ricordo dello zio don Shtjefen. 38 sono i martiri beatificati che hanno trovato la morte per aver testimoniato con la propria vita la fede in Cristo
I primi 38 martiri del regime comunista in Albania sono stati beatificati. Due vescovi, ventuno sacerdoti diocesani, sette francescani, tre gesuiti, quattro laici (tra i quali una donna) e un seminarista che dal 1945 al 1974 hanno trovato la morte per aver difeso con la vita la fede e il nome di Cristo. Tra loro vi è don Shtjefen Kurti che ha trovato la morte a 72 anni per aver battezzato un bambino.
A raccontare la sua storia è Albert Kurti, suo bisnipote, cresciuto in Albania nel terrore comunista e oggi residente a Pontenure, che in occasione della beatificazione dei martiri albanesi ha deciso di pubblicare un album fotografico in onore e ricordo dello zio martire.
“Mio zio è nato a Prizen nel 1898, in Kosovo – ha ricordato Albert Kurti -, diventato sacerdote nel 1922, alcuni anni dopo insieme ad altri due sacerdoti scrive una petizione davanti alle Nazioni Unite a Ginevra per portare a conoscenza di tutto il mondo il genocidio che subiva la popolazione kosovara”. Don Kurti con coraggio denuncia l’uccisione del sacerdote e grande patriota padre Shtyefen Ghecovi da parte dei serbi. “Dopo questo, mio zio minacciato di morte da parte delle organizzazioni serbe, lascia la sua terra e raggiunge l’Albania”.
Le accuse e la carcerazione
Inizia una nuova vita per don Kurti: prima prete del villaggio di Gurrez di Kruja e poi nel 1938 alla guida della Chiesa a Tirana. L’Albania in quegli anni è sotto il potere nazifascista, una dittatura dura, ma quando arrivano i liberatori comunisti le cose precipitano: “nel 1944 inizia il calvario dell’inferno comunista per tutto il popolo albanese e soprattutto per il clero cattolico”, ha ricordato Kurti.
Anche per il sacerdote arriva l’incontro col regime, precisamente nel 1946, quando viene chiamato dal dittatore Hoxha e dal suo vice Shehu con un compito preciso: abbandonare la chiesa cattolica. Con il netto rifiuto del sacerdote scatta l’arresto nell’aprile del 1947 e la condanna alla prigionia, con l’accusa di associazione con agenti stranieri, a ben vent’anni di carcere.
Anni duri e di solitudine: “mia nonna Leze mi raccontava sempre di quando saliva sui rimorchi di camion per andare nella prigione di Burrel, per fargli visita e portargli qualcosa da mangiare” -ha sottolineato Albert Kurti -; sono in possesso di una lettera in cui lo zio, scrivendo dalla prigione, mandava la sua benedizione dal sedicesimo anno di sofferenza”. Una copiosa corrispondenza quella tra il sacerdote martire e la famiglia, “lettere tutte conservate da mio padre, che non teneva conto del regime e dei rischi che correva, anche dopo la condanna a morte”.
I lavori forzati e una nuova accusa
Gli anni trascorrono, l’Albania diventa un Paese ateo e proprio in quell’anno don Shtjefen Kurti viene costretto a lavorare nella cooperativa Gurez e nel forno dove si faceva il pane. “Mio zio lasciato il carcere doveva dormire in una stanza nel bel mezzo del villaggio – ha aggiunto il nipote – il “nemico del popolo”, come era stato definito, poteva così essere controllato dai servizi segreti e dal popolo stesso”.
“Di quegli anni mi ricordo il tempo che trascorrevo con lui quando mio nonno Kel andava da lui in cooperativa a prendere in affitto le pentole di rame per fare la grappa. Tre giorni durava la produzione e io quel tempo lo trascorrevo con lui”.
Pareva così che l’incubo comunista per il sacerdote avesse contorni meno bui: “mia nonna una volta gli chiese se potessero ancora fargli del male, ma lui diceva che ormai era vecchio e che l’avrebbero lasciato in pace. Invece no, “il vecchio di 72 anni” nel giugno del 1970 viene nuovamente arrestato insieme a sei contadini con l’accusa di aver fatto cadere il potere del popolo e aver battezzato un bambino.
La condanna a morte e la fucilazione
Scatta così la condanna a morte, alla fucilazione per crimine di sabotaggio.
“Mio zio è stato arrestato con sei contadini tutti analfabeti, con l’accusa di aver attentato al regime per una presunta frase detta in prigione: Dio ci salvi da questo partito – ha puntualizzato Kurti -, oltre di aver avvelenato il pane del popolo e aver rubato. Se loro dicono che «ho detto queste cose, io accetto, aveva lui ribattuto». Decisione irrevocabile, nonostante il tentato ricorso, “mio padre mi raccontava sempre che la famiglia apprese la notizia dalla radio e che quella sera erano pronti ad essere arrestati pure loro”. La fucilazione avviene e alla famiglia non è stato nemmeno più restituito il corpo: fu dato in uso a studenti di medicina.
Erika Negroni
“Non potevo fare il segno della croce”
Albert Kurti ha vissuto la sua giovinezza in Albania tra silenzi e fede nascosta
(E. N.) Albert Kurti, che oggi vive come già detto con la famiglia a Pontenure, ha alle spalle un’infanzia e una giovinezza trascorsa in Albania.
“Sono nato nel 1964 e nel 1967 sono state chiuse tutte le chiese – racconta Kurti -: a quei tempi si aveva paura, non potevi parlare. Bastava un niente e si veniva arrestati per propaganda, non importava quanti anni avessi; non si poteva nemmeno fare il segno della croce e quando lo facevamo in casa i miei genitori mi dicevano di non dirlo con nessuno”.
Un regime che voleva annientare il clero e la sua credibilità, “quando andavo alle medie ci avevano portato in visita al Museo ateo di Scutari e lì vi era il documento in cui si provava la condanna a mio zio ed io stavo zitto”.
Solo con l’arrivo della democrazia la figura di don Kurti viene rivalutata ma le conseguenze per Albert Kurti si protraggono a lungo: “Quando ho finito il liceo non mi hanno permesso di iscrivermi all’Università. Per tre anni ho lavorato e solo nell’ ‘84 ho potuto accedervi”. Oggi Albert Kurti vive con libertà la sua fede cattolica, attivo in parrocchia e con la volontà di non dimenticare e non far dimenticare la verità. Don Shtjefen Kurti pochi giorni dopo la beatificazione è stato insignito del massimo riconoscimento dello Stato Albanese, la “Medaglia alla bandiera” e ha visto riconoscere ancora con maggiore nitidezza la sua innocenza, aperti gli Archivi di Stato sono spuntati i nomi dei dieci agenti segreti del regime che hanno costruito le false accuse contro il sacerdote.
Quello di don Kurti insieme agli altri 37 martiri è “sangue che rinnova la storia”, ma trasmettere questa eredità ai giovani è complesso, come ha ricordato Kurti: ai ragazzi di oggi, quando cerco di spiegare loro, non è semplice, non riescono nemmeno a immagine la situazione di allora”.
Pubblicato a pag. 24 dell’edizione di giovedì 15 dicembre 2016
