Gregorio X e il suo legame costante con il Capitolo di Sant’Antonino
di Francesco Petronzio  
13 Giugno 2026

Gregorio X e il suo legame costante con il Capitolo di Sant’Antonino

Documenti inediti sulla vita di Gregorio X, primo e unico papa piacentino, sono emersi dall’archivio della Basilica di Sant’Antonino grazie al lavoro della direttrice Anna Riva e del collaboratore Giacomo Nicelli. Le testimonianze scoperte dai due studiosi attestano le “tracce” lasciate dal Beato nella chiesa da cui partì e la memoria che si conservò negli anni successivi, confermando il legame tra Gregorio X – al secolo Tedaldo Visconti – e la città di Piacenza, che gli diede i natali nel 1210.
Gli studi sono stati presentati al pubblico nel pomeriggio di mercoledì 10 giugno nel corso di un incontro alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, dove erano presenti Riva e Nicelli, introdotti dalla giornalista Barbara Sartori. In apertura, il parroco di Sant’Antonino don Davide Maloberti, direttore del nostro settimanale, ha ringraziato coloro che ha collaborato agli studi, ricordando la ricorrenza del 750esimo anniversario della morte di Gregorio X.

Il prossimo 4 luglio, festa patronale di sant’Antonino, sarà allestita una mostra nel chiostro della basilica con i documenti rinvenuti. Le visite guidate sono in programma alle 16, alle 17 e alle 21.

Tedaldo, da arcidiacono di Liegi
a papa Gregorio X

Nell’introduzione, Barbara Sartori ha ricordato il contesto storico in cui si colloca la vita di Tedaldo Visconti, salito al soglio pontificio nel 1271 all’età di 61 anni col nome di Gregorio X. In quel periodo, ha spiegato Sartori, “Piacenza era divisa a livello civile ed ecclesiale: c’era scontro tra i canonici e una divisione tra guelfi e ghibellini”.
Una figura chiave della vita di Tedaldo fu il cardinale Giacomo Pecorara (o Jacopo da Pecorara), che lo prese al suo servizio dopo averne apprezzato le doti. Quando papa Gregorio IX inviò Pecorara in Francia come suo legato nella missione che avrebbe dovuto porre le basi per trovare un successore all’imperatore, dopo la scomunica di Federico II, il cardinale portò con sé anche Tedaldo Visconti. I due, venuti a sapere dell’imminente arrivo dell’imperatore, scapparono vestiti da pellegrini e raggiunsero la Francia via mare dopo essere arrivati a Genova. In seguito, come ha ricordato la giornalista, Tedaldo fu nominato canonico di Liegi. Poi l’elezione al soglio pontificio “dopo un lungo periodo di vacanza papale”, durato quasi tre anni, che si concluse con il primo conclave della storia. Quando fu eletto papa, Tedaldo Visconti era “solo” un arcidiacono. “Un outsider”.

L’incontro con Giacomo Pecorara

La prima traccia scoperta nel Fondo diplomatico, ha spiegato Giacomo Nicelli, “ci permette di retrodatare di quattro anni (dal 1239 al 1235) la presenza di Tedaldo Visconti nel capitolo di Sant’Antonino, che quindi è precedente all’incontro con Giacomo Pecorara”.
Il documento del 5 agosto 1235 attesta che, “come membro del capitolo, Tedaldo Visconti dà il consenso assieme agli altri canonici al subentro di un nuovo enfiteuta a cui sono affidate sei pertiche di terra soggette a censo a favore della canonica”. L’aspetto “più interessante” di quella traccia è che “pochi giorni dopo, per Tedaldo, tutto cambiò con la fuga, insieme a Giacomo Pecorara, e l’arrivo in Francia, dove iniziò la carriera di Tedaldo che in seguito diventò arcidiacono a Liegi, con l’importante incarico di collaboratore del vescovo che gli affidava competenze patrimoniali e giudiziarie”.
Nicelli ha proseguito citando una pergamena del 1247 andata perduta e altre quattro che testimoniano che “Tedaldo era titolare della prebenda di Lugagnano”. “Non era solo un titolo onorifico – ha spiegato – lo dimostra un documento che lo invita a pagare una somma per collaborare all’estinzione dei debiti della chiesa”.

 

La statua di Gregorio X.

Il legame tra Gregorio X e la basilica
di Sant’Antonino

Gregorio X, come è stato scoperto da Nicelli e Riva, durante il suo pontificato, si circondò di cinque ecclesiastici provenienti dal capitolo di Sant’Antonino: Giannone Leccacorvo, preposito della basilica piacentina, nominato vicecancelliere della Chiesa romana, dirigeva di fatto la cancelleria pontificia (“il cancelliere non c’era”) e sovrintendeva alla produzione degli atti del papa; Guglielmo da San Lorenzo, anch’egli preposito, nominato camerlengo della Chiesa romana, amministrava le finanze e il patrimonio della Santa Sede; Isembardo da Pecorara, canonico di Sant’Antonino, notaio papale, redigeva e autenticava i documenti pontifici; Guglielmo da Spettine e Razo da Castelnuovo, canonici, furono nominati cappellani pontifici uditori della Camera apostolica, di fatto collaboratori diretti del pontefice con funzioni amministrative e giudiziarie. Un documento datato 14 febbraio 1323, 47 anni dopo la morte del papa piacentino, attesta “il lascito più duraturo: la prebenda sacerdotale”: il capitolo di Sant’Antonino provvedeva al conferimento al chierico Facio de Facis della prebenda sacerdotale perpetua istituita da Gregorio X nella chiesa di Sant’Antonino. Le fonti di inventario documentano anche tre vesti liturgiche – una pianeta, una dalmatica e una tunicella – donate da papa Gregorio X alla chiesa di Sant’Antonino “che le ha conservate e usate in seguito per le celebrazioni”.

Un reliquario e un dipinto

L’intervento di Anna Riva ha spiegato come il capitolo e la basilica di Sant’Antonino custodiscono la memoria di Gregorio X. “Un reliquario tardogotico, che contiene ossa del papa, – ha detto – è conservato nel museo della basilica. È uno dei pochi tesori della chiesa salvati dalle spoliazioni napoleoniche perché ritenuto non abbastanza prezioso”. C’è poi un dipinto di un ignoto pittore piacentino, risalente alla fine del XVII secolo, conservato nella sagrestia della basilica, che “raffigura Gregorio X in atto benedicente, con piviale, triregno e croce pontificale a triplice traversa: in alto a sinistra compare lo stemma. La tabella commemorativa di cui è corredato è stata apposta probabilmente nel 1876, in occasione del sesto centenario della morte del pontefice”.

Le vite dei santi e Bernardo Fornari, “biografo” di Gregorio X

Il manoscritto “Gesta Sanctorum Antonini, Victoris, Opilii, Desiderii, Gregorii Papae Decimi” è “un codice composito – ha spiegato Anna Riva – in un unico volume sono contenuti testi scritti in epoche diverse”. Si tratta di un “leggendario” con “le vite dei santi legati alla chiesa patronale”, progettato e realizzato “tra il 1365 e il 1376”. Riva ha osservato che “la prima sezione è del XIV secolo, la seconda è stata inserita tra il XVI e il XVII secolo”. Il codice è stato “studiato e forse integrato da Pier Maria Campi (sec. XVI-XVII) e utilizzato per le sue vite dei santi piacentini”.
“La parte antica – ha proseguito – tratta la vita di sant’Antonino e sant’Opilio; la parte moderna la vita di san Vittore, san Desiderio e papa Gregorio X”. Riva ha rilevato che “c’è stata una continua attenzione da parte del Capitolo” a questo testo, testimoniata anche “dall’aggiornamento continuo e dal rifacimento della legatura, man mano che il volume aumentava di spessore”.
L’ultimo documento mostrato è una biografia di Gregorio a cura di Bernardo Fornari. “Mansionario della chiesa nel 1597, attestato fino al 1614, Fornari copiò la vita di Gregorio da un testo che gli fu fornito da Campi”. Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, “il manoscritto fu tra le fonti del Campi per le sue opere agiografiche”.

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