19 Aprile 2016

Alberto, a Santiago con la joelette: “Tutti mi dicevano: rinuncia, è un sogno impossibile”

“Non volevo che fosse un viaggio per Alberto, ma con Alberto. Non avrei mai potuto fare da solo cento chilometri a piedi. Ma un pezzettino al giorno sì, era alla mia portata. Nel resto del tragitto, altri sono state le mie gambe, il mio fiato…”.
Alberto Carenzi, 40 anni, piacentino, ai viaggi non ha mai rinunciato, alla faccia della tetraparesi spastica che dalla nascita lo obbliga a camminare con i tripodi e del medico che ai genitori aveva preannunciato un bambino incapace non solo di muoversi, ma addirittura di parlare. “Mi piacerebbe incontrarlo adesso, per smentirlo clamorosamente”, dice Alberto con la consueta autoironia che lo contraddistingue.

È stato alla Gmg di Roma, Toronto, Colonia e Sydney.
È andato in Etiopia alle missioni delle suore di mons. Torta e in pellegrinaggio in Terra Santa. Però aveva un sogno, da tutti ritenuto irrealizzabile: il Cammino di Santiago.
“Più mi dicevano «è impossibile», più mi pungolava la domanda: «perché no?»”.
Invece, nel maggio 2012, il sogno diventa realtà grazie alla determinazione di un’amica, Ada Anselmi, incontrata nel 2010 nel bar di fronte alla sede di lavoro di Alberto.
Un caffè dopo l’altro, vien fuori che lei sta per partire per Santiago. “Non so come né quando – gli assicura – ma ti prometto che la prossima volta verrai con me”.

“Negli anni ho fatto esperienza che se i nostri desideri sono per il nostro bene, Dio ci aiuta a realizzarli. Bisogna aver pazienza, non smettere di crederci e di impegnarci, ma arrivano”, sottolinea Alberto.
Il pellegrinaggio da Ponferrada da Santiago, 120 km in tutto, ne è la prova: Ada, cercando in Rete, scopre che in Francia si produce una carrozzina speciale, la “joelette”, ideata per i percorsi accidentati, e che il circolo Anspi di Fossolo di Carrara ne ha comprata una per un amico disabile. La ottiene in prestito.
Per guidarla però ci vogliono quattro persone. Come mettere in piedi un gruppo di almeno 12 elementi, il minimo necessario per affrontare il percorso?
Al grido di “Vince chi parte”, Ada mobilita i media, arrivano adesioni da Parma, da Milano.
Gente sconosciuta che diventa compagna di viaggio di Alberto per due settimane.
“Il mio limite si è trasformato in una risorsa, ha messo insieme persone di età e storie diverse. Il Cammino è metafora della vita. Se mi guardo indietro, vedo che la strada che ho percorso non l’ho mai fatta da solo. E siccome sono un appassionato della vita e voglio usare bene questo dono – sorride – ho ancora voglia di capire dove mi porterà, domani, il mio sentiero”.

Barbara Sartori

Articolo pubblicato sull’edizione di venerdì 19 febbraio 2016

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