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Notizie Varie

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Il Cammino di San Colombano: seconda tappa da Como a Milano

adda

Mauro Steffenini, presidente dell'associazione internazionale Amici di San Colombano per l’Europa, presenta la seconda tappa del Cammino di San Colombano, dal lago di Como lungo il fiume Adda a Milano.

Dal lago di Como a Milano

Oltrepassata dunque la zona del Lario, si può presumere che il cammino di san Colombano sia proseguito fino al momento dell’incontro con i sovrani longobardi (Agilulfo e Teodolinda), dai quali l’abate ha ricevuto onorevole accoglienza insieme con l’invito a stabilirsi nel loro regno. Anche se non risulta con certezza dove sia avvenuto questo incontro – che verosimilmente non è stato occasionale, ma corrispondente alle intenzioni di Colombano – è ragionevole credere che esso sia avvenuto nella zona di Milano, essendo la città residenza abituale della corte longobarda, almeno al tempo di Agilulfo.
Si può allora ipotizzare che san Colombano abbia fatto la scelta di scendere da Lecco verso Milano seguendo per un tratto il corso del fiume Adda, l’emissario del lago che era lungamente navigabile, per poi abbandonarlo in prossimità di Milano puntando decisamente in direzione della città.
Si tratta di un itinerario – quello che dal lago di Como discende lungo la valle dell’Adda fino a raggiungere il Po – che nei secoli successivi sarà spesso seguito da pellegrini e viaggiatori provenienti dal lago di Costanza e dalla valle del Reno, fino a diventare una direttrice consueta nel viaggio dei pellegrini d’Oltralpe diretti a Bobbio sulla tomba di S. Colombano; come è provato tra l’altro dalla presenza lungo il tratto finale del fiume di luoghi di ospitalità gestiti dall’abbazia di Bobbio.
Ma anche nella parte iniziale del percorso che si snoda lungo l’Adda si incontrano, seguendo la bella pista ciclopedonale che costeggia tutto il corso del fiume, significative testimonianze di una risalente devozione a san Colombano. Così ad Arlate (in comune di Olgiate Calco), poco dopo l’uscita dal lago, dove si trova l’antica chiesa romanica intitolata in origine a san Colombano (ed ora congiuntamente ai santi Gottardo, abate di Cluny, e Colombano); chiesa collegata nel medioevo ad un monastero femminile cluniacense del luogo, dipendente da altro monastero di Milano.
Ancora più significativa è la testimonianza situata a Vaprio d’Adda di una chiesa del XII sec. intitolata a S. Colombano (forse risalente come fondazione al sec. VIII). Di grande interesse all’esterno sopra una porta laterale è l’immagine del Santo in un bassorilievo (probabilmente la più antica immagine esistente in Italia) mentre all’interno, nell’abside, si può ancora ammirare un affresco che lo raffigura fulvo e nella tipica iconografia irlandese, un unicum in Italia.

La prosecuzione del viaggio dall’Adda fino a Milano sarebbe così avvenuta seguendo la strada romana, la via Argentia (diretta ad Bergomum), che transitava anche per la località di Gorgonzola, tradizionale località di sosta e ristoro. Fortunatamente esiste accanto al tracciato stradale (la trafficata strada provinciale 525) anche la via d’acqua rappresentata dallo storico naviglio della Martesana, costruito alla fine del Medioevo, che da Vaprio conduce a Milano correndo per la maggior parte a fianco o a poca distanza dalla strada e che offre sulle sue sponde una sicura oltreché comoda e attraente pista ciclopedonale. Di qui la sua scelta per completare la proposta di itinerario colombaniano verso Milano.
Il percorso del naviglio Martesana, peraltro nel suo ultimo tratto oggi coperto, si conclude nella zona centrale di Milano in prossimità della grande basilica medievale di S. Marco, dove nel 2012 si è tenuta la solenne cerimonia religiosa per il XV Columban’s Day. Per coloro che intendono attraversare la città in bicicletta su pista ad essi dedicata si suggerisce una variane interamente ciclabile, dall’incrocio con Viale Monza raggiungendo l’antica Chiesa di San Babila e il Duomo nel cuore della città.

vaprio

Nelle foto: in alto, il percorso lungo il fiume Adda; sopra, la chiesa di San Colombano a Vaprio d'Adda.

Pubblicato il 20 marzo 2022

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Banca di Piacenza, oltre 40mila euro raccolti per l'Ucraina

 Trasporto profughi CRI

Ha superato i 40mila euro la raccolta fondi promossa dalla Banca di Piacenza in favore della comunità ucraina colpita dalla guerra. Si può concorrere alla raccolta rivolgendosi ad ogni sportello dell’Istituto di credito, che non applica sull’operazione alcuna commissione. Causale del versamento sul conto corrente appositamente aperto: “Aiutiamo l’Ucraina”. Com’è nella tradizione della Banca locale, l’intera somma resterà a Piacenza: sarà infatti utilizzata per sovvenire alle necessità dei rifugiati arrivati nella nostra provincia.
Dopo l’affidamento dei primi 20mila euro - che erano stati raccolti in pochissimi giorni - anche gli ulteriori 20mila sono stati consegnati alla Croce Rossa di Piacenza, attraverso il presidente Alessandro Guidotti, dal condirettore generale della Banca Pietro Coppelli.

La Cri piacentina è impegnata in questi giorni nell’accoglienza dei profughi ucraini (nella nostra provincia ne sono arrivati al momento un migliaio, ma il numero è destinato ad aumentare notevolmente). «Le somme raccolte dalla Banca di Piacenza che particolarmente ringrazio - spiega l’avv. Guidotti - saranno molto utili per organizzare nel migliore dei modi l’accoglienza di chi fugge dalla guerra. Diverse sono le necessità in questa situazione di emergenza: in primis, l’acquisto di medicinali (e anche vestiario) da dare ai profughi che arrivano qui da noi e che non hanno nulla; poi occorre rifornire di carburante (e oggi sappiamo quanto sia gravoso) i mezzi che servono per i servizi di trasporto che assicuriamo per bambini e adulti ucraini che hanno bisogno di visite mediche (proprio questa mattina - vedi foto - abbiamo trasferito con un pullmino un gruppetto di ucraini sordomuti, ospitati in una struttura della Caritas a Fiorenzuola, per portarli a Piacenza ad una visita ambulatoriale in una struttura dell’Ausl); ci è anche capitato di andare a prendere un gruppo di profughi a Torino per portarli a Piacenza; ancora, useremo le risorse che ci sono state affidate per attrezzare e arredare le tende da campo: saremo così in grado di offrire una prima ospitalità alle famiglie ucraine se la situazione emergenziale dovesse aggravarsi. Naturalmente, speriamo di non doverle utilizzare. Dobbiamo però essere pronti ad ogni eventualità».

Nella foto,  il servizio di trasporto attivato dalla Croce Rossa per portare un gruppo di profughi disabili da Fiorenzuola a Piacenza, dove hanno svolto visite mediche in una struttura dell’Ausl.

Pubblicato il 20 marzo 2022

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Il Cammino di San Colombano: prima tappa dalle Alpi a Milano

chiesaco

L’Associazione Europea del Cammino di San Colombano nata a Bobbio l’8 marzo 2014 si è prefissata lo scopo di riproporre il cammino solcato da Colombano durante la sua vita, più di 5000 km concentrati soprattutto in 25 anni della sua lunga esistenza, dopo aver lasciato la sua patria di origine a cinquant’anni e dar vita così a un nuovo Itinerario Culturale con l’ambizioso obiettivo di ottenere tale riconoscimento ufficiale dal Consiglio d’Europa.
Nel caso del cammino di San Colombano possiamo a ragione affermare che, rispetto ad altri percorsi storici, esso ha un aspetto che lo contraddistingue, proprio per la figura di riferimento, per il contributo che ancora può dare al consolidamento dell’ideale europeo. La diffusione del cristianesimo mediante l'opera dei monaci, e in particolare dei monaci irlandesi, ha avuto un ruolo fondamentale nel processo d' integrazione dei popoli europei, a partire dal medioevo. Tale processo generò una realtà, all'interno della quale i contrasti etnici si smussarono senza che le differenze venissero cancellate, delineando lo sviluppo dell’identità europea portatrice dei valori comuni che ancora oggi la caratterizzano: diritti umani, dialogo, scambio ed arricchimento culturale.
Per "Cammino di San Colombano" si intende l’insieme delle località toccate dal monaco irlandese durante la sua “peregrinatio pro Christo” e in gran parte citate nella “Vita Columbani” del biografo Giona di Susa, che raccolse le testimonianze direttamente dai monaci che avevano condiviso con l’Abate la vita all’interno dei vari monasteri da lui fondati.
Ma accanto a queste località che costellano una vita completamente consumata nell’evangelizzazione dei popoli sono state individuate altre città o paesi attingendo a ricerche, documenti e studi e affidandosi alle tracce della tradizione popolare che ricorda questa straordinaria figura nei nomi di pievi o luoghi geografici e alle testimonianze di fede con chiese, cappelle, edicole campestri dedicati al Santo irlandese. Il tutto avallato da autorevoli commenti dei membri italiani del Comitato Scientifico della medesima associazione.
Per la parte dell’itinerario che si snoda in territorio italiano è stato grazie all’associazione Amici del Cammino di San Colombano di Vaprio d’Adda (per la zona a nord di Milano), all’Associazione Amici di San Colombano per l’Europa di San Colombano al Lambro (attraverso la pianura sud-milanese), all’Associazione Amici di San Colombano di Bobbio con il GAL Ducato di Parma e Piacenza (per il tratto appenninico piacentino) che si deve la mappatura e la segnalazione di questo viaggio lungo 310 km suddiviso in 18 tappe, con la tappa supplementare fino alla Grotta di San Michele a Coli di 8 km. Il viaggiatore avrà modo di ricalcare le orme di Colombano e scoprire, nella bellezza del creato, concentrate in due regioni (Lombardia ed Emilia Romagna) la varietà del paesaggio passando dalle Alpi, alle regioni solcate da fiumi e laghi, per poi giungere alla moderna metropoli e, attraverso la pianura padana, imboccare le vallate dell’appennino piacentino, che ricordano scorci della natìa Irlanda.
Si è pensato, a buon ragione, di valorizzare alcuni sentieri già praticati che ricalcano antiche vie di comunicazione utilizzate nei secoli (come la Via Francisca e la Via Francigena) o di più recente tracciatura (come il Sentiero del Viandante, il Cammino dei Monaci, il Cammino di Leonardo) che si trovano sulla traiettoria da Bregenz (in Austria) per Milano fino a Bobbio.
Il Cammino di San Colombano è ancora oggi, a distanza di quattordici secoli, un itinerario animato e vissuto e questo grazie a una serie di legami, amicizie ed esperienze condivise in questi ultimi vent’anni.
Lo presenteremo dividendolo in 4 tronconi l’intero itinerario per farlo così conoscere ed apprezzare mentre è nelle librerie   la Guida, pubblicata da Terre di Mezzo, leader nel settore che avrà il compito di presentare al vasto pubblico dei camminatori questo antico percorso sempre avvincente.

Mauro Steffenini
presidente dell’Associazione internazionale
Amici
di San Colombano per l’Europa

esempio cartello

Nelle foto: in alto, Postalesio-Valtellina: una chiesa dedicata a San Colombano; sopra, un cartello che indica il Cammino di San Colombano.

La prima tappa: dalle Alpi a Milano

Mauro Steffenini presenta la prima tappa del pellegrinaggio di San Colombano dal confine svizzero a Lecco

La biografia di Giona non precisa nulla riguardo l’itinerario seguito da Colombano nel suo viaggio da Bregenz in Italia, a parte la località di partenza e quella di arrivo: Giona si limita infatti a riferire che, giunto a Bregenz dietro indicazione del re Teodeberto, Colombano aveva deciso di non stabilirsi lì, ma di sostarvi soltanto per qualche tempo, impegnandosi ad evangelizzare e restando però in attesa che, con la bella stagione, si aprissero i valichi alpini, e con ciò “la via per l’ingresso in Italia. Abbandonata quindi la Gallia e la Germania, era poi entrato in Italia, dove era stato accolto da Agilulfo re dei Longobardi, che – come si sa – teneva corte in Lombardia, di preferenza a Milano.

Questa mancanza di più precise indicazioni non impedisce però di ricordare che, in antico, l’itinerario per giungere da Bregenz in Italia, e più precisamente a Milano, due erano i possibili percorsi nel tratto di attraversamento delle Alpi. Partendo da Chiavenna un primo tracciato conduceva a Coira e quindi a Bregenz attraverso la Val San Giacomo e il passo dello Spluga. Un secondo tracciato, la “via superiore”, sempre da Chiavenna raggiungeva, attraverso la Val Bregaglia, Castelmur e poi Casaccia, dove si presentavano due ulteriori varianti, una per il passo del Septimer, l’altra attraverso l’alta Engadina (passi del Maloja, m 1815 e dello Julier): varianti che si riunivano nuovamente a Bivio da dove la via proseguiva alla volta di Coira e quindi di Bregenz. La prima direttrice era probabilmente la più frequentata, la più breve e più facilmente percorribile ma quale dei due (o meglio tre) percorsi sia però stato scelto dal Santo e dai suoi monaci non è dato oggettivamente sapere.

Aderendo all’indicazione dei soci svizzeri l’opzione italiana è caduta sul passo del Septimer dove anni fa Mons. Piero Coletto ha celebrato una messa e per l’occasione posato una targa in bronzo. Da Chiavenna, località strategica dove si ricongiungono e il percorso che scende dallo Spluga attraverso la Val di San Giacomo e quello che proviene dal Septimer, attraverso la Val Bregaglia, la strada più agevole e breve verso Milano è quella attraverso il lago di Como, con navigazione fino al punto estremo meridionale della località di Lecco, per poi seguire per un tratto il corso del fiume Adda e puntare infine su Milano.

In epoca romana la via d’acqua veniva preferita al percorso difficoltoso lungo la strada preromana della sponda occidentale verso Como (oggi la “via Regina”) perché molto più veloce. L’imbarco, provenendo da Chiavenna, avveniva al porto di Samòlaco; più tardi, in epoca medievale inoltrata, per l’arretramento delle acque e l’interramento di una ampia zona, l’imbarco verrà spostato più a sud, nella attuale località di Riva di Novate, sulle rive cioè del lago di Mezzola.

Quanto all’itinerario è molto verosimile l’ipotesi che Colombano sia passato nella zona del Lario, non per Como (il contatto con il Vescovo Agrippino non sembra sia avvenuto di persona ma soltanto per lettera) ma abbia preferito la navigazione lungo la sponda verso Lecco. Induce a pensare così anche la considerazione che a Lecco era possibile proseguire verso sud imboccando la via d’acqua rappresentata dal fiume Adda, che esce appunto dal lago.

Oggi, in alternativa alla navigazione sul lago, è realistico e ragionevole proporre l’itinerario che, correndo in parallelo alla via d’acqua, si snoda lungo la sponda orientale del lago da nord a sud. Questo itinerario può avvalersi di un percorso pedonale già disponibile, il c.d. Sentiero del Viandante, che da Colico in 40 km giunge ad Abbadia Lariana in completa sicurezza, senza interferire con strade trafficate; una condizione favorevole che non si incontra invece passando sulla riva occidentale verso Como.

Si aggiunga che l’itinerario sul lato orientale del lago passa attraverso non poche località in cui la venerazione per san Colombano è antica: nella parte dell’alto lago, in corrispondenza dello sbocco della Valtellina, si incontrato infatti chiesette a lui dedicate a Campo di Novate Mezzola, a Mantello, a Traona (così come altre ne esistono a Postalesio - in media valle - e inoltre in alta Valtellina). Questo non prova – come pure la tradizione locale vorrebbe – che l’abate irlandese sia effettivamente passato, però è indice di qualche antico rapporto con la memoria di Colombano presente in Lombardia.
Si può anche ricordare che nella zona di Colico, dove si imbocca il Sentiero del Viandante in direzione di Lecco, è denominato “di Colombano” un passo ed una cima secondaria sullo sperone verso nord del monte Legnone.

Pubblicato il 19 marzo 2022

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In crescita i disturbi del comportamento alimentare

 disturbi alimentari

L’emergenza sanitaria causata dalla pandemia ha avuto un forte impatto negativo sull’incidenza nella popolazione dei disturbi del comportamento alimentare come l’anoressia e la bulimia, con numeri di casi in consistente crescita. A causa dell’emergenza sanitaria molte persone che già soffrivano di questi disturbi hanno visto peggiorare la sintomatologia, mentre per molte altre l’isolamento forzato negli spazi domestici nei lunghi periodi di lockdown ha contribuito all’insorgenza di un disturbo.

Qualche numero dà l’idea della situazione che si è venuta a determinare in Emilia-Romagna: solo nei primi sei mesi del 2021 sono stati 1.570 i pazienti assistiti per disturbi alimentari in Emilia-Romagna, un numero non troppo lontano dalle 1.872 persone prese in carico lungo tutto il 2020 e dalle 1.886 dell’intero 2019. Un’emergenza alla quale il servizio sanitario regionale ha saputo far fronte con una efficace riorganizzazione della rete dei servizi che si occupa del trattamento e della cura dei disturbi alimentari, facendo leva anche sulla telemedicina: una metodologia già praticata prima della pandemia, ma non ancora pienamente sfruttata in tutta la sua potenzialità. È il quadro che emerge in occasione della Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, celebrata il 15 marzo. Un’opportunità per riflettere su una problematica sempre più presente tra giovani e giovanissimi, aggravata dall’impatto negativo della pandemia.
La lotta ai disturbi del comportamento alimentare, infatti, è un tema su cui la sanità regionale è impegnata da tempo per rispondere alla crescente domanda di assistenza medica grazie ad équipe interdisciplinari (psicologici, psicoterapeuti, nutrizionisti e neuropsichiatri infantili, ecc.) presenti in ogni provincia e un lavoro di rete con i centri di cura specializzati, le associazioni di volontariato e le famiglie. Su impulso dell’emergenza sanitaria, per garantire la continuità assistenziale è stata avviata un’efficace riorganizzazione della rete dei servizi che si occupano di questa patologia, facendo leva sul ricorso alle nuove tecnologie che rendono possibile la cura a distanza dei pazienti.
Quindi, approfondimento diagnostico, trattamenti e monitoraggio dei pazienti sono stati mantenuti da remoto da parte delle équipe mediche anche durante i periodi di lockdown.

I primi risultati di questa riorganizzazione sono molto incoraggianti. Da un sondaggio realizzato dalla rete dei servizi delle Ausl sul territorio, il 95,5% dei professionisti che hanno avuto l’opportunità di utilizzare la telemedicina ne ha dato un giudizio positivo o molto positivo. Peraltro, i pazienti che soffrono di disturbi alimentari sono solitamente giovani o giovanissimi avvezzi all’uso delle nuove tecnologie e la telemedicina ha consentito di stare vicini a loro e alle loro famiglie nel momento del massimo bisogno. La psicoterapia svolta a distanza tramite videochiamata, sempre secondo i risultati del sondaggio, è stata utilizzata dal 53,3% dei professionisti intervistati: l’8,3% si è dichiarato pienamente soddisfatto, il 33,3% abbastanza soddisfatto. Grazie alla telemedicina, una parte dei professionisti ha avuto anche l’opportunità di seguire i pazienti durante i pasti assistiti nelle loro abitazioni, nei periodi di lockdown e di acceso alle strutture sanitarie solo in via di urgenza. Non solo: la nuova modalità di presa in carico a distanza è stata sfruttata anche per informare i pazienti e le loro famiglie sulle strategie di lotta contro il virus, compresi i consigli dietetici.

Il modello organizzativo proposto dalla Regione Emilia-Romagna per la cura dei pazienti affetti da disturbi alimentari è quello dei Programmi PDTA (Percorso diagnostico terapeutico assistenziale) in una logica di “rete” tra servizi e con la persona “al centro” della cura. Il modello prevede in ogni territorio provinciale un’équipe interdisciplinare come nucleo del sistema di cura, nonché dei rapporti con i centri specializzati e con le strutture della rete dei servizi sanitari (salute mentale e pediatria / medicina interna). Un modello che integra la componente pubblica e quella privata accreditata.

I trattamenti per la cura - sia della componente fisica che di quella psichica del disturbo - avvengono con assistenza ambulatoriale, riabilitazione psico-nutrizionale in day hospital o in residenza, ricovero ospedaliero per emergenze metaboliche. Tra le prerogative del servizio vi è anche un’attenzione alle famiglie dei pazienti, specie se minorenni, con attività di sostegno al fine di rendere i genitori co-terapeuti, cioè parte integrante del processo di cura. Molto stretta anche la collaborazione con le associazioni di volontariato e auto-aiuto con cui viene svolto un lavoro di rete, soprattutto nell’ottica della sensibilizzazione a questi temi.

L’identikit dei pazienti in cura in Emilia Romagna

Giovani e nella stragrande maggioranza di sesso femminile: è l’identikit di chi soffre di disturbi del comportamento alimentare, secondo un’indagine realizzata dal Servizio sanitario regionale e riferita al primo anno di pandemia, che ha visto un notevole aumento dei casi presi in carico e dei ricoverati. Nel primi sei mesi del 2021 sono state 1.570 le persone assistite per disturbi alimentari, un numero non troppo lontano dalle 1.872 prese in carico in tutto il 2020 e dalle 1.886 dell’intero 2019. Il 78% degli assistiti nel primo semestre 2021 (1.225) si colloca nella fascia che va dai 14 ai 45 anni, di cui 489, il 31,1% si concentra tra i 18 e i 25 anni. Tra i pazienti con disturbi del comportamento alimentare presi in carico dal servizio sanitario regionale nei primi sei mesi del 2021 la stragrande maggioranza, quasi il 92%, appartiene al sesso femminile, rispetto ad una quota dell’83,7% dell’intero 2020. Trend analogo per i ricoverati, che sono stati 634 nel primo semestre 2021, rispetto alle 449 dell’intero 2020. Anche in questo caso, l’89,3% dei pazienti ricoverati erano donne.

Pubblicato il 19 marzo 2022

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Inaugurato il Giardino della Vita

Intitolaz Bosco Vittime Covid 63

E' stato inaugurato il Giardino della Vita, tra via Portapuglia e via dell'Orsina, in memoria alle vittime della pandemia. Oltre il sindaco Patrizia Barbieri sono intervenuti, dopo la benedizione e il momento di preghiera affidati al vescovo della diocesi di Piacenza - Bobbio monsignor Adriano Cevolotto, il prefetto Daniela Lupo e il dottor Andrea Magnacavallo, direttore sanitario dell'Azienda Usl di Piacenza. Il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini era rappresentato dalla consigliera regionale Katia Tarasconi.


Il discorso del sindaco

"Ho ripensato molto, nell'approssimarsi della cerimonia odierna, a quel profondo senso di unità e coesione che provammo nel giugno 2020, quando – dopo i mesi trascorsi in un silenzio immobile, spezzato solo dal suono delle sirene, così carico di intimo e personale dolore per ciascuno di noi – ci ritrovammo per la prima volta insieme all'Arena Daturi, per la celebrazione religiosa nel ricordo dei tanti concittadini che il nostro territorio ha pianto in quel periodo così buio e difficile".

"Credo che, nell'intitolazione di quest'area verde a “Giardino di Vita”, la nostra comunità esprima lo stesso sentimento di condivisione e raccoglimento, rendendo il proprio tributo alle vittime della pandemia e stringendosi di nuovo in un forte, sincero e caloroso abbraccio ai loro cari. Nella stele che oggi scopriamo insieme, nell'apposizione dei cartelli che attribuiscono un nome a questo spazio pubblico, si legge infatti molto di più della doverosa e univoca adesione alla legge 35 del 2021, che ha istituito e riconosciuto la ricorrenza del 18 marzo quale “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus”.

"In questa stessa data, due anni fa, i camion dell'Esercito Italiano avanzavano, in un incedere muto ed eloquente che scosse l'intero Paese, lungo le strade di Bergamo, trasportando altrove le centinaia di bare depositate presso il cimitero monumentale del capoluogo  lombardo. Una ferita che, come abbiamo rimarcato più volte, fu risparmiata a Piacenza, così duramente colpita dall'incidenza del virus, unicamente dalla fondamentale azione di raccordo tra il Dipartimento di Protezione Civile Nazionale, il Corpo militare della Croce Rossa e il Ministero della Difesa, che consentì il provvidenziale invio dei container dotati di celle refrigeranti per evitare, alle tante famiglie già provate da un lutto vissuto spesso in solitudine, ma con estrema dignità e compostezza, l'ulteriore sofferenza di non poter neppure rendere l'ultimo saluto, nella propria città, ai loro affetti.

Non potremo mai dimenticare ciò che è accaduto in quei giorni, in quelle settimane. La disperazione nella voce di chi chiedeva aiuto, l'iniziale senso di impotenza e la paura nel confrontarci con un'emergenza di proporzioni inedite, ma anche la fatica e l'incessante, straordinario lavoro di tutto il personale medico e infermieristico, degli operatori socio-sanitari e assistenziali, delle istituzioni riunite sotto il coordinamento della Prefettura, della Regione Emilia Romagna e di tutti i Comuni della nostra provincia, dei volontari delle associazioni di soccorso e Protezione Civile, del Corpo dei Vigili del Fuoco, delle nostre Forze Armate e di tutte le Forze di Polizia, cui guarderemo sempre con riconoscenza per la sfida immane di cui si sono fatti carico, con coraggio, spirito di servizio e senso di responsabilità esemplari.

Pubblicato il 18 marzo 2022

Nella foto, la benedizione del vescovo Cevolotto (foto Pagani)

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