Anche un figlio può diventare un idolo?
di Cecilia Galatolo  
27 Maggio 2026
I dieci comandamenti in famiglia - 1° Non avrai altro Dio all’infuori di me

Anche un figlio può diventare un idolo?

Iniziamo una nuova rubrica. I temi saranno tratti, di volta in volta, dal libro da me scritto
“Genitori
sta a noi. Dieci passi per vivere meglio in famiglia” (Mimep Docete).
In ogni articolo, affronteremo i Comandamenti, dati da Dio a Mosè
e validi ancora oggi, dalla prospettiva del genitore.
Cosa rischio di rubare a mio figlio? Quando gli tolgo la vita?
In che modo può diventare
un idolo, prendendo il posto di Dio?
Vi offro
un itinerario, alla scoperta di voi stessi, dei vostri figli,
prendendo spunto da parole di una saggezza eterna,
che possono essere incarnate anche da voi, da me,
genitori imperfetti alla ricerca della felicità.

 

L’idolo è qualcosa a cui si chiede la vita, al posto di Dio; è qualcosa che sembra saziarci, in realtà ci mette ancora più fame.

Gli idoli all’opera

Tutto può diventare un idolo: il denaro, una casa, un’automobile, l’aspetto fisico, il successo, persino un’altra persona o noi stessi. L’idolo la vita, però, non ce la dà, la toglie. È proprio dell’idolo, infatti, occupare un posto che non gli spetta, ovvero il posto di Dio. Lui sì che ci riempie, che ci dona, che ci libera. L’idolo ci fa schiavi. Ci immobilizza, ci chiude in noi stessi. In questa rubrica, parleremo dei Dieci Comandamenti dalla prospettiva dell’essere genitori. Il primo comandamento recita: “Non avrai altro Dio al di fuori di me”. Vale anche per me, madre o padre. E allora, quando mio figlio, mia figlia, diventa un idolo?
I figli vengono al primo posto. Quante volte lo diciamo o lo sentiamo dire? E cosa c’è di sbagliato, in questo?

 

Quando un figlio diventa un idolo

Siccome l’idolatria di un figlio è difficile da smascherare, come difficile può essere vedere i danni che questo provoca, dovremmo andare con ordine.
Chiariamo, intanto, che il problema non è mettersi al servizio dei figli in tutto ciò di cui hanno bisogno. Anzi, questo è proprio ciò che noi genitori siamo chiamati a fare. Il problema è “disconoscerli” (se non materialmente concettualmente) quando non li approviamo o venerarli, come trofei, in funzione della nostra vanità. Il problema è considerarli luce per la nostra luce. Un figlio diventa un idolo quando lo trattiamo quale fonte primaria di appagamento; quando deve brillare per far brillare noi.
Come fare perché un figlio sia amato per se stesso e non in funzione del nostro ego? Penso che il primo passo sia non considerarli persone diverse da noi, da conoscere; persone che ci sono state donate, alterità con cui entrare in relazione, e non una “nostra proprietà”. Persone con una vita diversa dalla nostra, preziosa nella sua unicità.

Custodi, non costruttori dei figli

Come sostiene la nota pedagogista Maria Montessori, i genitori non sono i costruttori dei loro bambini (o dei loro ragazzi), ma custodi. I figli vanno amati così come sono. A prescindere da ciò che fanno. A prescindere da tutto. Se c’è una cosa che può davvero distruggerli, infatti, se c’è qualcosa che ostacola la loro fioritura è l’amore condizionato: “Ti voglio bene se…”.
In fondo, ti voglio bene se mi fai apparire un buon genitore e, in definitiva, una bella persona. Quando un bambino o, più spesso, un adolescente avverte questo è molto probabile che smetta di vedere il genitore come un punto di riferimento e cerchi sicurezze altrove.
C’è un sano distacco dai figli da mettere, se vogliamo il loro bene, non il bene che ci aspettiamo da loro; quando sappiamo dire “Io ci sono per te, qualunque strada tu prenda, qualunque cosa tu faccia”.

Il prossimo articolo sarà pubblicato lunedì 18 maggio 2026