Rinascere dalle rovine
Ilaria Cella nel 2005 era sul bus 30 in cui si fece esplodere un terrorista a Londra. La sua vita l’ha dovuta ricostruire pezzo dopo pezzo: “portavo la Medaglia miracolosa, la Madonna mi ha protetto nell’attentato e nel lungo percorso di recupero”
“Ci metterai due anni”. Ad Ilaria suonava un’eternità. Ma se a dirtelo è una persona che è passata, come te, in mezzo alla furia cieca di un attentato terroristico, e ne è uscita viva – a pezzi, ma viva – allora vale la pena di fidarsi. Sai che non parla per sentito dire, anche se l’hai conosciuta attraverso la Rete. È quasi un angelo, che ti invita a non temere, a non perdere la speranza: la vita può risvegliarsi dalle rovine.
Ilaria Cella, piacentina trapiantata a Londra, il 7 luglio 2005 è sull’autobus numero 30 che da Marble Arch porta ad Hackney Wick. Sta andando al lavoro, come ogni mattina. Riveste una posizione dirigenziale in una grande azienda.
Una deflagrazione improvvisa spezza la sua routine e quella di tanti pendolari. Ilaria perde i sensi. Quando riapre gli occhi, si ritrova con metà del giubbotto a brandelli, ferita, coperta dalle lamiere. Intorno sirene, grida, urla.
Seduta vicino al kamikaze
“Abbiamo saputo solo ore dopo di essere stati vittime di un attentato. Forse oggi di fronte a un fatto simile sarebbe il primo pensiero. Nel 2005 no. Io credevo anzi – e mi perdoni per questo – che fosse colpa dell’autista, che fosse ubriaco e avesse causato un incidente”.
Incontriamo Ilaria in occasione di una visita a Piacenza ad amici e parenti. Londra è ormai casa sua e, nonostante sia stata teatro di un evento che ha drammaticamente segnato la sua vita – e che pure non esita a guardare come una sorta di “benedizione”, per quel che le ha permesso di costruire e di diventare – non ci pensa un attimo ad abbandonarla.
“A Londra ho trovato una seconda famiglia; essere immersa in tante culture differenti è stimolante. Respiro lo spirito di una Chiesa allargata. Il problema di Londra – sorride – è che le chiese hanno troppe poche panche. L’80% dei miei amici va a messa la domenica. Le scuole cattoliche sono ricercate dalle famiglie e sono l’occasione per riavvicinare gli adulti alla fede. La charity (la carità, nda) coinvolge le aziende. Se organizzo una raccolta fondi per una iniziativa, la mia ditta mi assicura che raddoppierà la cifra che riesco a raccogliere. Lo fa anche perché ha degli sgravi fiscali, è vero. Ma è qualcosa che mi colpisce sempre”.
Parlando, ogni tanto Ilaria sfiora con le dita la Medaglia miracolosa che porta al collo. È alla protezione della Vergine – attraverso questa speciale immagine che venne affidata a Caterina Labouré nella prima metà dell’Ottocento durante un’apparizione a Parigi, nella casa delle Figlie di san Vincenzo de’ Paoli di Rue du Bac – che attribuisce il fatto di essere uscita dal bus numero 30 con le sue gambe. Pensare che, due sedili dietro di lei – scoprirà dai rilievi di Scotland Yard – sedeva l’uomo che si è fatto saltare in aria. Altri tre avevano agito sulla metropolitana. Per quello era stata bloccata. Il bilancio è di 56 morti e circa 700 feriti. Contando solo il bus numero 30, i morti furono 13.
La Medaglia nello zaino
La bomba era esplosa davanti la sede della British Medical Association, l’organismo deputato a gestire le emergenze. Era stato chiuso per precauzione e l’assenza di un coordinamento contribuì in quei momenti a incrementare il caos.
“Il primo pensiero era recuperare le chiavi di casa, che erano rimaste nella tasca della parte sinistra del giubbotto, quella intatta”. Viene portata in un ospedale di periferia, medicata alla bell’e meglio dal personale disponibile. Ha una ferita profonda alla gamba e non ci sente dall’orecchio destro. Quando la spogliano, trovano, infilata nella biancheria, una medaglietta che raffigura la Madonna. L’aveva comprata a Roma tempo prima. “Mi era piaciuta questa Madonna con le braccia spalancate, ma non sapevo nulla della Medaglia miracolosa né della promessa fatta da Maria che chi l’avesse portata con fiducia avrebbe ottenuto grandi grazie. L’avevo acquistata d’impulso, una per me e una per mia nonna. La mia la tenevo nello zaino. Si era distrutto con la forza dell’esplosione, ma la Medaglia mi era rimasta addosso”.
Per Ilaria è un segno e lo diventa sempre di più nel calvario della ripresa. La ferita alla gamba fa infezione e deve essere riaperta. Il timpano perforato causa problemi di equilibrio e difficoltà a camminare. “Il corpo aveva subito uno shock e io ero a pezzi: andavo a preparare il caffé e mi ritrovavo a fare la camomilla…”.
A Medjugorje, dove va in pellegrinaggio e lascia sul monte Podbrdo gli abiti che indossava il giorno dell’attentato, in libreria trova un libretto sulla Medaglia miracolosa. È come mettere insieme i pezzi del puzzle e vedere il disegno.
“La Madonna mi ha aiutata: ho sempre avuto accesso ai migliori medici, la famiglia e tante persone hanno pregato per me. Tra queste, una conosciuta in Internet, sopravvissuta all’attentato di Madrid. «Ci metterai due anni», disse. Mi pareva molto, ma mi sono fidata”.
Da dirigente a operatrice di un call center
“Se riesco a recuperare la mia vita – si dice Ilaria – aiuterò gli altri che non hanno più motivazioni per andare avanti”.
Lavora su se stessa, studia, va a perfezionarsi negli Stati Uniti sul metodo del “life coaching”, i percorsi motivazionali che oggi sono diventati la sua professione.
Anche sul lavoro è dovuta ripartire da zero. “Non potevo più lavorare come prima, i muscoli erano completamente tagliati e dovevo fare riabilitazione almeno 6 ore al giorno. Sono diventata operatrice di un call center ed ero quella che faceva più telefonate, sia perché ci sentivo poco – ride – sia perché avevo una motivazione fortissima: ero convinta che, se lo stimolavo, l’udito sarebbe tornato”.
A dispetto di ogni previsione medica, torna a sentire dall’orecchio destro. È il 28 novembre ed è nella cappella della Madonna della Medaglia miracolosa, a Rue du Bac, laddove Maria – il 27 novembre! – era apparsa a Labouré e dove Ilaria va ogni anno per ringraziare del dono della vita.
“È una grazia extra, che ormai non chiedevo nemmeno più perché avevo ritrovato la pace. Io credevo anche prima dell’attentato. Oggi però sono più vigile, mi rendo conto delle grazie che ho avuto, soprattutto di quelle meno eclatanti, ma altrettanto grandi. Anche essere su quel bus è stata una grazia, mi ha fatto ricominciare da capo e riuscire a fare quel che amo: sono una professionista a capo di un grosso team”.
Si rivede, Ilaria, nel pastore addormentato che riceve l’annuncio di gioia dell’angelo. “In molti mi hanno detto di aver pregato per me; è grazie a quelle preghiere, a quegli angeli, che ho potuto dire: io non mollo. La fede non si fonda sui miracoli, ma abbiamo bisogno di segni. Parlo a tutti della Medaglia miracolosa, invito a pregare, ad affidarsi a Maria. Tanti tornano stupiti: «ma lo sai cosa mi è successo?». Io sorrido. Perché lo so già…”.
Barbara Sartori
Le origini della Medaglia miracolosa
L’apparizione a Caterina Labouré e l’invito a far coniare l’immagine e a diffonderla
Nel 1830 suor Caterina Labouré, novizia delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli a Parigi, riceve la grazia di intrattenersi per tre volte con la Vergine: il 18 luglio, il 26 novembre e a dicembre. Durante i mesi precedenti, Caterina aveva beneficiato di altre apparizioni: san Vincenzo le aveva manifestato il suo cuore, il Cristo si era mostrato presente nell’Eucaristia e per la festa della Santissima Trinità le era apparso come un re crocifisso.
È nell’apparizione della Madonna del 27 novembre 1830 alle 17.30, durante la meditazione, che Caterina vede – nel posto dove ora è situata la statua della Santa Vergine del globo nella cappella di Rue du Bac – due quadri viventi che passano in dissolvenza incrociata. Nel primo, la Vergine è in piedi su una semisfera e tiene tra le mani un piccolo globo dorato; i suoi piedi schiacciano un serpente. Nel secondo, dalle mani aperte della Madonna escono raggi splendenti. “Questi raggi – spiega una voce a Caterina – sono il simbolo delle grazie che Maria ottiene per gli uomini”. Poi un ovale si forma attorno all’apparizione e Caterina vede scriversi in un semicerchio un’invocazione, mai sentita prima: “O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te”. Subito dopo l’ovale si gira e Caterina vede il rovescio: in alto una croce sormonta la “M” di Maria, in basso due cuori, l’uno incoronato di spine, l’altro trapassato da una spada. “Fai coniare una medaglia, secondo questo modello – è l’invito -. Coloro che la porteranno con fede riceveranno grandi grazie”.
A Caterina la Madonna si presenta con l’identità di Immacolata, preservata dal peccato originale dal concepimento. Solo l’8 dicembre 1854 Pio IX proclamerà il dogma dell’Immacolata Concezione. Nel 1858, nelle apparizioni di Lourdes, la Madonna confermerà a Bernadetta questo privilegio.
I simboli della medaglia sottolineano il legame inscindibile tra Maria e Gesù, che passa per la croce. Le 12 stelle corrispondono ai 12 apostoli e rappresentano la Chiesa: essere Chiesa significa amare Cristo, partecipare alla sua passione per la salvezza del mondo. La medaglia è un richiamo perché ciascuno scelga, come Cristo e Maria, la via dell’amore, fino al dono totale di sé.
Servizio pubblicato a pag. 22 dell’edizione di giovedì 22 dicembre 2016
