“La libertà è un legame”: alla Pellegrina una riflessione corale sulle dipendenze e sul coraggio di aprirsi al possibile
C’è una parola che è risuonata più volte durante la serata del 19 giugno a La Pellegrina, sulla strada Agazzana a Piacenza: libertà. Ma non la libertà intesa come assenza di regole o di limiti. Piuttosto quella che nasce dall’incontro con gli altri, dalla possibilità di essere ascoltati, accompagnati, aiutati a ritrovare se stessi. È da questa prospettiva che ha preso forma “La libertà è un legame. Come aumentare il senso di libertà e aprirci al possibile”, l’incontro promosso dalla Fondazione LA RICERCA ETS in preparazione alla Giornata Internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga del prossimo 26 giugno.
A coordinare l’incontro è stato l’educatore Paolo Savinelli, cha ha subito presentato Enrico Corti, presidente della Fondazione La Ricerca di Piacenza che, nel suo saluto, ha richiamato il valore di una comunità capace di prendersi cura delle persone più fragili.
Mauro Madama, psicologo.
Le droghe nella storia della società
Il primo a prendere la parola è stato lo psicologo Mauro Madama, che ha proposto una riflessione ampia, capace di intrecciare storia, psicologia, sociologia e attualità. Più che una lezione, è stato un viaggio dentro il rapporto che l’uomo ha sempre avuto con il desiderio di alterare la realtà, di cercare qualcosa che sembrasse colmare un vuoto o rispondere a un’inquietudine.
Madama ha ricordato come, nel tempo, anche la cultura abbia contribuito a costruire un immaginario seducente attorno alle sostanze. Scrittori, artisti e musicisti hanno spesso raccontato la droga come una porta verso la creatività o una forma di libertà. Un mito che, seppure con linguaggi diversi, continua ancora oggi ad alimentare molte illusioni.
Ma le droghe, ha spiegato, cambiano insieme alla società. Negli anni Settanta rappresentavano per molti una forma di contestazione; negli Ottanta si intrecciavano con una cultura sempre più individualista; nei Novanta accompagnavano il mondo delle discoteche e della socialità notturna; nei Duemila promettevano efficienza, prestazioni elevate e gratificazioni immediate. Oggi, invece, raccontano soprattutto un’altra storia: quella di persone che cercano di mettere a tacere ansie, paure e insicurezze in un tempo segnato dall’incertezza.
Il panorama internazionale
“Viviamo in una società additiva”, ha osservato Madama, spiegando come il mercato non produca soltanto beni da consumare, ma anche bisogni, aspettative e dipendenze. Una riflessione che va ben oltre le sostanze stupefacenti e tocca molti aspetti della vita quotidiana, in un’epoca in cui tutto sembra dover essere immediato e continuamente disponibile.
La pandemia, le difficoltà economiche, le tensioni internazionali e persino le preoccupazioni per il cambiamento climatico hanno contribuito ad aumentare il senso di precarietà, soprattutto tra i più giovani. In questo scenario, la droga rischia di apparire come una risposta semplice a domande molto più profonde.
Lo psicologo ha poi allargato lo sguardo al panorama internazionale, descrivendo come il narcotraffico sia ormai un sistema globale capace di adattarsi rapidamente ai mutamenti geopolitici. Ha richiamato l’attenzione sulla diffusione degli oppioidi sintetici e, in particolare, del fentanyl, protagonista di una drammatica emergenza sanitaria negli Stati Uniti, ricordando come oggi il mercato della droga sia sempre più esteso, accessibile e trasversale.
Ma il passaggio forse più significativo del suo intervento è arrivato quando ha invitato a cambiare prospettiva sulle persone che vivono una dipendenza. “La dipendenza non è sinonimo di stupidità”, ha ricordato. Esistono vulnerabilità biologiche, esperienze familiari e relazionali che possono favorirne lo sviluppo, ma nessuno è condannato dal proprio passato. La cura, ha sottolineato, consiste nell’imparare a conoscere e governare quella fragilità, non nel negarla.
La relazione di cura
A raccogliere questo messaggio sono state le psicologhe Lucia Catino, Anna Filippa, Elisa Vezzulli, Maria Rizzi e Michela Platè, che hanno raccontato il lavoro quotidiano svolto dalla Fondazione LA RICERCA. Nei loro interventi hanno parlato delle tante funzioni che la dipendenza può assumere nella vita di una persona e, soprattutto, dello stile della relazione di cura che caratterizza la Fondazione: un approccio che mette al centro l’ascolto, il rispetto e la costruzione di legami autentici, perché è proprio nella relazione che può iniziare il cambiamento.
Il dibattito finale ha dato voce anche al pubblico, trasformando il convegno in un momento di confronto sincero.
La serata si è conclusa lasciando un’immagine semplice ma potente. La libertà, quella vera, non coincide con il fare ciò che si vuole. È poter scegliere, anche nei momenti più difficili, senza essere prigionieri di una sostanza o di una dipendenza. Ed è una conquista che difficilmente si raggiunge da soli. Ha bisogno di relazioni, di fiducia, di persone che sappiano tendere una mano. In fondo, è proprio questo il senso del titolo scelto dalla “Ricerca”: la libertà è un legame.
