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«Francesco. Nel nome dell’amore»: una storia viva

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Nel salone della Parrocchia del Corpus Domini a Piacenza, giovedì 5 marzo, la figura di San Francesco d’Assisi è tornata a parlare al presente. Non come un ricordo del passato, ma come una storia viva, capace ancora oggi di interrogare il cuore di chi cerca una strada nella vita.
L’incontro, dal titolo “Francesco. Nel nome dell’amore”, è stato promosso dal settimanale diocesano Il Nuovo Giornale insieme all’Ufficio diocesano Pellegrinaggi e al Servizio di Pastorale giovanile e vocazionale, all’interno del percorso “Radici e orizzonti”. Un appuntamento pensato per entrare nel cuore dell’Anno francescano voluto da Papa Leone XIV in occasione degli ottocento anni dalla morte del santo di Assisi.
Protagonisti della serata, coordinata dal giornalista don Davide Maloberti, tre frati francescani: padre Michele Berardi, animatore del Servizio orientamento giovani di Assisi, padre Graziano Malgeri e padre Francesco Maria Sorice, giovane diacono vicino all’ordinazione sacerdotale. Accanto a loro anche alcune testimonianze di vita: Andrea Zannardi, 28 anni, medico, e la moglie Alice Fervari, 29 anni, project manager, sposati da un anno e mezzo dopo un lungo fidanzamento, insieme a Roberta Preziosi, 29 anni, maestra e accompagnatrice turistica.

“Francesco è ancora vivo”

Ad aprire l’incontro è stato padre Francesco Maria Sorice, che ha raccontato l’emozione di portare il nome del santo di Assisi proprio nell’anno dell’ottavo centenario della sua morte. «Per me — ha confidato — è stata un’emozione immensa. Francesco è un fratello maggiore, un padre nella fede per noi frati». Guardando alle celebrazioni di questi giorni, il giovane diacono ha parlato di una presenza che attraversa i secoli: «La sensazione è stata quella di una gioia immensa, sapendo che Francesco, ottocento anni dopo, continua ad essere vivo». Vivo nella comunione dei santi, ma anche nella fraternità dei frati, nell’annuncio del Vangelo e nelle persone che continuano a lasciarsi interrogare dalla sua vita. Il racconto si è poi soffermato sul momento della morte del santo, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Un passaggio carico di simboli: Francesco chiede di essere deposto nudo sulla terra, come segno di chi torna a Dio così come è venuto al mondo. «È come se dicesse — ha spiegato il frate — che lì si nasce al cielo».

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Il giorno in cui Francesco capì la sua vocazione

Padre Graziano Malgeri ha invece guidato i presenti dentro uno dei passaggi decisivi della vita del santo: la scoperta della sua vocazione. Dopo l’esperienza di San Damiano, Francesco sentiva che mancava ancora qualcosa. La risposta arrivò il 21 febbraio, festa di san Mattia, mentre ascoltava il Vangelo di Matteo: Gesù invitava i discepoli ad andare nel mondo ad annunciare il Vangelo senza portare nulla con sé. Quelle parole — ha raccontato il frate — gli “infiammarono il cuore”. San Francesco comprese allora che il comando ricevuto davanti al crocifisso di San Damiano, «ripara la mia casa», non riguardava soltanto muri da ricostruire, ma cuori da rinnovare attraverso il Vangelo vissuto nella semplicità e nella povertà. Da quel momento iniziò una storia d’amore che continua ancora oggi. Una missione “inarrestabile”, fondata su un Vangelo vissuto sine glossa, senza troppe spiegazioni, ma nella radicalità della vita.
Emblematico, in questo senso, l’incontro con il sultano d’Egitto durante la quinta crociata. Un gesto che mostrò come il Vangelo fosse destinato a tutti. «Francesco — ha spiegato padre Graziano — rendeva Gesù incontrabile: non giudicava, ma mostrava la vicinanza e la misericordia di Dio». Un atteggiamento che, ancora oggi, appare come un ponte possibile in un mondo segnato da conflitti.

Giovani in cerca di una direzione

Una parte significativa dell’incontro è stata dedicata alla questione delle vocazioni e alle difficoltà che molti giovani incontrano nel prendere decisioni definitive. Padre Graziano ha parlato di una generazione spesso smarrita, che vive nella convinzione di poter fare tutto e rimanda continuamente le scelte. «C’è una difficoltà a tagliare ciò che non serve — ha spiegato — e così si finisce per portarsi dietro storie e situazioni che indeboliscono».
Eppure, quando i giovani incontrano davvero il Vangelo, emergono desideri profondi: radicalità, fraternità, un luogo che sappia essere casa e famiglia, ma anche guide affidabili capaci di accompagnare. L’immagine usata dai frati è quella della parabola del seminatore: il seme è buono e anche il terreno lo è, ma spesso è pieno di ostacoli — relazioni irrisolte, ferite, paure — che impediscono alla vocazione di germogliare. «Il cuore — hanno sottolineato — in profondità è buono. Ma deve essere liberato dalla paura perché la luce della Parola possa far crescere ciò che Dio ha seminato».

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Amore, castità e libertà

Un altro tema affrontato senza timori è stato quello della sessualità e della castità, spesso percepito come distante dalla sensibilità contemporanea. Secondo padre Michele Berardi, la sfida non è edulcorare il messaggio cristiano, ma trovare modi veri per comunicarlo. «Non si tratta di un divieto — ha spiegato — ma di un cammino che aiuta la coppia a crescere». Nel confronto con i giovani emergono spesso situazioni di convivenza che nascono per comodità o necessità. Ma, ha osservato il frate, l’amore ha bisogno anche di tempo e spazio per maturare. «Se conviviamo subito — ha detto — non esistono più quelle notti in cui ci si chiede davvero se quella persona sarà il marito o la moglie della propria vita». Quando il messaggio viene accolto, però, può produrre frutti sorprendenti. I frati hanno raccontato la storia di una coppia che, dopo aver ascoltato una catechesi sulla castità durante il corso prematrimoniale, ha scelto di cambiare radicalmente il proprio modo di vivere la relazione. «La coppia — è stato sottolineato — quando comprende questo dono può davvero fiorire».

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Il coraggio di scegliere

L’ultima riflessione ha riguardato il discernimento vocazionale: un cammino in cui le priorità cambiano e nasce il desiderio di qualcosa di più grande. Chi intraprende questo percorso, hanno spiegato i frati, arriva prima o poi davanti a una scelta definitiva, simile alla parabola evangelica della “perla preziosa”. È il momento in cui si scopre che tutto il resto, pur buono, non basta più. Da qui nasce il desiderio di donarsi senza misura, prendendosi cura degli altri.
E quando una persona trova la propria strada — nella vita consacrata, nel matrimonio o in un’altra forma di servizio — accade qualcosa che ripaga ogni fatica: la si vede fiorire. Ed è proprio questa, hanno concluso i relatori, la gioia più grande. Perché la vocazione, prima ancora che una decisione, è la forma dell’amore che ciascuno è chiamato a vivere.

Riccardo Tonna

Pubblicato il 6 marzo 2026

Nelle foto, la serata dedicata a San Francesco in oratorio al Corpus Domini.

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