Il Vescovo: «La prima missione è cambiare lo sguardo»
di Barbara Sartori  
03 Ottobre 2026

Il Vescovo: «La prima missione è cambiare lo sguardo»

Cosa vuol dire essere Chiesa in uscita? A quale missione oggi la comunità cristiana è chiamata in un contesto multiculturale da un lato e di crescente indifferenza alla fede dall’altro?

Sono alcune delle provocazioni che il vescovo mons. Adriano Cevolotto ha rilanciato al convegno ecclesiale di inizio anno pastorale nella basilica di San Francesco. Un discorso profondo e articolato, per preparare alla lettura della sua Lettera pastorale “Rinascere dall’alto. Sguardi e passi con e per gli adulti”, che ha sollecitato la comunità ecclesiale — sacerdoti, diaconi e laici — a interrogarsi su cosa significhi oggi, concretamente, essere una “Chiesa missionaria”.

convegno ecclesiale: persone in ascolto.

Uno scorcio della basilica di San Francesco durante il convegno ecclesiale nella mattinata del 3 ottobre.

Oltre i vecchi modelli: il significato della «missione» oggi

Spesso – ha esordito il Vescovo – negli ambienti ecclesiali si tende a contrapporre una “pastorale di conservazione” ad una “pastorale missionaria”. Ma cosa vuol dire, oggi, missione? A quale contenuto rimanda questa parola? Per decenni, la dimensione missionaria è stata identificata quasi esclusivamente con il sostegno ai Paesi lontani e alle opere dei missionari inviati all’estero (missio ad gentes). Un modello che vedeva le parrocchie locali come “retrovia” di supporto, ma che con il passare del tempo e il progressivo affievolirsi dei gruppi missionari storici ha mostrato i propri limiti.
Oggi  – fa notare mons. Cevolotto – si ripete spesso la formula “anche la nostra è terra di missione”. Tuttavia questa affermazione non può ridursi alla semplice presa d’atto che nelle parrocchie operano sacerdoti provenienti da altre diocesi del mondo. Serve una vera e propria trasformazione della prospettiva pastorale. Invece nulla pare cambiato – nelle scelte, nelle priorità – dell’azione delle parrocchie: in prevalenza di bambini, adolescenti, giovani, salvo lamentarsi della poca partecipazione dei genitori dei ragazzi dell’iniziazione cristiana al cammino dei loro figli. Anche l’arrivo di persone di religioni differenti o appartenenti a confessioni cristiane differenti – fa notare il Vescovo – rendono ancor più attuale la parola missione: “ci preoccupiamo, giustamente, dell’accoglienza, del rispetto del loro credo religioso, ma come questa relazione possa diventare spazio possibile di annuncio è un aspetto che non viene considerato”. 

 

Superare la frammentazione tra annuncio, sacramenti e carità

Mons. Cevolotto invita a ripensare il rapporto tra i pilastri della vita cristiana: l’annuncio della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della vita, ovvero la carità. “C’è una circolarità tra questi tre poli che non sempre riusciamo a mantenere”, ha osservato il Vescovo, mettendo in guardia ad esempio dalla tentazione di contrapporre annuncio e sacramenti. “Se come ci dice il Concilio l’Eucaristia è fonte e culmine della vita cristiana, come le nostre celebrazioni sono legate all’annuncio e alla carità

 

La missione di convertire lo sguardo

Più che sulle strutture o sui programmi, il Vescovo ha sollecitato un cambiamento d’atteggiamento fondamentale: lo sguardo verso le persone
In un contesto sociale in cui i valori storici del patrimonio cristiano non sono più recepiti in modo automatico o “scontato” — e prevale spesso l’indifferenza piuttosto che la contestazione, come ha richiamato il filosofo Silvano Petrosino parlando a sacerdoti e diaconi il 28 settembre per la festa di San Vincenzo de Paoli — la Chiesa è chiamata ad aprirsi all’incontro e all’ascolto. La “Chiesa in uscita” auspicata da papa Francesco è una Chiesa che prima di tutto sa superare i confini del nostro sguardo: “guardare le persone cogliendo le opportunità che si aprono, anziché fissarsi su ciò che manca”.
Un esempio concreto citato dal Vescovo riguarda i genitori che si avvicinano alle parrocchie per i percorsi di iniziazione cristiana dei figli, per il catechismo, i centri estivi (Grest) o le attività di oratorio. Molte famiglie accostano la comunità ecclesiale pur senza una frequenza assidua ai sacramenti o con vissuti personali complessi. La sfida pastorale è  evitare atteggiamenti giudicanti o percepiti come “settari” e cogliere invece ogni richiesta o contatto come un’opportunità preziosa di accoglienza, dialogo e annuncio del Vangelo. 
convegno ecclesiale 2026: uno scorcio dei partecipanti

Alcuni dei partecipanti al convegno ecclesiale in San Francesco la mattinata del 3 ottobre.

Un orizzonte triennale per far risuonare il Vangelo nella vita

“Oggi c’è bisogno di Vangelo”, ha ribadito mons. Cevolotto. Riprendendo le parole di fratel Enzo Biemmi, ha rilanciato la necessità di adottare uno stile di narrazione della fede: far risuonare la figura di Gesù e il Vangelo all’interno delle storie e delle vicende umane concrete dei nostri giorni.
Per concretizzare questo percorso occorrono tempi distesi. Per questo motivo la diocesi di Piacenza-Bobbio orienterà la propria programmazione pastorale lungo un orizzonte triennale, consentendo alle comunità di assimilare i cambiamenti e di percorrere con gradualità e convinzione scelte autenticamente missionarie. In particolare, la proposta del Vangelo nelle case non è “una minestra riscaldata” di esperienze già tentate in passato, bensì “l’invito a rinnovare la fiducia nella forza della Parola di Dio”.