Il vescovo mons. Cevolotto a Fino Mornasco per ricordare Scalabrini
di Enrica Lattanzi  
17 Ottobre 2026

Il vescovo mons. Cevolotto a Fino Mornasco per ricordare Scalabrini

Fino Mornasco guarda alla figura di san Giovanni Battista Scalabrini, il sacerdote della diocesi di Como nato nel 1839  e diventato Vescovo di Piacenza il 30 gennaio 1876.
A 150 anni da quella ordinazione episcopale, la Comunità pastorale di Fino Mornasco ha proposto dall’11 al 18 ottobre la seconda edizione della Settimana Scalabriniana, un percorso pensato per riscoprire la figura del Santo non soltanto attraverso la memoria storica, ma anche alla luce delle domande che interpellano oggi la comunità cristiana.
Il programma, che ha visto l’apertura con l’intervento del cardinale Fabio Baggio, scalabriniano e Pro-Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, si conclude domenica 18 ottobre con la messa alle ore 10 presieduta da mons. Adriano Cevolotto, vescovo di Piacenza-Bobbio.

Con don Teresio Barbaro, parroco di Fino Mornasco, approfondiamo la figura del santo vescovo Scalabrini.

I 150 anni dall’ordinazione episcopale
di Scalabrini

La Settimana Scalabriniana 2026 celebra un traguardo importante: i 150 anni dall’ordinazione episcopale del Santo. Qual è il significato più profondo di questo anniversario per il cammino di fede della nostra Chiesa locale?

Centocinquant’anni fa, il 30 gennaio 1876, il giovane sacerdote comasco nato a Fino Mornasco veniva ordinato Vescovo di Piacenza. Ricordare quel giorno significa ricordare che l’episcopato di Scalabrini fu un dono ricevuto e speso per gli altri: pastore, catechista, padre dei poveri, e poi apostolo dei migranti.

Il significato più profondo di questo anniversario riguarda anzitutto il legame tra il Vescovo e la sua comunità diocesana. Il Vescovo non è un funzionario né un amministratore, ma un pastore che cammina davanti, in mezzo e dietro al suo popolo, e che il popolo riconosce come segno di Cristo Buon Pastore. È una relazione di fiducia reciproca, in cui la Chiesa locale trova la sua unità e la sua missione. Da qui nasce una Chiesa che non resta chiusa nei propri confini, ma si fa cura concreta del fratello, soprattutto del più lontano e fragile, riconoscendo in ogni migrante il volto di Cristo.

Ancora più intimo è il rapporto tra il Vescovo e i presbiteri, di cui egli è padre. Come un padre, il Vescovo si pone di fronte ai suoi sacerdoti come pastore che li ama e si prende cura del loro ministero, della loro fatica e del loro sforzo di far crescere il Regno di Dio là dove sono chiamati a servire, spesso nel nascondimento e nella solitudine. Un presbitero sostenuto, ascoltato e accompagnato dal suo Vescovo può a sua volta farsi più generosamente padre e fratello per la sua gente. Scalabrini lo ha vissuto: la sua attenzione ai sacerdoti, alla loro formazione e al loro benessere spirituale fu un tratto costante del suo servizio.

 

Il fonte battesimale

Il fonte battesimale dove Scalabrini ha ricevuto il battesimo, sempre a Fino Mornasco.

Un Santo vicino alla gente

Il programma tocca temi molto personali e relazionali: martedì 13 padre Gianni Borin ha parlato di “Scalabrini e la cura dell’altro e della Comunità”, mentre venerdì 16 la Giornata Penitenziale ha trattato il tema “Il Perdono come cura di sé per gli altri”. In un tempo troppo spesso segnato dall’individualismo, come può l’insegnamento del Santo aiutarci a riscoprire il valore del perdono e della cura reciproca?

Scalabrini ci mostra un pastore che non si accontenta di guidare da lontano, ma si fa vicino: visita le parrocchie anche più sperdute, ascolta i poveri, si preoccupa dei sacerdoti, durante la carestia apre le porte della sua casa a chi ha fame. Per lui la cura dell’altro non è un’opzione pastorale, ma il modo concreto di amare Cristo.

In un’epoca segnata dall’individualismo, in cui ciascuno rischia di chiudersi nei propri interessi e nelle proprie ferite, questo stile è una vera controcorrente. Ci ricorda che nessuno si salva da solo e che la fede, se è autentica, ci rende responsabili del fratello che ci sta accanto: il vicino di casa, l’anziano solo, la famiglia in difficoltà, lo straniero appena arrivato.

Da qui il valore del perdono. Chi si prende cura dell’altro sa che le relazioni sono fragili e che senza riconciliazione non c’è comunità. Scalabrini, uomo di dialogo e di pace, anche in tempi di incomprensioni e tensioni, ha scelto la via della pazienza, della mitezza e dell’amore che ricomincia.

Perdonare non significa dimenticare il torto, ma rifiutarsi di lasciare che il rancore abbia l’ultima parola, e aprire ancora una possibilità di incontro. Riscoprire la cura reciproca e il perdono è allora il frutto più bello di questa Settimana Scalabriniana: una comunità che si ascolta, si riconcilia e si prende per mano, cominciando dalle piccole attenzioni di ogni giorno.

Scalabrini  e i giovani

È evidente una grande attenzione ai più giovani, con momenti di formazione per i bambini delle elementari negli orari di catechismo e un appuntamento dedicato ai ragazzi di medie e superiori venerdì pomeriggio. In che modo tradurre e attualizzare la figura di Scalabrini per le nuove generazioni?

Per i giovani Scalabrini può risultare lontano nel tempo, ma è sorprendentemente vicino nello stile: non si è limitato a denunciare i problemi del suo tempo, ha guardato la realtà, si è lasciato toccare e ha agito. Vide partire migliaia di persone dalle nostre terre e non rimase a osservare: fondò congregazioni, creò reti di assistenza, scrisse, viaggiò. Questo è il primo messaggio per le nuove generazioni: l’indifferenza non è mai neutrale, e ciascuno può fare la sua parte.

Attualizzare Scalabrini significa tradurre il suo “aver cura” nel linguaggio di oggi. I giovani sono già sensibili alle ingiustizie, alla solidarietà, all’ambiente, ai diritti: nel Santo possono trovare un esempio di come la fede dia radici e forza a questa sensibilità.

Ai ragazzi che oggi si spostano per studio o lavoro, o che vivono accanto a coetanei di origini diverse, Scalabrini ricorda che l’altro non è una minaccia ma un fratello, e che la cura passa da gesti concreti: ascoltare un compagno in difficoltà, accogliere chi è nuovo, impegnarsi nel volontariato, usare i social per costruire ponti e non muri.

Come renderlo incisivo? Con testimonianze, esperienze di servizio, incontri con migranti e con chi lavora nell’accoglienza, più che con celebrazioni del passato: Scalabrini parla ai giovani quando li coinvolge in gesti concreti di vicinanza. Lo scalabriniano di oggi, in fondo, è chi si chiede: “Chi è il mio prossimo, e che cosa posso fare per lui?”.

Custodire non significa conservare un ricordo da museo, ma lasciare che la sua testimonianza continui a interpellarci e a plasmare il nostro stile di comunità. Lo viviamo come un mandato della Chiesa diocesana, che ci chiede di essere custodi di un patrimonio spirituale che appartiene a tutti. Il modo più vero di onorare Scalabrini sarà allora fare nostro il suo aver cura: una comunità unita, aperta all’accoglienza, attenta ai bisogni, capace di presenza efficace, di perdono e di collaborazione tra tutte le realtà che la compongono. È questa la memoria viva che vogliamo custodire per noi oggi e consegnare alle nuove generazioni.