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Papa Francesco in Iraq: un balsamo per le ferite dei cristiani del Paese

citta

Una mano tesa a tutto l’Islam. E un balsamo per le ferite dei cristiani del Paese. Questo rappresenta la visita di papa Francesco in Iraq a partire dal 5 marzo per Laura Silvia Battaglia, freelance e documentarista, conduttrice e autrice per Rai Radio 3. Da quasi un decennio si occupa di Medio oriente per varie testate nazionali e internazionali (tra le quali Avvenire). Ora si trova in Iraq per seguire il viaggio papale per Tv2000.
“L’incontro programmato con l’Ayatollah Al-Sistani – spiega – è un importante tentativo di instaurare anche con il mondo sciita un rapporto simile a quello stretto con il gran imam di Al-Azhar riferimento del mondo sunnita. Un modo per sottolineare che la sua è un’altra diplomazia, indipendente dagli aspetti politici”. L’Iraq del 2021 è un Paese “in enorme sofferenza”, spiega l’inviata, lacerato da un conflitto intergenerazionale fortissimo, una corruzione endemica e leggi tribali che alimentano l’odio. In tutto questo, per i cristiani “cittadini di serie B”, la vicinanza del Papa è un balsamo che difficilmente cambierà le cose, ma può consentire di guardare al futuro.

Che Paese troverà papa Francesco quando atterrerà, il prossimo 5 marzo, all’aeroporto di Baghdad?

L’Iraq è un Paese che ormai da 30 anni è segnato da instabilità e guerre: prima quella contro l’Iran, poi la dittatura, e l’occupazione americana. Questo ha provocato un trauma socio-economico profondissimo. E anche una frattura inter-generazionale profonda che va al di là delle letture stereotipate della divisione etnica e religiosa del Paese. Da qualsiasi parte lo si guardi è un Paese in enorme sofferenza. Da dopo la dittatura, il problema principale è stata la malaffare, in quantità e qualità. In Iraq “la mazzetta è uno stile di vita”, come ha detto uno dei più autorevoli osservatore dellarea, anche solo per avere la patente. Uno Stato parallelo, fonte di instabilità totale, tollerato per stanchezza dalle persone di mezza età, insopportabile per i giovani.

Come reagiscono le nuove generazioni?

I ragazzi che hanno dai 20 anni in su, che hanno visto i soldati Usa all’epoca dell’occupazione, sono cresciuti con un senso di giustizia e desiderano la democrazia. Sta crescendo la protesta, un fenomeno simile a quello delle primavere arabe del 2011: è accaduto nel 2019 a Baghdad e in altre città. I giovani chiedono lavoro, un governo meno corrotto, condizioni di vita dignitose e un’economia meno schiacciata sugli idrocarburi. Tra loro molti sono ambientalisti. In Iraq l’odore del petrolio si sente dappertutto: a fronte di questa ricchezza enorme, tanti non hanno l’acqua corrente in casa e l’elettricità va e viene. Per tutto questo protestano.

Com’è visto l’arrivo di papa Francesco nel Paese?

È la visita del capo della Chiesa cattolica in uno Stato a maggioranza islamica. Ma anche di un leader religioso apprezzato da tutto il mondo islamico, senza distinzioni, perché ha avuto il coraggio di parlare apertamente di varie crisi internazionali. E poi gode della simpatia umana della gente. Per la comunità cristiana è un riconoscimento molto importante: è il segno di un endorsement alla componente cristiana della società che ne innalza il prestigio e la considerazione sociale. È il tentativo di fare con Al-Sistani, leader per il mondo sciita, quel che già Francesco è stato in grado di fare con l’imam di Al-Azhar per i sunniti. Un modo per dire che anche lui è un interlocutore e che non gli interessano gli aspetti politici, che la sua è un’altra diplomazia. In pratica, una mano tesa a tutto l’Islam.

Ci sono rischi per il Papa?

Ritengo di no. Si tratta di un viaggio lampo, con grande schieramento di forze, com’è nello stile iracheno. Per questo era importante farlo.

Qual è la condizione dei cristiani nel Paese?

Sono in maggioranza caldei (in diminuzione nel Paese, ndr) e sono considerati “cittadini di serie B”, discriminati nella società perché visti come un corpo a parte, con abitudini e stili di vita diversi. Le chiese sono state messe in sicurezza dopo gli attentati. Si va a Messa in chiese blindate. Tra il 2014 e il 2016 quella perpetrata dal Daesh nella piana di Ninive è stata una vera e propria persecuzione: se una casa veniva contrassegnata con la lettera “n”, “nazzareno”, il proprietario veniva taglieggiato, e se non pagava, gli veniva sequestrata l’abitazione o veniva ucciso con tutta la sua famiglia.

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Nelle foto: in alto, Baghdad, cartelli di benvenuto per la strada dedicati a papa Francesco (ANSA); sopra, Laura Silvia Battaglia, inviata in Iraq per seguire il viaggio papale per TV2000.

Che ruolo hanno le milizie oggi nel Paese?

Le milizie controllano il territorio, come poteva fare la mafia nel Sud Italia qualche anno fa: ci sono bande che occupano quartieri e fanno da Stato parallelo. Hanno soldi che arrivano dall’Iran e rappresentanti in parlamenti, lanciano razzi sulle basi americane. I miliziani del Daesh sono in un’area tra Siria e Iraq e lavorano sotto traccia, ma hanno i loro seguaci perché è ricominciata la stagione delle bombe. Soprattutto il Daesh è responsabile di quel che ha fatto ai bambini e ai giovani: gli orfanotrofi di Erbil sono pieni di ragazzi che o sono psichiatrici o covano una rabbia tale che appena saranno fuori, dedicheranno la vita a uccidere chi ha ucciso le loro famiglie. Inoltre c’è una recrudescenza delle milizie sciite che vanno in cerca delle famiglie dei dispersi che tornano nei villaggi. Catturano e violentano donne e bambini. In questo Paese è stata inventata la legge del taglione e non è mai stata abbandonata. C’è quest’idea del lavare l’onore con il sangue ancora presente anche ad alti livelli di rappresentanza, pure tra gli espatriati, in Italia. Se una ragazza viene violentata, in genere viene uccisa dalla famiglia: per la legge è un delitto, ma le convenzioni tribali riescono sempre a prevalere. Non se ne esce più.

In tutto questo, la visita di un Papa può essere un segnale di pace?

Lui è un uomo di pace e come tale viene accolto. Una terra così ha bisogno solo di una classe politica pulita, di psicologi e psichiatri capaci di curare gran parte della popolazione. C’è sarebbe anche bisogno che i giovani andassero al governo. Difficilmente succederà perché è una società patriarcale. Le milizie hanno già iniziato a rapire e a uccidere anche gli attivisti.

Pubblicato il 2 marzo 2021

Daniela Verlicchi

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