Insegnanti di religione a convegno
Un volto può raccontare molto più di tante parole. Può esprimere una fragilità, una domanda, un desiderio di essere visto e riconosciuto. Ma può anche nascondersi, per paura di non essere accettato o per il rischio di perdersi nella ricerca di un’immagine da mostrare agli altri.
È partito da questa consapevolezza il convegno degli insegnanti di Religione cattolica della diocesi di Piacenza-Bobbio, che si è svolto il 5 settembre nella Sala degli Arazzi del Collegio Alberoni di Piacenza. “Il volto fragile: tra desiderio di mostrarsi e il rischio di perdersi” è stato il tema scelto per una giornata di formazione e confronto, coordinata da Claudio Ferrari, direttore dell’Ufficio Scuola della diocesi.
Un appuntamento che ha messo al centro una delle sfide più delicate dell’educazione di oggi: imparare a guardare davvero l’altro, soprattutto quando il suo volto appare fragile, incerto o difficile da decifrare.
La giornata si è aperta con un momento particolarmente significativo: il saluto a Ivana Schiavi e Marco Ferri, due insegnanti di Religione che hanno concluso il loro servizio con il pensionamento. Parole di ringraziamento e di affetto hanno accompagnato questo passaggio, riconoscendo il valore di un percorso educativo fatto di incontri, relazioni e tante generazioni di studenti.
Insegnanti di religione, ecco il volto
dell’uomo oggi
A seguire è stato proiettato il videomessaggio del vescovo mons. Adriano Cevolotto, rivolto agli insegnanti con parole di gratitudine per il loro servizio e per la passione con cui ogni giorno entrano nelle scuole.
Il vescovo ha ripreso il tema pastorale dell’anno, sottolineando come riconoscere la dignità di una persona non sia una semplice affermazione teorica, ma qualcosa che passa attraverso l’esperienza concreta della scuola. Dare un volto significa infatti mettere a fuoco una persona, sottrarla all’indefinitezza e riconoscerne l’unicità.
“Nel tratto umano di ogni persona – ha ricordato – si rivela il mistero di Dio. Ragazzi, bambini, adolescenti, colleghi e genitori: sono tutti volti che l’educatore è chiamato a incontrare e comprendere”.
Tre, in particolare, le indicazioni affidate agli insegnanti per il nuovo anno educativo: educare lo sguardo, rivelare il volto di Gesù e mantenere vivo l’incrocio tra fede ed esperienza umana.
Uno sguardo libero dai pregiudizi, capace di cogliere davvero il volto dell’altro. Un’educazione che sappia mostrare la bellezza del volto umano e, attraverso di esso, il volto di Dio. E una fede che non rimanga separata dalla vita concreta, ma sappia incontrare le domande, le fragilità e le esperienze dei ragazzi.
Il vescovo ha inoltre invitato gli insegnanti a partecipare al Convegno pastorale del 2 e 3 ottobre, che vedrà tra gli altri l’intervento di Enzo Biemmi sul mondo degli adulti, e ha richiamato l’attenzione sul tema della tutela, in particolare nei confronti delle vittime di abuso, sottolineando la responsabilità degli adulti e degli educatori nel costruire una vera cultura della tutela.
Insegnanti di religione, come affrontare
la fragilità
Il cuore della mattinata è stato affidato ad Andrea Grossi, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale IX di Parma e Piacenza, e a don Fabio Landi, responsabile del Servizio di pastorale scolastica della diocesi di Milano. A porre loro le domande è stato Roberto Buonocore, giovane insegnante di Religione.
Grossi ha scelto due verbi per affrontare il tema della fragilità: “custodire” e “riconoscere”.
La fragilità, ha osservato, attraversa oggi molti livelli della nostra società: dall’ambiente alle istituzioni, dalla politica alle relazioni, fino alla dimensione esistenziale dei ragazzi e alla rivoluzione tecnologica rappresentata dall’intelligenza artificiale.
In questo scenario, custodire significa vigilare, guardare con attenzione, preservare dal pericolo, ma anche evitare la dispersione, nutrire e mantenere ciò che ci è stato affidato. Riconoscere, invece, significa restituire all’altro la sua identità: accorgersi di lui, ricordarne il volto, coglierne qualità e caratteristiche, ma anche riconoscersi parte di una relazione.
Per un insegnante questo può tradursi in gesti molto concreti. Nel modo di guardare uno studente, nella postura, nell’espressione del volto, nel tono della voce. Ma anche nella capacità di offrire un feedback che non sia semplicemente un voto, bensì un’occasione per aiutare il ragazzo a comprendere le proprie potenzialità.
Ogni studente, ha sottolineato Grossi, ha una propria “chiave d’accesso”: può essere una parola, uno sguardo, un gesto, una mail… Sta alla saggezza dell’educatore capire quale porta aprire e soprattutto quando farlo.
Anche un giudizio negativo, persino un atto amministrativo come una non ammissione, può diventare un gesto di riconoscimento se viene spiegato e motivato. Perché dire il “perché” significa riconoscere l’altro come persona capace di comprendere e di crescere.
E c’è poi un altro passaggio, forse ancora più difficile: riconoscere la propria fragilità. L’insegnante non è chiamato a presentarsi come una persona senza debolezze. Mostrare, quando è possibile, anche la propria vulnerabilità può diventare una chiave per entrare in relazione con gli studenti.
Fare un passo indietro per lasciare spazio
Grossi ha parlato anche dell’insegnamento come di un gesto di autolimitazione, quasi un “indietreggiare”. L’insegnante inizialmente stabilisce regole, confini e percorsi, ma il suo obiettivo non è occupare tutto lo spazio. Al contrario, è arrivare a lasciare spazio allo studente.
Uno spazio nel quale poter parlare, sperimentare, sbagliare, mostrare le proprie capacità e, soprattutto, sentirsi riconosciuto.
Il convegno degli insegnanti di religione della diocesi nella sala degli Arazzi del Collegio Alberoni.
Insegnanti di religione, la nuova sfida
Una sfida particolarmente importante anche per gli insegnanti di Religione, chiamati a trovare nella loro proposta didattica occasioni nelle quali la persona dello studente possa emergere accanto ai contenuti.
Da qui la proposta di creare tempi e momenti specifici per l’espressione personale, trasformandoli quasi in un “rito” dell’insegnamento: uno spazio che i ragazzi sappiano di avere a disposizione per poter mostrare qualcosa di sé.
Una prospettiva che interroga anche la scuola nel suo insieme, spesso ancora molto concentrata sui programmi, sulle discipline e sui contenuti, con poco spazio per la singolarità degli studenti.
La fatica di tradurre l’altro
Don Fabio Landi ha affrontato il tema partendo dalle “due città” di Sant’Agostino, riprese anche da papa Leone XIV nell’enciclica “Magnifica Humanitas”, e mettendole in relazione con due immagini bibliche: la Torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme.
La Torre di Babele può essere letta non soltanto come la storia dell’orgoglio umano punito da Dio, ma come la rappresentazione di un progetto di autorealizzazione nel quale l’uomo vuole costruire da solo la propria identità, farsi un nome, mostrarsi forte e vincente.
La confusione delle lingue, in questa prospettiva, non è semplicemente una punizione. È anche una possibilità di salvezza: costringe l’uomo a uscire dall’autoreferenzialità e a fare la fatica di comprendere l’altro.
È la “fatica della traduzione”, indispensabile anche nella scuola di oggi. Le generazioni parlano linguaggi diversi, così come culture e sensibilità differenti. Non si tratta soltanto di tradurre parole, ma di comprendere modi diversi di guardare alla vita, alle relazioni e alle domande fondamentali dell’esistenza.
L’insegnante è chiamato – per Landi – quindi a mettersi continuamente in gioco, a rinnovarsi e a cercare una lingua comune senza demonizzare quella dell’altro.
La risonanza come forma dell’educazione
Landi ha quindi introdotto il concetto di “risonanza”, sviluppato dal sociologo Hartmut Rosa.
Risuonare con l’altro significa non cercare di imporsi, non pretendere di controllarlo, ma fare un passo indietro e ascoltare il “suono” che l’altro emette. Significa lasciare che la relazione produca qualcosa di nuovo.
Un’immagine particolarmente efficace per descrivere anche ciò che può accadere in una classe. L’educazione non è soltanto l’insegnante che parla e lo studente che deve trovare la risposta corretta. La vera crescita può avvenire quando una domanda viene presa sul serio, quando una risposta non viene immediatamente giudicata, quando insegnante e studente scoprono insieme qualcosa che prima non era ancora emerso.
Prendere sul serio le domande dell’altro significa custodirlo. Significa permettergli di crescere senza perdere la propria identità.
Insegnanti di religione, dieci laboratori
per confrontarsi
Dopo gli interventi della mattinata, gli insegnanti si sono divisi in dieci laboratori di gruppo, vivendo un momento di confronto e di condivisione a partire dagli stimoli ricevuti.
Un’occasione per riportare il tema del volto fragile dentro le situazioni concrete della scuola, delle classi e delle relazioni quotidiane.
L’Ecce Homo
Nel pomeriggio l’attenzione si è spostata sull’arte. I docenti si sono confrontati con uno dei tesori custoditi proprio all’interno del Collegio Alberoni: l’“Ecce Homo” di Antonello da Messina.
A introdurre questo momento è stato don Giuseppe Lusignani, docente di filosofia, con una lezione dal titolo “Il tuo volto io cerco. Incontro con l’Ecce Homo”.
Davanti al volto dipinto da Antonello, il tema della giornata ha trovato quasi una sintesi visiva: un volto da guardare, da ascoltare, da riconoscere. Un volto che non ha bisogno di imporsi per parlare, ma che chiede all’osservatore di fermarsi.
La giornata si è conclusa con la visita, a piccoli gruppi, all’opera di Antonello e con le comunicazioni finali di Claudio Ferrari, direttore dell’Ufficio Scuola della diocesi di Piacenza-Bobbio.
Un convegno che ha lasciato agli insegnanti non tanto una risposta definitiva, quanto una consegna: imparare a guardare. Perché dietro ogni studente c’è un volto unico e fragile, un volto che desidera essere visto senza essere giudicato, riconosciuto senza essere definito una volta per tutte.
