2 giugno 1946: «In bici al seggio con le mie amiche»
Il 2 giugno 1946 è stata una data storica per le donne: dopo le amministrative di primavera, era il momento storico del voto per scegliere la forma di Stato: monarchia o repubblica. Abbiamo raccolto i ricordi di alcune ventenni di allora, oggi brillanti ultracentenarie.
“Non potevo mancare, era un evento epocale, finalmente anche in Italia le donne avevano diritto al voto e quindi di partecipare alla vita sociale”. Per Carla Annoni il 1946 è un anno memorabile per due ragioni: è andata alle urne per la prima volta e si è sposata con il dottor Cesare Bocci, storico medico condotto di Besenzone.
Classe 1924, diplomata maestra, il 2 giugno 1946 aveva 22 anni. “Sono andata a votare con la mia mamma, tutte e due con gli abiti migliori e con tanta emozione – racconta -. Al seggio ho trovato le mie amiche, la partecipazione era molto sentita da tutte noi donne. Mi batteva forte il cuore quando sono entrata nella cabina elettorale, mi sentivo importante e felice. Da allora non ho mai mancato al voto proprio perché sento ancora oggi la grande importanza di questo diritto ottenuto «in ritardo» rispetto ad altre nazioni come Inghilterra e Stati Uniti”.
La signora Carla Annoni Bocci al voto nel 2024, a cento anni di età.
Il 2 giugno della staffetta partigiana
Ha cercato di essere sempre fedele all’appuntamento alle urne anche Rambalda Magnaschi, 103 anni portati alla grande. Le sue memorie sono legate soprattutto al periodo della Resistenza, quando – staffetta partigiana col grado di “sergente” – a soli vent’anni e già mamma di una bimba si è trovata a fuggire dalla città, ricercata in quanto moglie del comandante della 2ª Brigata di manovra “Gallinari” Fermo Freschi.
Originaria di Montechino di Gropparello, la sua è una storia da film. “Tutte le sere venivano i fascisti per farmi dire dove era mio marito, ma io tenevo la bocca cucita. La mia Paola aveva solo quattro mesi: con la mamma, mio fratello e mia sorella da Piacenza siamo scappati dal nonno in montagna. Là un fascista – che mi aveva vista nascere – lo avvertì: «Porta via subito la Balda». Rischiavo di finire con la mia bambina in un campo di prigionia”. Bussa a varie case in cerca di riparo, la paura delle rappresaglie è tanta. Finché viene accolta nel capanno degli attrezzi da una famiglia che viveva sopra Groppovisdomo. “Avevano cinque bambini da sfamare, eppure quando facevano il pane mi davano una mezza micca e le famiglie attorno mi aiutavano in ogni modo, chi portando la stufa, chi una branda. Io raccoglievo le erbe nei campi per mangiare”.
La signora Rambalda Magnaschi.
“Finalmente con il voto avevamo un po’ di potere”
Era arrivata a pesare 24 chili, uno scricciolo che una pattuglia di tedeschi – mentre è nel bosco per una delle sue missioni – scambia per la sorella maggiore della bimba che ha con sé. E miracolosamente si salva. Come miracolosamente si salva il marito, “grazie a don Giuseppe Borea, che l’ha nascosto dietro la statua della Madonna in chiesa: don Giuseppe era un santo”.
La scelta di voto di Rambalda il 2 giugno è chiara: Repubblica. Ma è soprattutto il significato di quel giorno che le è rimasto impresso nella mente. “Ho votato alla scuola Alberoni, abitavo lì vicino. È stata un’emozione grandissima: le donne erano trattate da schiave, tante anche in famiglia non valevano nulla, finalmente ci era riconosciuto un po’ di potere”, dice, senza mezzi termini e con gli occhi che le brillano. Un momento talmente importante che – è quel che racconta – dopo il voto con le amiche si è concessa un aperitivo ad un bar poco distante. “Dopo tanto dolore, andare a votare è stato come rinascere. E come donne ci siamo sentite riconosciute: una festa doppia”.
Le figlie del sarto di Alseno insieme a votare il 2 giugno
Non è stata contagiata dalla “febbre del voto” Nuccia Camoni, 101 anni compiuti il 23 maggio ed un piglio da almeno venti di meno. O, come ammette candidamente: “sono passati tanti anni, come posso ricordare tutto?”. La signora Nuccia il 2 giugno 1946 era fresca 21enne. Figlia del sarto di Alseno, sarta lei stessa – tutt’ora utilizza la macchina da cucire, con una preferenza per quella a pedali sulla elettrica – ricorda di essere andata al seggio insieme alle sorelle maggiori. E certamente era vestita con cura, anche perché il papà su questo era inflessibile: le figlie dovevano sempre essere in ordine. Su cosa abbia votato, un po’ di nebbia resta. Rammenta che le piacevano i reali: del resto a quell’epoca la monarchia esercitava un certo fascino, specie la regina Maria José (che si recò lei stessa a votare intorno alle 20.30 del 2 giugno, mettendosi in fila come tutti gli altri in attesa del suo turno).
Se i ricordi del primissimo voto non sono vividi, Nuccia – che si è trasferita a Fiorenzuola dopo il matrimonio nel 1956 con Mario Villaggi, originario di Chiaravalle – va fiera però di essere sempre andata in seguito ad esercitare il suo diritto e dovere di cittadina alle elezioni. Ha mancato l’appuntamento nel 2022, quando si è fratturata una caviglia. Un imprevisto che non le ha impedito di scavallare il secolo, diventare bisnonna e continuare ad uscire per prendere il pane e andare al mercato.
La signora Nuccia Camoni lo scorso anno per il centesimo compleanno.
Il 2 giugno al voto con il vestito più bello. Ma niente rossetto per le donne
Luigia Belli Minardi, classe 1924, il 2 giugno ha votato al seggio di Cortemaggiore, dove abitava prima del matrimonio (si è sposata nel 1947 e si è trasferita a Besenzone, occupandosi della casa e dando un mano al marito nei lavori in campagna).
Incalzata dal figlio, racconta di essersi messa il vestito più bello e di aver inforcato la bicicletta per andare dalla località in cui viveva – detta “Rosario”, sulla strada per San Pietro in Cerro – fino al centro per esercitare il diritto di voto. “Sono andata con le mie amiche Milena Crotti e Anna Tramelli”, risponde pronta. Se le si chiede per cosa ha votato, invece, è sibillina: “Per il re e per la Repubblica”. Del resto, Luigia ha ragione: il voto è segreto. Quello delle donne ancora di più in quel 2 giugno 1946: siccome la scheda elettorale non doveva avere alcun segno di riconoscimento, ma anche essere incollata, le donne furono invitate a non usare il rossetto in quell’occasione. Nell’inumidire con le labbra il lembo da incollare, avrebbero potuto lasciare una traccia sulla scheda e, così, renderla in qualche modo riconoscibile.
La signora Luigia Belli Minardi per i 101 anni di età nel novembre scorso insieme all’allora parroco di Besenzone don Giancarlo Plessi e ai familiari.
