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Le parole della cura, incontro a Sant’Antonio a Trebbia

cura

“Le parole non sono un dettaglio accessorio, ma uno strumento essenziale della cura, al pari dei gesti e delle competenze”: ha detto Itala Orlando nel salone parrocchiale Piero Bongiorni, della comunità di Sant’Antonio a Trebbia di Piacenza, la sera del 16 gennaio, in una significativa tappa del calendario della Sagra di Sant’Antonio, abate, patrono della parrocchia. L’evento dal titolo “Le parole della cura”, è stato promosso dall’Azione Cattolica di Sant’Antonio e dall’Ufficio Pastorale della Salute della diocesi di Piacenza-Bobbio.

Interrogarsi su temi universali

Ad aprire l’incontro è stata proprio Itala Orlando, direttrice dell’Ufficio diocesano di Pastorale della Salute, che ha introdotto la quinta edizione di quella che ha voluto definire non un convegno, ma una serata di riflessione. Un appuntamento che da cinque anni accompagna la comunità a interrogarsi su temi universali: la malattia, la vecchiaia, la fragilità, con uno sguardo critico, etico, antropologico e sociale.

Quest’anno il filo conduttore è stato il potere delle parole: parole che possono sostenere o ferire, costruire fiducia o generare distanza, cambiare profondamente la qualità della cura nei luoghi in cui essa prende forma, dagli ospedali alle case di riposo, fino alle strutture residenziali.

A rendere ancora più incisiva la riflessione, Orlando ha condiviso un’esperienza personale vissuta da paziente, raccontando come, talvolta senza intenzione, medici e infermieri possano usare parole non pensate, pronunciate di fretta, capaci però di lasciare segni profondi. Da qui l’invito a una maggiore consapevolezza comunicativa, affinché la cura diventi davvero attenta ed efficace.

Curare e lasciarsi curare

Il primo intervento è stato affidato a Giuliana Masera, ex infermiera, studiosa e docente universitaria, che ha condotto il pubblico in una riflessione ampia e profonda sul significato stesso della cura. La cura, ha spiegato, non è un atto occasionale, ma l’essenza dell’essere umano: ci accompagna dalla nascita alla fine della vita, si manifesta nei momenti di dipendenza e vulnerabilità, ed è sempre relazione. Curare e lasciarsi curare significa riconoscere l’interdipendenza che ci lega gli uni agli altri, superando l’illusione dell’autosufficienza.

Masera ha richiamato il pensiero della filosofa statunitense Martha Nussbaum, secondo cui il valore di una società si misura da come essa considera la sofferenza, la fragilità e coloro che se ne fanno carico. Riconoscere dignità alla dipendenza significa costruire una società in cui la cura non sia un valore marginale, ma primario.

ABC della dignità

Proprio il tema della dignità ha costituito il cuore del suo intervento, attraverso il riferimento al lavoro dello psichiatra canadese Harvey Max Chochinov, che ha elaborato un modello – un vero e proprio “ABC della dignità” – per orientare chi opera nei contesti di cura.
A come Attitude: l’atteggiamento, fatto di sguardi, ascolto, attenzione autentica. B come Behavior: i comportamenti concreti, i piccoli gesti che rendono una persona visibile e riconosciuta. C come Compassion: la capacità di stare accanto, di farsi carico non solo del corpo, ma anche delle paure e delle emozioni dell’altro. D come Dialogue: un dialogo che si adatta alla fragilità, che rispetta i silenzi e costruisce fiducia. È in questo intreccio di parole, gesti e presenza che la dignità prende forma, anche – e soprattutto – nei momenti di maggiore vulnerabilità.

La gentilezza

A portare la voce dell’esperienza quotidiana è stata poi Eleonora Fernandi, infermiera nel reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale di Piacenza e membro dell’équipe della Pastorale della Salute. Il suo intervento ha acceso i riflettori su una parola spesso sottovalutata: gentilezza. In un tempo che la confonde con debolezza, Fernandi ne ha rivendicato la forza trasformativa nella relazione di cura.

Richiamando il lavoro pionieristico di Letizia Espanoli e il modello “SenteMente”, ha spiegato come la gentilezza non sia semplice buona educazione, ma un’azione intenzionale, gratuita, profondamente umana. Numerosi studi, ha ricordato, dimostrano i suoi benefici sia per i pazienti sia per gli operatori, eppure essa resta spesso assente nei percorsi formativi e nei criteri di valutazione, nonostante sia l’aspetto più apprezzato dagli utenti e, quando manca, la principale causa di conflitti e reclami.

In contesti di lavoro segnati da stanchezza, urgenza e pressione, mantenere la gentilezza è una sfida quotidiana. Ma è proprio lì che diventa decisivo tornare alla persona che si ha di fronte, curare lo sguardo, il tono della voce, la qualità della presenza, senza lasciare che il “fare” schiacci l’“essere”.

Il caregiver

A chiudere la serata è stato Carlo Pantaleo, coordinatore di progetti del Tavolo Nazionale per i Caregiver e collaboratore del Forum delle Associazioni Familiari dell’Emilia-Romagna. Il suo intervento ha dato nome e volto a una figura spesso invisibile: il caregiver, colui o colei che si prende cura in modo continuativo e responsabile di una persona anziana, fragile o disabile. Un ruolo che può essere svolto da un familiare o da un professionista, e che sempre più spesso richiede una collaborazione stretta tra entrambi, soprattutto quando la cura diventa una presenza costante nella vita.

“Le parole della cura” si è così rivelato un racconto corale fatto di esperienze, pensiero e umanità. Una serata che ha lasciato in eredità una domanda semplice e radicale: quali parole scegliamo quando ci prendiamo cura dell’altro? Perché, come è emerso con forza nella parrocchia di Sant’Antonio a Trebbia, anche da una parola può iniziare – o interrompersi – un percorso di cura autentica.

Riccardo Tonna

Nella foto, da sinistra, Itala Orlando, Eleonora Fernandi, Giuliana Masera e Carlo Pantaleo.

Pubblicato il 18 gennaio 2026

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