Chiara Lubich: un messaggio di fraternità universale

Nella cripta della cattedrale di Piacenza, mentre le preghiere si intrecciavano con i canti dei focolarini, la chiesa di Piacenza-Bobbio, il 16 marzo, si è riunita per celebrare il 18° anniversario della morte di Chiara Lubich, figura che continua a parlare al cuore di molti. La celebrazione eucaristica, presieduta dal vescovo mons. Adriano Cevolotto e concelebrata dal vescovo emerito mons. Gianni Ambrosio, dal vicario generale don Giuseppe Basini e da altri sacerdoti, si è svolta in un clima di intensa partecipazione. Si è vissuto non una semplice commemorazione, ma un momento vivo, quasi palpabile, in cui il ricordo si fatto presenza.

Nella foto, Chiara Lubich.
Il cuore del carisma di Chiara
Nell’omelia, mons. Cevolotto ha guidato l’assemblea dentro il cuore del carisma di Chiara, definendolo un dono profetico dello Spirito, capace di aprire il futuro anche quando il presente appare “mortificante”. Le sue parole hanno evocato il contesto storico in cui Chiara visse i primi passi della sua esperienza: un tempo segnato da guerra e totalitarismi. Eppure, proprio sotto le bombe, nacque quella convinzione radicale che ancora oggi interpella: credere all’amore, sempre. Il vescovo ha intrecciato questa testimonianza con la visione profetica di Isaia sui “nuovi cieli e nuova terra”. Non si tratta, ha spiegato, di un mondo completamente diverso da quello che conosciamo, ma di una realtà trasformata dall’irruzione del nuovo. Un cambiamento che parte dall’alto: solo sotto un “cielo nuovo” può nascere una “terra nuova”. Senza questo orizzonte, la terra resta esposta alla violenza, smarrita, incapace di trovare senso.
Quel “cielo” di cui parlava il vescovo è l’immagine della presenza di Dio, del suo amore che illumina e sostiene. È proprio qui che si radica l’intuizione di Chiara Lubich: Dio è amore, e questo amore non resta distante, ma entra nella storia, trasforma i cuori, costruisce unità.
Un’unità che non è frutto di sforzo umano, ma di uno sguardo nuovo sull’altro. Riconoscere Dio in chi ci sta accanto significa scoprire che nessuno è estraneo, che ogni persona diventa parte essenziale della nostra vita. È una comunione - ha detto il presule - che abbraccia tutto: l’interiorità e le relazioni, il quotidiano e il trascendente.

Nella foto, in alto, la messa per il 18° anniversario della morte di Chiara Lubichi; sopra, fedeli
presenti alla messa nella cripta della cattedrale.
L’ordinario che diventa straordinario
A dare ulteriore profondità alla riflessione, il richiamo evangelico alle nozze di Cana. Come l’acqua trasformata in vino, anche l’ordinario può diventare straordinario. Nulla è banale, ha sottolineato il vescovo: ogni frammento di vita è abitato da una presenza premurosa, capace di trasformare la fatica in gioia, la routine in festa. In questo orizzonte, il carisma dell’unità, nato nel cuore del XX secolo e incarnato dal Movimento dei Focolari, si rivela ancora oggi di sorprendente attualità. In un mondo segnato da divisioni e conflitti, - per mons. Cevolotto - riscoprire quel “cielo”, secondo l’intuizione di Chiara, diventa essenziale per non lasciare che la “terra” scivoli verso la morte.
Credere nella forza dell’amore
La preghiera dei fedeli ha dato voce a questa consapevolezza. Si è pregato per Chiara, perché il suo esempio continui a illuminare il cammino dei focolarini. Per la pace nel mondo, invocando il coraggio del dialogo. Per la Chiesa, per il Papa, per il vescovo, per Margaret Karram e il sacerdote argentino Roberto Almada, alla guida del Movimento a livello mondiale, chiamati a sostenere un cammino condiviso, capace di vincere l’indifferenza e costruire la fraternità universale. Quando la celebrazione si è conclusa, è restato nell’aria una consegna silenziosa, quasi un invito a “credere - come diceva Chiara - nella potenza e grandezza dell'amore di Dio più che nella nostra debolezza”.
Riccardo Tonna
Pubblicato il 17 marzo 2026


