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«Un Vescovo tradizionale ma attento al popolo». Scalabrini raccontato da don Xeres

xeres

Nato in una famiglia popolare - il padre era un venditore di vino -, Giovanni Battista Scalabrini fa parte di quella nuova schiera di Pastori nominati dalla Santa Sede che provenivano dalla base e no più dalle classi nobili della sua epoca. A ripercorrere la vita del nuovo Santo è lo storico comasco don Saverio Xeres, intervistato da don Davide Maloberti, direttore del nostro settimanale, il 28 novembre nella basilica di Sant’Antonino a Piacenza. Don Xeres, grande conoscitore del “Vescovo dei migranti”, è docente al Seminario di Como e alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale a Milano. All’incontro “Scalabrini spiegato a tutti”, promosso dalla diocesi di Piacenza-Bobbio in collaborazione con i Missionari e le Missionarie di San Carlo, la basilica di Sant’Antonio e Il Nuovo Giornale, erano presenti, fra gli altri, il vescovo mons. Adriano Cevolotto, il vicario generale nonché “padrone di casa” don Giuseppe Basini e gli scalabriniani padre Mario Toffari, padre Sandro Curotti e suor Milva Caro.

Gli studi classici

“Scalabrini è stato un gigante della carità – racconta don Saverio Xeres – a lungo trascurato. La sua era una famiglia ‘normale’, il papà commerciava vino, uno dei suoi fratelli morì in un naufragio tentando la strada per l’America. Suo padre aveva aspirazioni alte nei suoi confronti, voleva che seguisse le orme dei grandi comaschi come Alessandro Volta. Dunque, lo iscrisse al liceo classico di Como, che porta proprio il nome dell’inventore. Il giovane Scalabrini si dimostrò subito uno studente brillante, si costruì una formazione umanistica molto accurata, facendo emergere fin da subito quell’intelligenza acuta che poi avrebbe dimostrato nelle sue azioni”.

La prima parrocchia: San Bartolomeo

Giovanni Battista Scalabrini viene ordinato sacerdote il 30 maggio 1863. “In seminario – racconta Xeres – conosce compagni interessanti come don Luigi Guanella (santo dal 2011): diventano preti insieme e subito nasce in loro il desiderio della missione; vanno dunque a Milano, dove è stato aperto seminario per missioni estere. Il vescovo, però, frenò l’entusiasmo dei due giovani preti: ‘Le vostre indie sono qui, restate qua’, rispose”. Scalabrini restò a Como come insegnante del seminario, e ne divenne rettore dal 1868 al 1870. Poi arrivò la prima parrocchia: San Bartolomeo a Como. “Era il periodo delle prime industrie tessili, le persone, in particolare donne e bambini, lavoravano in ambienti malsani, con condizioni igieniche scarse. La mortalità infantile era altissima, circa il 50%, e anche la maternità e l’allattamento diventavano un problema. Scalabrini fa il parroco, e da buon pastore si impegna a conoscere e nutrire con la Parola le ‘pecore’ più sfortunate. E lo fa, fin dall’inizio, concentrandosi sul catechismo: c’era bisogno che bambini e adulti conoscessero la fede”.

Gli interventi sul Concilio Vaticano I

La popolarità di Scalabrini nella sua diocesi comincia quando don Bosco stampa i suoi interventi sul Concilio Vaticano I. “C’era un grande progetto sulla Chiesa – spiega don Saverio Xeres – ma la Presa di Roma del 1870 costrinse il papa Pio IX a limitarsi alle esigenze contingenti. I vescovi si trovarono a dover spiegare il concilio in modo che la gente lo capisse in modo corretto, e ne delegarono la diffusione ai preti. Scalabrini fu incaricato dall’allora vicario episcopale. Il testo complicato del Concilio doveva essere semplificato e divulgato in una forma più chiara e semplice”.

Un vescovo “tridentino” a contatto col popolo

Il 30 gennaio 1876 Giovanni Battista Scalabrini viene consacrato vescovo da papa Pio IX e il 13 febbraio si insedia nella diocesi di Piacenza. “Le sue origini piccolo borghesi – fino a inizio ‘800 i vescovi provenivano sempre da famiglie nobili – e la sua esperienza da parroco avevano formato in lui un senso di comunità che non abbandonò, così come l’attenzione all’evangelizzazione: la sua prima lettera pastorale fu sul catechismo. Era un periodo in cui la Chiesa perdeva fedeli in massa, la cristianità di un’intera società veniva messa in discussione. Scalabrini si occupò degli emigranti, affinché non perdessero la loro fede. A Piacenza il Vescovo fu molto attento alla formazione dei catechisti e all’organizzazione della catechesi. Era un vescovo ‘tridentino’, sempre ispirato dal Concilio di Trento, ma con un’attenzione agli ultimi che non era mai stata attuata prima. Prima i vescovi non avevano un impegno pastorale alle spalle: ci si trovava ora di fronte a un compito mai svolto prima, si cominciava a fare ciò che era stato trascurato. Alle campagne i vescovi dedicavano al massimo una visita, che era cumulativa: tutti i fedeli si radunavano nella pieve principale per incontrarlo. “Abbiamo finalmente visto come è fatto un vescovo!” era la frase tipica della gente di campagna. Scalabrini fece cinque visite pastorali, e andò personalmente nei piccoli paesi. Al di là di ciò che diceva, il segnale più importante era proprio il fatto di esserci, che suggeriva un senso di concretezza e conoscenza. E dall’esperienza di vescovo ordinario Scalabrini si accorge di un fenomeno dilagante: l’emigrazione. Addirittura l’11% della popolazione della diocesi era andato a cercare fortuna altrove. ‘Perché vuoi partire?’ – chiese Scalabrini a un fedele – ‘Se non emigro devo rubare, non ho altre possibilità’, rispose l’altro. Nella testa del Vescovo scattò una molla: sul momento non seppe rispondere, ma da quel momento iniziò a occuparsi, studiando, di quel tema delicato per trovare una soluzione”.

Scalabrini e Bonomelli: grandi amici con idee diverse

Fra il 1887 e il 1895 Scalabrini fonda le congregazioni dei missionari e delle missionarie di San Carlo. “Non agiva mai d’impulso, tutte le sue azioni erano conseguenze della sintesi che lui faceva di ciò che imparava dalla conoscenza delle persone”. È nota la speciale amicizia che legò Scalabrini e il vescovo di Cremona mons. Bonomelli, testimoniata da un carteggio. “Si vedevano spessissimo. Nelle lettere che indirizzava all’amico, Scalabrini si esprimeva in maniera molto diretta. Negli anni successivi alla Presa di Roma i cristiani in Italia si dividevano in due correnti: la prima criticava aspramente lo stato italiano, la seconda era più favorevole a un dialogo per riappacificare le due parti. Bonomelli era vicino alla linea liberale del governo, a Scalabrini invece interessava solo il benessere delle persone. Secondo lui il governo non poteva permettersi un atteggiamento che ignorava il problema dell’occupazione. La visione ‘tridentina’ tradizionale non impediva a Scalabrini di mettere al centro le persone”.

“La santità ha tratti di normalità”

In chiusura è intervenuto, con un commento, il vescovo mons. Adriano Cevolotto. “Solo recentemente ho avuto modo di conoscere Scalabrini – afferma – attraverso il racconto ci siamo introdotti in quella ordinarietà della vita che Scalabrini ha vissuto: la santità, al di là di come la rappresentiamo, ha tratti di normalità che ci consola. Mi ha colpito il concetto scalabriniano di visione pastorale: da indegno suo successore – chiude mons. Cevolotto – dico che la sua lezione è grande. Mai bisogna smarrire per strada la lezione di questo grande santo”.

Francesco Petronzio

Nella foto, don Saverio Xeres, quarto da sinistra,  con il vescovo mons. Adriano Cevolotto, con il vicario generale don Giuseppe Basini, don Davide Maloberti, suor Milva Caro e padre Mario Toffari.

Pubblicato il 29 novembre 2022

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