Buon compleanno Pellegrina!
“La nostra finitezza non è un limite da combattere, ma una condizione che ci apre alla relazione e alla trascendenza”: sono le parole di mons. Adriano Cevolotto che ha presieduto, il 29 maggio, la messa nella Casa Accoglienza “Don Venturini” La Pellegrina, sulla strada Agazzana a Piacenza, nel 33° anniversario della sua fondazione. Hanno concelebrato: don Franco Capelli, parroco della Besurica, e i diaconi Giuseppe Chiodaroli e Mario Idda.
Da oltre tre decenni la struttura della Fondazione La Ricerca ETS accoglie persone con HIV-Aids, accompagnandole in un percorso di cura, dignità e relazione. Trentatré anni che coincidono con una delle più profonde trasformazioni sanitarie e culturali della società contemporanea: dall’epoca in cui l’Aids rappresentava una diagnosi spesso senza speranza e fortemente segnata dall’emarginazione sociale, fino ai progressi della ricerca scientifica che hanno cambiato il volto della malattia. Ma accanto alla battaglia medica, alla Pellegrina è proseguita senza interruzione un’altra sfida: quella dell’accoglienza e della vicinanza umana.
Umanità, relazioni, comunità, cura
Ad aprire la celebrazione è stato il presidente della Fondazione La Ricerca, Enrico Corti, che ha richiamato il valore della comunità in un tempo dominato dalla tecnologia e dalla logica dei numeri. “Umanità, relazioni, comunità, cura” sono le parole che continuano a guidare il cammino dell’associazione “La Ricerca”, ha ricordato, ribadendo che nessuna innovazione, nemmeno l’intelligenza artificiale, potrà sostituire il cuore e l’umanità delle persone.
Il presidente ha sottolineato come, da 33 anni, “La Ricerca” scelga di mettere al centro la persona e non le statistiche, vivendo la propria missione come risposta concreta alle fragilità e ai bisogni più profondi dell’uomo. “Noi siamo una comunità, non un’azienda”, ha affermato, evidenziando come il valore della Pellegrina si misuri nelle relazioni quotidiane, nella capacità di accogliere e lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro.
Ogni cosa ha una fine
Nell’omelia, mons. Adriano Cevolotto ha offerto una riflessione intensa a partire dalle parole della Prima lettera di Pietro: “La fine di tutte le cose è vicina”. Una frase che può essere letta in chiave catastrofica, ha osservato il vescovo, ma che in realtà invita a riconoscere la condizione di finitezza che appartiene a ogni essere umano.
“Ogni cosa ha una fine ed è più vicina di quanto pensiamo”, ha spiegato il presule, sottolineando come questa consapevolezza aiuti a trovare la giusta misura nei confronti della vita, delle persone e delle cose. L’uomo, invece, spesso si aggrappa a ciò che possiede o alle relazioni, nell’illusione di poter trattenere ciò che è destinato a passare.
Accogliere e lasciarsi accogliere
Richiamando il libro “L’arte di lasciare la presa” di Esther de Waal, mons. Cevolotto ha ricordato l’esercizio suggerito dall’autrice: attraversare la propria casa e ripetere davanti agli oggetti “non è mio, ce l’ho in prestito”. Un invito a riconoscere che tutto è dono e che nulla può essere posseduto definitivamente. Da questa consapevolezza nasce, secondo il vescovo, una libertà nuova. Lasciare la presa non significa rinunciare alla vita, ma imparare a viverla pienamente. Anche la parola “fine” assume allora un significato diverso: non solo termine, ma anche compimento. E proprio questa prospettiva apre alla dimensione dell’ospitalità, che mons. Cevolotto ha indicato come una delle espressioni più autentiche della libertà interiore. “Accogliere e lasciarsi accogliere – sintetizziamo le sue parole – significa riconoscere di avere bisogno degli altri, superando l’illusione dell’autosufficienza. La nostra finitezza – ha concluso – non è un limite da combattere ma una condizione che ci apre alla relazione e alla trascendenza”.
Una casa: le persone che la abitano
A chiudere la serata è stata la testimonianza di Chiara Gavardi, operatrice della Fondazione La Ricerca in servizio alla Pellegrina. Il suo intervento ha assunto il tono di una riflessione affettuosa sul tempo e sul significato stesso dell’anniversario.
“Trentatré anni sono tanti e sono pochi”, ha lasciato intendere, ricordando come alcuni periodi scorrano veloci mentre altri racchiudano una straordinaria ricchezza di esperienze. In queste mura sono passate innumerevoli vite, ciascuna con la propria storia, contribuendo a costruire l’identità della casa senza mai alterarne lo spirito originario.
“In un mondo – riassumiamo le parole di Chiara – che corre dietro all’efficienza, ai risultati immediati e a relazioni sempre più superficiali, la Pellegrina continua a scegliere una strada diversa. Qui si vivono i “tempi lunghi” delle persone; contano le conversazioni spontanee più dei meeting, il sostegno reciproco più delle procedure, la quotidianità condivisa fatta di parole, sorrisi, discussioni, aiuto e amicizia. Per questo – ha spiegato Gavardi – l’anniversario diventa un’occasione preziosa per fermarsi e riconoscere il valore di ciò che spesso si dà per scontato: una casa, una comunità, le persone che la abitano. Un momento per ricordare le proprie radici e per esprimere gratitudine a chi, negli anni, ha contribuito a mantenere viva questa esperienza”.
Il suo augurio finale, semplice e sincero, ha raccolto il senso dell’intera celebrazione: “Buon compleanno Pellegrina”.
