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Il Te Deum: un canto che racchiude gratitudine e speranza

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Un tempo sospeso, quello della messa di fine anno, in cui il passato e il futuro si sfiorano, e la comunità si raccoglie per dare nome e senso a quanto vissuto. È stato proprio questo il significato della celebrazione del 31 dicembre, in cattedrale a Piacenza con il canto del Te Deum. Presieduta dal vescovo mons. Adriano Cevolotto, concelebrata dal capitolo della cattedrale, dai padri scalabriniani, e da alcuni diaconi, la liturgia, solenne e carica di significato, è stata accompagnata dalle voci della Corale della Cattedrale.

Un Te Deum “disteso”

«Quest’anno – ha spiegato mons. Cevolotto – il Te Deum è stato pensato in modo “disteso”». Non un semplice momento conclusivo, ma un cammino iniziato già nella domenica precedente, con la chiusura dell’anno giubilare. Un tempo dilatato, pensato come un lungo ringraziamento, che ha trovato il suo culmine nella sera del 31 dicembre, quando la Chiesa alza la voce per riconoscere la fedeltà di Dio nella storia. Il Te Deum - ha ricordato il vescovo - non è solo una preghiera pronunciata dall’assemblea, ma una lode corale e universale: un canto che attraversa la creazione intera, perché ogni cosa trova senso e origine nella gloria di Dio. È un inno che supera i confini del tempo e dello spazio, al quale i fedeli si uniscono come a un canto già in corso, intonato dagli angeli e dai santi.

Il legame vitale con Dio

Al centro della riflessione, il richiamo a un legame spesso dimenticato: quello con il “Dio amore”. Un legame essenziale, senza il quale la vita perde profondità e il dolore diventa incomprensibile. È proprio quando si smarrisce questo rapporto – ha sottolineato il vescovo – che il male e la sofferenza appaiono come scandali insopportabili. Il Te Deum diventa allora memoria viva di una presenza che non viene meno, anche quando il mondo mostra i segni della fatica e della morte. Un canto che non dipende dalla sola partecipazione umana, ma che esiste da sempre, e al quale ciascuno è invitato ad accordare la propria voce.

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Il volto di Dio, riflesso nei volti umani

Cuore dell’omelia è stata la meditazione sul “volto di Dio”, riconosciuto lungo il cammino dell’anno. Un volto benevolo, che non si stanca dei rifiuti dell’uomo e continua a offrire nuove possibilità. Uno splendore che si riflette nei gesti quotidiani: in una mano tesa, in una parola che consola, nella fragilità accolta, nei momenti di prova attraversati con fede. «Il volto di Dio – ha detto mons. Cevolotto – si riflette anche nei nostri volti, quando siamo capaci di prossimità, fiducia, convinzione». Ma perché questo accada è necessario lasciarsi guardare da Dio. Il suo sguardo - ha spiegato - è indispensabile come l’aria e l’acqua: non per un bisogno narcisistico, ma perché il suo sguardo maturi in noi le stesse caratteristiche del modo di vedere di Dio. Da qui l’invito a interrogarsi sulla qualità del proprio sguardo. Uno sguardo che può essere distratto, giudicante, superficiale, oppure capace di farsi carezza, come quello di una madre che comprende anche ciò che non viene detto. Solo così il volto umano può diventare riflesso del volto divino.

Una Chiesa dal volto vivo

La riflessione del vescovo ha toccato anche il volto della Chiesa, segnato talvolta dalla stanchezza, ma ancora capace di testimonianza. Il pellegrinaggio diocesano a Roma è stato richiamato dal mons. Cevolotto come segno concreto di appartenenza a una Chiesa più grande, universale, capace di vincere la logica dell’individualismo. «Il volto ecclesiale della fede – ha ricordato il presule – è una risposta alla fragilità del nostro tempo». Una risposta che diventa anch’essa motivo di ringraziamento, di “Te Deum laudamus”.

Maria, maestra del custodire e del meditare

Infine mons. Cevolotto ha indicato Maria come guida nel passaggio tra l’anno che si chiude e quello che si apre. Due i verbi che la caratterizzano: custodire e meditare. Custodire per non disperdere ciò che è stato vissuto, sottraendolo al “consumismo esistenziale”. Meditare per sottrarre il presente alla frenesia, permettendo al cuore di unificare emozioni, scelte e pensieri. Maria - ha concluso il vescovo - accompagni la Chiesa perché ogni esperienza dell’anno trascorso diventi vita rinnovata dal Vangelo.

Il canto che sale verso il cielo

Dopo la comunione, il vescovo ha introdotto solennemente il Te Deum con una breve orazione. Poi il fumo dell’incenso è salito lento dal braciere posto davanti all’altare, mentre la Cattedrale si riempiva del canto antico e sempre nuovo. Un canto che racchiude gratitudine, affidamento e speranza. Così si è chiuso l’anno a Piacenza: con una preghiera corale, con lo sguardo rivolto a Dio e con il desiderio condiviso di poter continuare, insieme, a dire: Te Deum laudamus.

Riccardo Tonna

Nelle foto, la celebrazione in duomo presieduta dal Vescovo.

Pubblicato il 1° gennaio 2026

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