«Perché in parrocchia cantavamo Guccini»
All’età di 86 anni è morto Francesco Guccini, uno dei più grandi cantautori e intellettuali italiani dell’ultimo secolo. Le esequie si sono svolte a Pavana, la frazione di Sambuca Pistoiese dove viveva. Dagli anni ’70 è diventato uno dei personaggi più amati ed ascoltati; tutti hanno cantato i suoi brani più celebri “Auschwitz”, “Per fare un uomo”, “Dio è morto”, “Noi non ci saremo” e tanti altri.
Di seguito, il racconto di alcuni giovani degli anni ’70 impegnati nella parrocchia della SS. Trinità di Piacenza nel ricordo di Francesco Guccini.
Una chitarra sempre in mano
Se si potesse trasformare in un’immagine la giovinezza di chi ha frequentato il Gruppo Catechistico della parrocchia cittadina della Santissima Trinità tra gli anni Settanta e Ottanta, sarebbe sicuramente quella di un cerchio di ragazzi attorno a un fuoco. Sullo sfondo le rive della Trebbia per una grigliata estiva, oppure il cortile della casa per ferie delle Acli piacentine “Aquila” a Someda di Moena in val di Fassa. Al centro, sempre lei: una chitarra che passava di mano in mano e un canzoniere con i testi e gli accordi dei grandi maestri della musica italiana.
I ricordi di chi ha attraversato quella straordinaria stagione umana – le voci di Alberto Boledi, Riccardo Scapuzzi, Antonella Liotti, Giampaolo Rai e Michele Braccio – compongono un mosaico corale dove l’amicizia giovanile si fonde con la memoria affettiva e la cultura popolare del nostro territorio.
Alcuni dei momenti di vita parrocchiale dei giovani degli anni ’70 e ’80 alla SS.Trinità.
Le serate intorno al falò con don Giovanni Micheli
“Passare le serate insieme era il cuore stesso di quelle esperienze”, ricorda Michele Braccio, chitarrista da sempre e oggi libero professionista in campo informatico. Nelle pagine di quei canzonieri sfilavano le note di Battisti, Battiato, Dalla, Bennato, De André e l’immancabile Francesco Guccini. La Locomotiva, Auschwitz, Eskimo, L’Avvelenata o L’isola non trovata non erano semplici motivi da canticchiare, ma veri e propri racconti in versi, capitoli di una storia collettiva.
A rendere speciale quel percorso c’era l’equilibrio sapiente garantito dalle guide spirituali. Don Giovanni Micheli, allora alla SS. Trinità, poi parroco di Castell’Arquato, era un sacerdote capace di coniugare la profondità della preghiera con la capacità di stare in mezzo ai giovani con estrema semplicità. Sapeva condividere il divertimento di un’escursione in montagna, la spensieratezza di un gioco di squadra e il calore di un falò serale.
Don Giovanni Micheli, in quegli anni vicario parrocchiale alla SS. Trinità.
Guccini toccava corde umane fondamentali
Il legame con Francesco Guccini era fortissimo anche per ragioni geografiche e culturali. La sua poetica, fortemente radicata tra l’orizzonte della Via Emilia – culla di osterie, giovinezza e passione civile – e le radici della dorsale appenninica di Pavana, parlava direttamente all’anima dei ragazzi piacentini. Guccini sapeva unire una vena nostalgica ed esistenziale a una carica ironica e sferzante. Tra le righe delle sue canzoni c’era il sapore della nostra terra, la vita di provincia raccontata senza infingimenti e con uno sguardo schietto sulla realtà.
All’inizio poteva sembrare un paradosso: ragazzi di parrocchia che ascoltavano e cantavano a squarciagola un artista di estrazione laica, spesso critico e sferzante. Eppure, proprio attraverso quei testi colti, complessi e ricchi di riferimenti letterari e storici, Guccini toccava corde umane fondamentali: il valore della giustizia, la ricerca di libertà, il rifiuto del nichilismo e il richiamo alla responsabilità individuale.
Guccini raccontava la vita
I suoi testi spingevano a interrogarsi sul senso della storia e sul rispetto profondo per l’uomo. Brani celebri come Auschwitz o Il vecchio e il bambino con la sua profezia accorata su un’ umanità ferita, non erano affatto alieni al sentimento religioso, ma ne amplificavano la spinta etica.
Guccini raccontava la vita di provincia con una precisione e una dignità linguistica eccezionali. L’uscita di un suo nuovo LP non era un mero fatto commerciale, ma un vero e proprio rito collettivo fatto di attesa e aspettative. “Ognuno di noi – raccontano – correva ad ascoltare il disco per poi approfondire sui libri i rimandi storici e letterari citati nei brani. Un esempio emblematico fu il brano Bisanzio, uscito nell’album del 1981: una traccia talmente intensa, colta e suggestiva da far scattare in molti di noi una scintilla decisiva, orientandoci allo studio appassionato della storia”.
Vita parrocchiale degli anni Settanta e Ottanta alla SS.Trinità.
Cantare “Dio è morto” alla messa delle 11
Emblematica rimarrà per sempre quella volta in cui alla messa delle 11 – ricorda a questo proposito Mario Angelillo – il coro a fine celebrazione intonò “Dio è morto”. Un brano iconico scritto da Guccini, all’epoca persino censurato dalla Rai ma trasmesso da Radio Vaticana e apprezzato da papa Paolo VI per la sua capacità di denunciare la morte dei valori e sollecitare una risurrezione morale. Cantare quella canzone in chiesa – cosa che non trovò subito l’approvazione del parroco – fu un gesto d’impegno profondo: il segno che anche dentro la struttura parrocchiale c’era la voglia di rinnovarsi e di incarnare il Vangelo nella storia reale.
“Alla batteria Ellade Bandini”
La poetica di Guccini – spiega Michele Braccio – è fortemente divisa e radicata tra due mondi: la via Emilia (Bologna e Modena), simbolo della giovinezza, delle osterie, delle discussioni politiche e del rock and roll, e la Pavana natale sull’Appennino tosco-emiliano, luogo dell’infanzia, della memoria contadina e delle tradizioni perdute. Nonostante i temi spesso malinconici, esistenziali o nostalgici, Guccini possedeva una forte vena ironica, sferzante ed direi in certi casi anche dissacrante, evidente in capolavori satirici come L’Avvelenata o nelle sue divertenti ballate popolari. Prima di dedicarsi interamente alla musica, lavorò come giornalista e come professore.
Molte delle sue canzoni non sono semplici brani musicali, ma veri e propri racconti in versi direi un cantante-poeta. In tanti ricordiamo quando Guccini tenne un concerto molti anni fa a Pontenure e alcuni di noi andarono a sentirlo. Uno di noi era un suo fans ad alto livello e gli restò impresso come Guccini presentava i componenti del suo gruppo musicale. Ne fu così colpito che per giorni continuava a ripeterci quando lo incontravamo: “Alla batteria Ellade Bandini”. E per giorni e giorni cantava solo canzoni di Guccini.
Il gruppo dei giovani della SS.Trinità negli anni ’80 a Roma.
“Quelli della ringhiera”, un’amicizia
che non finisce
Mentre l’era digitale e i social network non erano ancora all’orizzonte, la comunicazione e l’amicizia avevano il sapore dell’attesa, della presenza fisica e della parola data. Ci si trovava – raccontano – sul piazzale della parrocchia – «eravamo quelli della ringhiera» – o al bar del circolo Anspi senza bisogno di messaggi o telefoni cellulari. E quel legame ha dimostrato di possedere una resistenza straordinaria al tempo. Oggi, a distanza di oltre quarant’anni, quel gruppo di ragazzi ormai adulti continua a rimanere unito. L’amicizia di allora sopravvive intatta, custodita anche nelle moderne chat di telefonia dove ci si scambia notizie, ricordi e auguri. Basta un piccolo pretesto, una vecchia fotografia o una nota di chitarra per far riaffiorare la medesima gratitudine di allora. La dimostrazione vivente che ciò che è stato costruito su basi autentiche di fraternità, condivisione e ricerca di senso continua ad accompagnare e scaldare la vita per sempre.
