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Don Luigi Mosconi in viaggio in Messico e Guatemala

Mosconi Luigi 

Don Luigi Mosconi, a 83 anni, non ha affatto perso il suo entusiasmo per le missioni popolari, di cui è stato promotore ai tempi di Paolo VI. Una vita dedicata a insegnare lo stile di Cristo, a risvegliare la fede capace di cambiare le relazioni personali e sociali, il futuro di comunità e di un intero territorio. Oggi, dopo una vita interamente spesa per questo, su invito di alcuni vescovi del Centro- America sta per ripartire. Destinazioni, prima il Guatemala, nella regione orientale ai confini del Messico, dove vivono in maggioranza indigeni, poi il Messico: Torreòn, città di 700 mila abitanti a nord della capitale Città del Messico.

I consigli di Paolo VI

A decine di anni dalla prima missione, don Mosconi ricorda: “Lo Spirito Santo ha aperto questo cammino. Prima di partire Paolo VI ci volle incontrare e ci dette tre raccomandazioni: «Siate testimoni del Vangelo di Gesù, state sempre dalla parte dei più deboli, aiutate le diocesi che andate a servire ad applicare il Concilio Vaticano II». Le missioni popolari - precisa - non sono una pastorale in più ma devono animare tutte le pastorali; non sono un evento ma un processo permanente, che dura tutta la vita; sono il plurale dell’unica vera missione vissuta e proclamata da Gesù. È lui il riferimento, il paradigma, per questo è fondamentale conoscere la sua missione attraverso lo studio del Vangelo. Non si punta a trasmettere un insieme di dottrine o norme morali ma ad aiutare a vivere oggi la proposta di Gesù”. Certo, i tempi sono profondamenti cambiati, ma gli obiettivi delle missioni popolari rimangono gli stessi: “dare un senso vero alla vita, vivere il discepolato di Gesù in piccole comunità, essere sempre dalla parte degli scartati”.

Il viaggio

In sei diocesi del Guatemala e una del Messico, don Luigi - che partirà il 24 gennaio per tornare in Italia il 7 marzo - è chiamato a partecipare come formatore a incontri per missionari laici ai quali saranno presenti anche presbiteri: “È la continuazione di un processo che è la mia vita e che ha a che fare con quella «Chiesa in uscita» di cui tanto parla papa Francesco. Questo ci onora perché noi abbiamo cominciato il servizio in Brasile nel 1989 e molta gente in America Latina dice che le missioni popolari hanno anticipato il tempo di papa Francesco”.
Don Luigi dà i numeri di una realtà che ha acceso e continua ad accendere il cuore di moltissime persone: “La prima esperienza è partita nel 1981. Da allora siamo stati sollecitati da più di cento diocesi, 15 delle quali in paesi di lingua spagnola. In questi anni sono passati nel processo formativo per diventare missionario laico popolare circa mezzo milione di persone, e dove si è mantenuta viva la fiamma missionaria, le missioni operano ancora oggi”.

Messico: la piaga del narcotraffico

Don Luigi si sofferma sulla situazione politica e sociale che oggi troverà nei Paesi in cui è chiamato a servire e su cosa significa, in determinati contesti a rischio, essere discepoli di Gesù. Spesso i missionari stessi rischiano la vita. In Guatemala, ad esempio, in questo tempo di passaggio dal vecchio al nuovo presidente, esistono forti tensioni sociali e politiche. “Il Messico - continua il missionario di Carpaneto - è un paese lindo, bello, ma ha la terribile piaga del narcotraffico. Si tratta dunque di vivere lo stile di Gesù, di essere profeti con semplicità e fedeltà al Vangelo, in contesti difficili. È una sfida grande, ma bella da vivere, che dà senso alla vita, ed è questo ciò che rende sempre attuale l’esperienza delle missioni popolari. Gli obiettivi concreti si scelgono a partire dalla realtà. Nella diocesi del Messico in cui andrò un obiettivo molto forte è l’impegno per la pace, che non vuol dire guerra fredda, ma costruire la pace a partire dai cuori ed entrare in tutte le strutture della società”.

L’onda della globalizzazione

La natura della missione è molto concreta, fatta di iniziative pratiche volte alla solidarietà verso i più poveri, nei campi dell’alimentazione e della salute, in territori segnati dalla disuguaglianza, dalla violenza, dalla globalizzazione che snatura le identità locali. “Si cerca di rompere la paura visitando le persone, creando relazioni, formando comunità cristiane. Comunità vuol dire incontrarsi, condividere gioie, problemi, situazioni in modo che nessuno si senta solo. Questo ha una ripercussione politica molto bella e molto grande perché se si trasforma il territorio in tante comunità che si incontrano, che si aiutano, si incide anche politicamente”. Si è più forti nel cercare il bene comune al di sopra dei beni singoli e nel dire no alla violenza, nel difendere il diritto a rimanere nel proprio paese senza dover emigrare negli Stati Uniti. Diritto che presuppone però una distribuzione equa delle risorse.
Ma c’è anche, da parte dei missionari laici, tutto un lavoro di coscientizzazione del popolo per resistere all’urto della globalizzazione. Oggi, come racconta don Luigi, il cellulare è arrivato anche nel punto più remoto della foresta e forte è la tendenza a copiare i modelli occidentali, con il risultato della nascita di insoddisfazioni e tensioni. “Noi, invece, vogliamo fare memoria della storia e dei valori dei locali. In questi Paesi, poi, - continua don Luigi - la grande maggioranza sono battezzati, come in Italia, ma come in Italia il cristianesimo è segnato da devozioni che hanno del positivo ma anche molti limiti. Cerchiamo di aiutarli a passare da una semplice devozione alla sequela di Gesù di Nazaret, in un lavoro molto bello di conversione vera”.
In Italia sarebbe proponibile una missione popolare? “Se tutti noi ci lasciamo ispirare con creatività dallo Spirito Santo, si può parlare anche qui di missione popolare. La vita è missionaria in qualsiasi posto del mondo”.

Lucia Romiti

Pubblicato il 19 gennaio 2024

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  • In Cattedrale è stato ricordato il beato Secondo Pollo

    pollo

    Lunedì 26 dicembre il vescovo mons. Adriano Cevolotto ha presieduto la messa in Cattedrale a Piacenza nella memoria del beato Secondo Pollo, cappellano militare degli alpini. Vi hanno partecipato i rappresentanti delle sezioni degli Alpini di Piacenza e provincia e i sacerdoti mons. Pierluigi Dallavalle, mons. Pietro Campominosi, cappellano militare del II Reggimento Genio Pontieri, don Stefano Garilli, cappellano dell'Associazione Nazionale degli Alpini di Piacenza, don Federico Tagliaferri ex alpino e il diacono Emidio Boledi, alpino dell'anno nel 2019.
    Durante la Seconda guerra mondale, il sacerdote parte per la zona di guerra del Montenegro (Albania), dove trova la morte il 26 dicembre dello stesso anno, colpito da fuoco nemico mentre soccorreva un soldato ferito. 
    Originaio di Vercelli, fu beatificato il 24 maggio 1998 da papa Giovanni Paolo II. 

    Nella foto, il gruppo degli Alpini presenti in Cattedrale con il vescovo mons. Adriano Cevolotto.

    Pubblicato il 27 dicembre 2022

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