A Piacenza la storia di Marco Gallo
di Riccardo Tonna  
08 Settembre 2026

A Piacenza la storia di Marco Gallo

 

C’è un “io” che non coincide con l’affermazione di sé stessi, con il bisogno di mettersi al centro o di farsi notare. È piuttosto la scoperta di essere qualcuno, unico e irripetibile, davanti alla realtà e davanti a un Altro.

È questo il senso del “Coraggio di dire IO”, tema dell’Happening promosso da Comunione e Liberazione, che domenica 6 settembre ha portato in piazza Cavalli un pomeriggio di incontri, dialoghi, mostre, presentazioni di libri, giochi, canti e spettacoli.

Uno dei momenti più intensi è stato l’incontro, coordinato dalla giornalista Barbara Sartori, con Antonio Gallo e Paola Cevasco, genitori di Marco Gallo, il giovane liceale morto a soli 17 anni in un incidente stradale. La sua vicenda umana e spirituale è oggi al centro di una causa di beatificazione nella Chiesa di Milano.

Le domande di Marco Gallo

A parlare per prima è stata mamma Paola, confessando la difficoltà di raccontare il proprio figlio, ma anche la consapevolezza che vale la pena farlo quando dall’altra parte ci sono persone disposte ad ascoltare. Ed è proprio l’ascolto una delle caratteristiche che più ricorda in Marco.

Marco faceva tante domande. Ma non erano domande poste tanto per parlare. “Guardava tanto – racconta la madre -. Cercava nell’altro una risposta vera, un incontro autentico. Una domanda, per lui, non era un esercizio intellettuale, ma il modo per entrare in rapporto con la realtà”.

Per questo Paola distingue le domande superficiali da quelle che nascono invece da un desiderio sincero di capire. E per raccontare il figlio sceglie un ricordo lontano, quasi semplice nella sua quotidianità. È la sera del 29 maggio 1998. Marco ha quattro anni e, durante la preghiera della sera insieme alle sorelle Francesca e Veronica, pronuncia una frase che rimarrà impressa nella memoria della madre: “Ringrazia perché il Signore ha inventato le cose”.

 

Marco Gallo

Un primo piano di Marco Gallo.

Marco Gallo, la capacità di stupirsi

Una frase da bambino, apparentemente. Ma dentro quelle parole Paola riconosce oggi qualcosa di molto più grande: la capacità di stupirsi davanti alla realtà, di riconoscere che le cose esistono e sono belle perché qualcuno le ha pensate e donate.

È lo stesso stupore che ritorna negli scritti di Marco, nei quali la natura diventa una strada per guardare il mondo. Ogni pianta, osserva, è speciale nella sua particolarità. Marco immagina nuove specie, completamente diverse da quelle conosciute: una pianta carnivora dalle bocche gigantesche, una pianta capace di produrre frutti così energetici da dare forza per un’intera giornata, quasi a risolvere ogni problema, oppure un’orchidea dai fiori eterni, perché anche la bellezza, pur essendo stupefacente, spesso appare effimera.

Dietro queste immagini c’è la meraviglia per una realtà che non finisce mai di sorprendere. “La botanica – scrive Marco – permette di scoprire milioni di piante diverse e apre gli occhi su una realtà stupefacente e incommensurabile”.

La libertà di diventare grandi

A prendere la parola è poi papà Antonio, che alterna episodi divertenti e passaggi più profondi. Come quando racconta di un adolescente capace di progettare una vera e propria fuga in motorino: da Monza a Sestri Levante e poi il ritorno verso casa, passando anche da Piacenza, con un ciclomotore di 50 centimetri cubici. Ai genitori aveva raccontato tutt’altra cosa: una giornata con gli amici e una partita.

Alla sera, poi, verso le dieci, si perde con la moto nella zona di Cremona o Crema. Non sa più dove si trova e deve telefonare a casa. Antonio va a recuperarlo. Vorrebbe anche dargli uno schiaffo, ma Marco ha ancora il casco integrale in testa e il tentativo si rivela piuttosto goffo. Il padre ammette sorridendo di non essere stato poi così convinto della punizione: in fondo, quella sua irrequietezza gli faceva sorridere e gli ricordava sé stesso.

Quando finalmente Marco si toglie il casco, però, dice al padre: “Pa’, me lo merito, dai”. Anche in questo episodio emerge un tratto del suo carattere: la capacità di riconoscere il proprio errore e di assumersene la responsabilità.

 

Il pubblico all'Happening di Cl

Nella foto, il pubblico all’Happening di CL in Piazza Cavalli dedicato alla storia di Marco Gallo.

Marco Gallo e un’ostinata ricerca della felicità

Antonio parla anche delle scelte educative fatte con i figli. Una, in particolare, si è rivelata importante: non imporre loro le proprie decisioni. Ma la libertà, soprattutto nell’adolescenza, non è sempre facile da vivere.

Entrato al liceo, Marco aveva in mente un’idea precisa: trovare una compagnia di amici simile a quella della sorella. Quella aspettativa finì per diventare una barriera. Non riusciva a vedere le persone che aveva davanti, le nuove possibilità, i compagni e persino gli insegnanti.

Sono stati due anni difficili, nei quali Marco ha cercato la felicità in modo molto concreto: avere degli amici, uscire il sabato sera, sentirsi parte di un gruppo. Una ricerca che Antonio riconosce come profondamente umana e comune a tanti ragazzi.

Quando un incontro cambia la vita

Ed è proprio qui che la storia di Marco diventa una provocazione per tutti. Perché, racconta il padre, a un certo punto il ragazzo ha imparato a non lasciarsi bloccare dalle proprie aspettative.

Durante una vacanza invernale negli Stati Uniti, nel 2009, Marco incontra una persona nella quale “vede qualcosa di interessante”. Potrebbe tirare dritto, come spesso accade. Invece si avvicina. Da quell’incontro nascerà qualcosa che lui stesso, successivamente, definirà come una esperienza da cui si è sentito “salvato”.

Antonio legge questa vicenda come una possibilità che riguarda ciascuno di noi. Nella vita, infatti, possono bastare un incontro brevissimo, una parola, un volto per produrre quella che Marco definiva una “vibrazione nuova nel cuore”. Il problema è che spesso scegliamo di non seguirla. Distogliamo lo sguardo perché ciò che abbiamo davanti non corrisponde alle nostre aspettative.

Marco aveva imparato a fidarsi

“La mia aspettativa – scriveva Marco – precludeva la possibilità di vedere il bello, anche se evidente, finché non mi si impose con evidenza. Io mi fidai ragionevolmente”.

Antonio ha ritrovato queste parole dopo la morte del figlio. E ne è rimasto colpito per la maturità umana e di fede che esprimevano. Il “coraggio di dire io”, allora, non è per Marco la pretesa di avere già tutte le risposte. È il coraggio di stare davanti alla realtà, di lasciarsi sorprendere, di riconoscere qualcosa di vero e bello e di seguirlo.

Perché cercate tra i morti colui che è vivo?

Alla fine, Antonio porta il racconto al cuore della propria esperienza di padre. La domanda è quella del Vangelo: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”.

È una domanda che, dopo la morte di Marco, ha assunto per la famiglia un significato nuovo. Non invita a dimenticare il dolore o a negare la morte. Invita piuttosto a guardare oltre ciò che sembra avere l’ultima parola.

“Tutto è salvato – dice Antonio -. Non c’è nulla che sia definitivamente irrisolvibile. L’ultima parola – afferma – è la Resurrezione. Una parola misteriosa, che Marco, attraverso la sua vita, i suoi scritti e le persone che continua a incontrare, sembra rendere un po’ più comprensibile”.

Così la testimonianza dei suoi genitori non è soltanto il ricordo di un figlio perduto troppo presto. È il racconto di una vita che continua a generare domande, incontri e amicizie. Una vita che, proprio perché non si è sottratta alle domande, continua a parlare.

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