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Notizie Varie

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A Borgonovo un incontro sulle origini cristiane dell'Europa

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Si è svolto a Borgonovo un evento per celebrare la festa dell'Europa e ricordare le origini cristiane che hanno unito il nostro continente attraverso l'analisi di un fenomeno come il monachesimo che davvero ha dato un impulso oltre che religioso anche culturale ed economico all'Europa.  
Promosso dal circolo culturale "Alfonso Testa" con il patrocinio del Comune di Borgonovo, il dibattito si è svolto nell'oratorio Renzo Salvi ed ha visto come relatore Giancarlo Baruffi, esperto di storia medioevale.

Al momento della caduta dell'Impero Romano d'Occidente - ha detto Baruffi - esso di fatto già non esisteva più da anni, occupato in gran parte popolazioni barbare con il potere Imperiale limitato alla sola Italia a parte della ex Jugoslavia. Quello d'Oriente invece era forte e e Prospero legato all'Asia grazie ai fiorenti commerci e con una Chiesa forte e ben organizzata sostenuta dallo Stato in cui vi era un acceso dibattito teologico. 
I primi monaci si trovano in Egitto (Antonio, Paolo, Atanasio), poi il fenomeno si diffonde in Oriente e in seguito in Occidente.
In Occidente nel caos generale seguito al crollo dell'impero la chiesa è l'unico punto fermo; in particolare l'Italia è terra di conquiste spopolata da decenni di razzie e pestilenze totalmente distrutta e con l'economia a pezzi. Anche dal punto di vista religioso c'è un grande caos perché i barbari che si convertono al cristianesimo spesso aderiscono a forme eretiche come l'arianesimo.
In questa situazione, prosegue il relatore, nasce Benedetto che dopo avere fatto l'esperienza eremitica fonda 12 monasteri in Lazio e poi Montecassino. 
La sua regola si basa su preghiera studio ed altre attività lavorative come l'orto, l'infermeria o l'ospizio per i pellegrini e naturalmente il lavoro agricolo. 

In questa epoca nonostante le incertezze cominciano anche i primi pellegrinaggi ed i monasteri sono un punto fermo ed una tappa sicura per i pellegrini che sono in cammino verso Roma o verso i luoghi santi.
Le donazioni dei Pellegrini specie quelli benestanti ed i lasciti fanno sì che in breve tempo i monasteri diventino ricchi, d'altra parte le risorse servivano non solo per l'approvvigionamento dei monaci ma anche per l'acquisto dei libri, per il sostentamento delle pecore da cui si traevano le pelli per le pergamene e per acquisto di paramenti ed oggetti liturgici.

Con la predicazione di San Patrizio l'esperienza monastica arriva anche in Irlanda al di fuori di quello che era il territorio dell'impero romano e di questo territorio viene accolta subito con grande successo; in breve tempo ad esempio a Bangor si riuniscono 1500 monaci.
In questa forte esperienza nasce Colombano. Partito con 12 compagni attraversa la Francia e la Svizzera per arrivare in Italia. 

Durante il suo pellegrinaggio Colombano fonda diversi monasteri che presto diventano dei poli di cultura e dei modelli di sviluppo economico e parte la rievangelizzazione dell'Europa.
L'ultimo monastero da lui fondato è quello di Bobbio in un territorio strategico al confine del regno Longobardo ed è alle porte delle terre bizantine: in poco tempo  diventa la più grande esperienza monastica del nord Italia composta da 150 monaci in parte provenienti dall'estero come dimostrano i nomi dei premi abati che erano di etnia irlandese, germanica o francese.
Alla serata hanno partecipato  anche i parroci don Gianni Bergomi e don Paolo Buscarini.

Pubblicato il 17 maggio 2019

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Il grande business del gioco d’azzardo

BassiFagnoniAvanzi

Quali dinamiche scattano in una persona con il gioco d’azzardo? Se lo è chiesto il dott. Maurizio Avanzi, responsabile della cura del disturbo da gioco d’azzardo dell’AUSL di Piacenza, nell’incontro del 13 maggio nella sede dell’Associazione “La Ricerca” a Piacenza sul tema “Quando la solitudine diventa vergogna: l’esperienza dei familiari del gioco d’azzardo”.
Chi gioca – ha detto – sono persone di tutte le età e non facili da curare. Il gioco d’azzardo crea dipendenza ed è l’unico che non fa vincere per l’abilità del giocatore, ma solo per il caso e la fortuna. All’inizio si prova a giocare per curiosità e divertimento e la cosa più pericolosa è proprio la vincita che fa cambiare il modo di pensare e la modalità di giocare. Si continua a giocare, ma non si acquisiscono capacità e competenze, si accumulano solo debiti e chi vince è sempre l’ideatore del gioco: il banco.
“Nel 2016 - ha sottolineato il dott. Avanzi - il fatturato complessivo del comparto enologico in Italia è stato di 10 miliardi, il gioco d’azzardo invece, nello stesso anno, è stato di 96 miliardi di euro e pensare che, nel 2017, per tutte le spese sanitarie si sono spesi 107 miliardi di euro. Si gioca dappertutto e oggi ci sono 51 tipi diversi di gioco d’azzardo. In passato c’erano solo Totocalcio, Totip e quattro casinò in tutta Italia. Adesso, oltre ai vari Superenalotto, Gioca e Vinci, slot machine, c’è anche la possibilità di giocare online. Sono dati che fanno rabbrividire…”.

Le ripercussioni sui familiari. La parola è poi passata a Fausta Fagnoni e Alessandra Bassi, counsellors professioniste, responsabili per i progetti sul gioco d’azzardo dell’Associazione La Ricerca e della Cooperativa L’Arco, che hanno portato l’accento sull’esperienza drammatica dei familiari del gioco d’azzardo. Entrambe hanno sottolineato come un giocatore d’azzardo patologico provoca di solito problemi gravi per sé e per altre due, tre, dieci persone a lui legate: le ricerche parlano di almeno 5-10 familiari sofferenti per ciascun giocatore. Si arriva così a conseguenze serie per il 10 % della popolazione. La famiglia viene a trovarsi in una in una situazione di vergogna, isolamento e solitudine e nasce la paura del giudizio degli altri. I familiari dei giocatori d’azzardo, secondo le due professioniste, sono un gruppo senza voce e la loro vita è colpita soprattutto nelle tre aree delle finanze, delle relazioni familiari e della salute (emotiva e fisica). In famiglia nascono liti e discussioni anche violente e la perdita della fiducia nell’altro è praticamente inevitabile. I bambini sono intrappolati nel mezzo delle tensioni familiari, devono sperimentare la delusione delle promesse tradite, si sentono tristi, feriti, arrabbiati, depressi, confusi e si vergognano. Si sentono anche in colpa per le difficoltà che la famiglia sta vivendo

Perché le famiglie non ne parlano. Il gioco d’azzardo eccessivo in una famiglia è, per le counsellors, un po’ come un elefante in salotto: qualcosa di enorme, che però non si nomina e nemmeno si vede. Le famiglie spontaneamente non ne parlano, sono terrorizzate dall’idea di affrontare i fatti e le emozioni, che sono peraltro ingombranti e schiacciano e comprimono tutto il resto. Quindi le menzogne e le difficoltà con il denaro provocano vergogna e isolamento sociale.

Dalla menzogna all’isolamento. La catena è questa: menzogna - denaro - vergogna - isolamento. Bisogna quindi aiutare la famiglia a superare la vergogna che si cerca di nascondere e resta muta… Il momento decisivo è quello di passare dalla vergogna che distrugge a quella che salva. Significa invertire il senso della vergogna attraverso la condivisione in positivo della propria esperienza.
“Il racconto di sé - hanno affermato le due responsabili - crea un ponte con le parole che si osano dire e che qualcuno osa ascoltare. Confidarsi con qualcuno fa stare meglio. La rappresentazione del proprio io ferito modifica le emozioni e la comprensione, permettendo alla persona di ritrovare sé stessa e riprendere in mano la vita”.

Il passaggio fondamentale per i giocatori d’azzardo malati è dal senso di colpa al senso di responsabilità. L’ultimo appello delle counsellors è stato quello di, se si ha in famiglia un giocatore d’azzardo eccessivo, uscire allo scoperto, da soli non se ne viene fuori, è un’esperienza troppo impegnativa: “Chiedete aiuto se pensate di avere questo problema, date sostegno se vi accorgete che qualcun altro lo ha. Continuate a chiedere aiuto: vale la pena di superare la vergogna e il pudore per creare reti di supporto e di amicizia. Insieme è meglio!”

Riccardo Tonna

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Pubblicato il 16 maggio 2019

Dopo di noi

Incontro per familiari di persone con disabilità

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Torna “Incontriamoci”, ciclo dedicato ai familiari di persone disabili promossi dalla Fondazione Pia Pozzoli. L’appuntamento è per martedì 21 maggio, dalle 10 alle 12, nel centro Il Samaritano di via Giordani 14 a Piacenza. A condurre l’incontro sarà Ilaria Fontana, psicologa della Fondazione Pia Pozzoli.

“Incontriamoci” nasce come momento di confronto libero tra le famiglie partecipanti, un vero e proprio “laboratorio di pensiero”, con incontri aperti a tutti e liberi nella frequenza poiché non avranno le caratteristiche di un “corso”, quanto del “percorso” dal quale ciascuno può entrare ed uscire senza avere mai l’impressione di perdere alcunché, quanto piuttosto di poter dare sempre il proprio originale contributo.
L'ultimo incontro sarà il 18 giugno. “Incontriamoci” poi riprenderà dopo la pausa estiva il 24 settembre.
Per maggiori informazioni: cell. 366.9533096 – info [AT] fondazionepiapozzoli [DOT] it

Pubblicato il 15 maggio 2019.

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Gragnano, una targa ricorda don Beotti nella via a lui intitolata

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Il comune di Gragnano ha concluso i lavori di asfaltatura di via Don Beotti, nel capoluogo, posizionando una targa in ricordo del sacerdote di origine gragnanese. All’iniziativa, oltre al sindaco Patrizia Calza e agli assessori Cristiano Schiavi e Alessandra Tirelli, hanno preso parte don Andrea Campisi, numerosi cittadini e il Consiglio comunale dei ragazzi. Si tratta di una iniziativa che si inserisce nel quadro più ampio della cittadinanza attiva e della valorizzazione della storia locale. Chiunque transiti nella via, soprattutto i più giovani, avranno la possibilità di riscoprire la figura della persona a cui la via è dedicata.
In questo caso si ricorda la figura di don Beotti, nato a Campremoldo sotto nel 1912 e ucciso dalle forze nazifasciste a Sidolo, nel comune di Bardi, a 32 anni, nel luglio del 1944. Pur in pericolo, per le rappresaglie che in quei giorni le truppe occupanti stavano svolgendo nei comuni limitrofi - e che prendevano di mira non solo i partigiani ma chiunque desse aiuto a loro o ai fuggiaschi - don Beotti decise di rimanere insieme ai suoi parrocchiani. “Finché c’è un’anima da curare, io sto al mio posto”, disse, deciso a portare avanti fino alla fine la missione che aveva deciso di intraprendere. Un esempio di assunzione di responsabilità che vale richiamare ancora più oggi a tutti e soprattutto alle giovani generazioni. Sempre nell’ottica della storia locale, la targa riporta poi la foto del sito in cui essa è collocata e di come esso appariva agli inizi del secolo scorso.

Pubblicato il 16 maggio 2019

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Coldiretti Piacenza, Bressanutti è il nuovo direttore

bressanutti cremonesi

Claudio Bressanutti è  il nuovo direttore di Coldiretti Piacenza. Subentrerà, dal primo di giugno, a Giovanni Luigi Cremonesi, chiamato a dirigere le Federazioni provinciali lombarde di Como, Lecco e Varese.
Claudio Bressanutti, friulano di 49 anni, laureato in Scienze Agrarie e sposato con due figli, dal 2015 ad oggi ha guidato la Federazione provinciale di Ferrara. Prima aveva diretto la Federazione di Pordenone.
“Un nuovo incarico in un territorio importante – ha affermato Bressanutti - ricco di aziende straordinarie e di eccellenze, che mi riprometto di visitare prima possibile”.
Il passaggio del testimone ha rappresentato anche un momento di bilancio per il direttore Cremonesi: “Sono stati anni intensi, pieni di esperienze, lotta sindacale e novità professionali. Sotto quest’ultimo aspetto la partita più importante è stata indubbiamente quella delle fatturazioni elettroniche, affrontata con un approccio che ha dato risultati molto positivi. Ringrazio tutti i consiglieri, preziose sentinelle del territorio e tutti i collaboratori della struttura che ogni giorno svolgono con dedizione e professionalità il loro lavoro al servizio dei nostri associati”.

Pubblicato il 15 maggio 2019

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