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Notizie Varie

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Corsi di formazione per tecnici dei servizi turistico-ricettivi

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Una nuova sfida per contribuire alla crescita dell’offerta turistico-ricettiva della nostra provincia. E’ la sfida che vede coinvolta CNA Piacenza, con il suo consorzio di formazione Ecipar, e che verrà realizzata grazie ai contributi del Fondo sociale europeo, della Regione Emilia Romagna e alla collaborazione del Consorzio Promo Piacenza Emilia. Una sfida - presentata oggi presso la sede di CNA dal Presidente provinciale Giovanni Rivaroli, dal Direttore Enrica Gambazza, dal Presidente di Ecipar Piacenza, Marco Salvatori e dal Presidente del Consorzio Promo Piacenza, Valeria Benaglia - che prenderà vita con un Corso di formazione per “Tecnico dei servizi turistico-ricettivi con competenze digitali”, destinato a dodici persone disoccupate desiderose di arricchirsi di un bagaglio di conoscenze, di competenze e di esperienza in quest’ambito in continua espansione anche nella nostra provincia.
“Siamo orgogliosi - ha sottolineato Rivaroli - di allargare la nostra offerta formativa e di contribuire, attraverso questo corso di alto livello, allo sviluppo del nostro territorio e al rilancio dell’offerta turistica. Abbiamo individuato il nostro partner ideale nel Consorzio Promo Piacenza, una realtà che già da tempo sta operando concretamente in questo settore, e siamo convinti di poter dare un contributo importante grazie alle competenze che i corsisti acquisiranno attraverso questo percorso formativo”.
Un percorso formativo che inizierà il 27 marzo, dopo le selezioni preliminari, e che si articolerà in 600 ore di lezioni di cui 360 in aula e 240 di stage che verranno effettuate nei dodici alberghi di Piacenza e provincia che hanno aderito all’iniziativa di Ecipar-CNA.
“Il nostro territorio - ha detto Enrica Gambazza - ha tanto da offrire e da raccontare a chi vi soggiorna ma è necessario poter disporre di persone preparate, qualificate e con competenze specifiche come quelle che potranno essere acquisite attraverso questo corso. E’ un progetto che risponde a due esigenze: aiutare persone disoccupate a trovare occupazione e offrire alle aziende alberghiere del territorio personale altamente qualificato”.
“E’ fondamentale - ha aggiunto Salvatori - lavorare in stretta sinergia con i professionisti dell’accoglienza e credo che questo corso, che segna un ulteriore punto di svolta nella nuova gestione di Ecipar, sia stato confezionato proprio tenendo conto di questa esigenza”.
Ma com’è l’offerta alberghiera del nostro territorio? Sicuramente buono il livello qualitativo, tenendo conto che la clientela è al 50% business e al 50% turismo, ma con nuovi traguardi sempre da raggiungere. “A questo progetto di Ecipar-CNA - ha commentato Valeria Benaglia - hanno aderito con entusiasmo tutti i dodici alberghi della città e della provincia che fanno parte del Consorzio Promo Piacenza che sta cercando di raccogliere tutti i promotori di turismo del territorio. Abbiamo già avviato una collaborazione con Piacenza Expo, dove ogni anno transitano decine di migliaia di visitatori, ed ora questa nuova collaborazione con Ecipar-CNA ci offre un nuovo aiuto per aumentare ulteriormente la preparazione dei professionisti che operano nel campo dell’accoglienza turistica, anche attraverso la conoscenza del mondo digitale e dei social network che costituiscono materia di studio di questo corso”.

Pubblicato il 20 febbraio 2019

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A Bobbio avviato il primo corso «Dall'idea al set»

Foto di gruppo

Ha preso il via venerdì 15 febbraio a Bobbio “Dall’idea al set”, il primo corso annuale a cura di Fondazione Fare Cinema di Marco Bellocchio e attuato da Ecipar Piacenza. Il corso, a numero chiuso, si svolgerà principalmente a Bobbio e si snoderà lungo un percorso di lezioni calendarizzate da qui a fine anno, per un totale di 600 ore, concentrando la propria mission formativa intorno alla figura dello sceneggiatore-regista.
“Dall’idea al set” si avvale della prestigiosa direzione didattica di Giorgio Diritti, regista bolognese pluripremiato, autore dei film “Il Vento fa il suo giro” (5 candidature ai David di Donatello e 4 ai Nastri D’argento), “L’uomo che verrà” (Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio D’argento, Marc’Aurelio D’oro del Pubblico, Premio “La Meglio Gioventù”, 3 David di Donatello, 3 Nastri d’Argento) e “Un giorno devi andare” (Nastro d’Argento 2013).
Accanto a lui, Fredo Valla, sceneggiatore oltre che regista, che con Diritti ha lavorato per “Il vento fa il suo giro“ e “Un giorno devi andare”, e Marco Pettenello, sceneggiatore formatosi professionalmente con Carlo Mazzacurati e che all’attivo conta collaborazioni con Francesco Lagi, Andrea Segre, Silvio Soldini, Matteo Oleotto e Duccio Chiarini.
Le candidature  sono state circa settanta, rendendo necessaria una selezione; hanno così avuto accesso, a seguito di prova scritta e colloquio, Angiuli Domenico Davide, Bersani Chiara, Bigoli Gianpaolo, Caprara Gianluca, Casarini Matteo, Cerfeda Greta, Costellini Paolo, Delpiano Bianca, Dondi Giacomo, Gandolfi Carlo, Gentili Niccolò, Mielati Matteo, Mirchev Djani, Perico Cristina, Santilli Riccardo, Zironi Bettina.
Paola Pedrazzini
, direttrice di Fondazione Fare Cinema, ha evidenziato, da parte dei ragazzi, “una grande voglia di esplorare il linguaggio cinematografico attraverso un percorso sia umano che professionale. Da parte dei docenti, c’è stata da subito disponibilità al confronto e all'incontro, nonché a mettersi in gioco insieme ai corsisti”.
Il corso, gratuito e co-finanziato dal Fondo sociale europeo, prevede la realizzazione di un cortometraggio diretto da Giorgio Diritti fornendo così ai partecipanti la straordinaria occasione di partecipare direttamente a scrittura, preparazione e riprese di un piccolo film, acquisendo conoscenze e competenze cinematografiche “sul campo”.

Pubblicato il 20 febbraio 2019

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Svelati a Palazzo Galli tutti i segreti di Enigma

bancapc

Sono state necessarie due sale di Palazzo Galli (la Panini e la Verdi, videocollegata) per accogliere il numeroso pubblico intervenuto per scoprire tutti i segreti di Enigma, la macchina cifrante più famosa al mondo, utilizzata da militari e servizi segreti tedeschi durante la II Guerra mondiale per inviare messaggi in codice. L’appuntamento della Primavera culturale organizzata dalla Banca di Piacenza è stato introdotto dal direttore generale dell’Istituto di credito Mario Crosta che, presentando i relatori Alberto Campanini e Bruno Grassi, ha ricordato come la loro associazione culturale Rover Joe abbia un museo con esposti ben 1800 apparecchi di telecomunicazione (12 dei quali esposti nella Panini, mai visti da alcuno assieme).
Campanini e Grassi hanno quindi dato vita ad una dinamica illustrazione - passandosi di continuo la parola - sia di Enigma, sia di rari esemplari di altre macchine cifranti utilizzate nel secondo conflitto mondiale (tra queste, anche un modello italiano voluto da Mussolini, che non si fidava dei tedeschi).
Enigma («che ha allungato la guerra di almeno due anni») si ispira alla tecnica dei dischi cifranti inventati da Leon Battista Alberti nel 1450 (crittografia polialfabetica). E’ nata per scopi civili (utilizzata per le transazioni di Borsa) ed è poi stata riconvertita ad uso militare dalla Wehrmacht, per comunicare i piani d’attacco alle varie truppe.
Ma come funziona? Intanto, non trasmette: codifica e decodifica messaggi. Ha l’aspetto di una macchina da scrivere con una tastiera ed una serie di lampadine corrispondenti alle lettere. Ad ogni tasto premuto si accendono - secondo il codice scelto - le lettere luminose. La sequenza delle lettere che si illuminano dà il messaggio cifrato (i relatori hanno dimostrato il funzionamento di Enigma coinvolgendo il pubblico). Il segreto della macchina cifrante sono i rotori, che contengono il labirinto dei collegamenti (ogni rotore ha 26 contatti di ingresso e uscita, uno per ogni lettera dell’alfabeto). I possibili codici di partenza sono 17.576 (26x26x26). Alla fine, le configurazioni possibili di enigma raggiungono una cifra incredibile: 107 triliardi, numero a 21 zeri. Ciò nonostante, si è scatenata la “guerra dei codici” per riuscire a decodificare i messaggi del nemico. Sono stati i polacchi, sfruttando i difetti della macchina, a riuscire nell’impresa. Nel 1939 la Germania invade la Polonia e la tecnologia di decodifica è ceduta agli inglesi. A Bletchley Park vengono riuniti matematici, esperti di enigmistica, maestri di scacchi, elettrotecnici, meccanici di precisione allo scopo di studiare un sistema sempre più affinato per la decodifica dei messaggi di Enigma. Ed è in quel contesto che Alan Turing (è stato richiamato il celebre film The imitation game che racconta la vita del matematico inglese, considerato il padre dell’informatica) teorizza una grande macchina decodificatrice ispirandosi al principio che sarà poi alla base dei moderni computer. Turing - hanno spiegato Campanini e Grassi - muore nel 1954 (non si sa bene se suicida o “suicidato”) addentando una mela avvelenata: «Quasi tutti noi portiamo un po’ di Turing nelle nostre tasche», perché molto probabilmente è a quella tragica morte che s’ispirò la nota ditta di Cupertino nella scelta del simbolo che campeggia oggi sui nostri smartphone.
Al termine della conversazione la gran parte del pubblico composta in specie da giovani, si è assiepata vicino alle macchine, commentandole ed anche provandole sotto l’esperta guida di Alberto Campanini e Bruno Grassi, ai quali la Banca ha riservato un ricordo della serata, due preziosi piatti Royal Copenhagen, riproducenti la facciata di Palazzo Galli, con la promessa dei due esperti di ritornare prossimamente.

Pubblicato il 20 febbraio 2019

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La presidente di "Direzione Turistica Emilia" in visita al castello di San Pietro in Cerro

spietro in cerro

Un Castello sorprendente, a 20 chilometri da Piacenza, nel cuore della Val d’Arda dove stupiscono i visitatori: il Museo delle Armi con oltre cinquecento pezzi unici di antiquariato provenienti da tutto il mondo; il MiM Museum in Motion collezione di opere d’arte moderna e contemporanea, esposte a rotazione; la mostra Cina Millenaria nei sotterranei del maniero con 45 Guerrieri di Xi'an a grandezza naturale, copie autenticate dal Governo Cinese.
Sorpresa e incanto negli occhi della Presidente di Destinazione Turistica Emilia Natalia Maramotti che ha visitato nei giorni scorsi la roccaforte quattrocentesca in un interessante percorso dove ha fatto gli onori di casa il proprietario Franco Spaggiari, membro del Consiglio Direttivo dei Castelli del Ducato con il direttore Maurizio Pavesi e lo staff Francesca Maffini e Antonella Fava.

Dopo il tour alle stanze arredate del castello - oltre trenta sale riccamente arredate, due saloni d'onore, le cucine, le prigioni - Spaggiari ha mostrato sia la collezione di libri antichi nella biblioteca che la raccolta delle armi, più di 80 pistole dal Seicento al primo Novecento, oltre 50 fucili, oltre 80 sciabole, spade e alabarde, oltre 40 pugnali tra cui alcuni con impugnatura in avorio o corno.
Tra le curiosità spiccano: la pistola più piccola del mondo e le pistole per giocatori d'azzardo, una originalissima pistola quasi da 007 d'epoca, ricavata in un bastone da passeggio, i cosiddetti "bastoni animati", palle di cannone di vario diametro e l'antifurto da sparo.

Pubblicato il 20 febbraio 2019

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Il sacrificio di Jan Palach in difesa della libertà

palach

I giovani d’oggi sarebbero disposti a morire per la libertà? Probabilmente no, per due motivi: perché non hanno ideali e perché non sanno cosa significhi non averla, la libertà. Questa una delle riflessioni stimolate dall’interessante e partecipata conferenza (presenti, tra gli altri, il consigliere regionale Giancarlo Tagliaferri e l’assessore alla Cultura del Comune di Piacenza Jonathan Papamarenghi e il consigliere comunale Antonio Levoni) che si è tenuta all’Associazione dei liberali piacentini Luigi Einaudi: un incontro per ricordare Jan Palach a cinquant’anni dal suo tragico gesto contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, che soffocò nel sangue la Primavera di Praga (nel gennaio del 1968 Dubcek venne eletto segretario del Partito comunista cecoslovacco e iniziò un periodo di tentato riformismo represso dall’intervento dei tank russi). Dopo Ferdinando Bergamaschi che aveva trattato settimana scorsa della figura di Solzenicyn, un altro giovane - Gianmarco Maiavacca, presentato dal presidente dell’Associazione Antonino Coppolino - ha rievocato un altro personaggio che ha lottato contro le atrocità del comunismo e proprio per questo è stato maltrattato dalla storia, per troppi anni raccontata a senso unico. «Come liberali - ha sostenuto il relatore - non dobbiamo tacere su cose non dette a livello nazionale. Non c’è solo l’Olocausto ma anche l’altra faccia della medaglia, il regime sovietico. Abbiamo allora il dovere di far presente che c’è un’altra storia, un’altra verità».
Ma chi era Jan Palach? «Uno studente di filosofia e lettere a Praga - ha ricordato Gianmarco Maiavacca -, nato nel 1948 da un padre anticomunista che gli trasmise la passione per la storia, la letteratura e gli insegnò l’importanza della coerenza morale. Durante la sua breve vita abbracciò tutte le riforme della Primavera di Praga». Grande fu la sua delusione per il ritorno del regime, ancor più repressivo di prima e accettato passivamente. Il 16 gennaio del 1969 il tragico gesto che fermò la storia: Palach si diede fuoco, non ancora 21enne, in piazza San Venceslao davanti ai carri armati sovietici per risvegliare il suo Paese dalla rassegnazione per l’occupazione. Morì tre giorni dopo.
«Non fu un suicidio come vollero far credere in un primo tempo - ha spiegato l’oratore - ma un gesto di protesta, premeditato, contro il regime sovietico e contro la mancanza di voglia di sviluppo della sua Patria. Un gesto che non fu vano: la caduta del muro di Berlino, vent’anni dopo, lo dimostra». Nel compiere il suo gesto estremo Palach fu lucido, proteggendo dal fuoco i suoi appunti e articoli che ripose in una borsa a tracolla che affidò a un tranviere che provò a soccorrerlo: “Non pensare a me - gli disse - prendi la borsa con i miei documenti e lasciami morire per la libertà: tutti devono sapere perché ho fatto questo”. In quella borsa c’era una lettera di Palach, distribuita ai presenti: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. Palach non fu l’unico a darsi fuoco in nome della libertà. Prima di lui Ryszard Slwiec a Varsavia, l’8 settembre 1968 e Vasyl Makuch a Kiev, il 5 novembre 1968; dopo di lui furono altre dieci i dissidenti dell’Est che diventarono torce umane. «Al suo funerale - ha proseguito l’avv. Maiavacca - parteciparono 600mila persone e Praga fu per un giorno in mano agli studenti: il potere della volontà di tutti per cambiare il corso della storia; una cosa che servirebbe anche oggi. Fu una pagina indimenticabile, eppure volutamente dimenticata. Palach - ha ribadito il relatore - morì per la sua nazione, per difenderne i confini dai carri armati. E i carri armati di oggi sono le procedure d’infrazione dell’Unione europea».
Gianmarco Maiavacca ha concluso la sua brillante trattazione citando una significativa frase: “Onore a Jan Palach, simbolo vivente, e morente, di un amore bruciante per la libertà e per la dignità dei popoli”.
Nel dibattito che è seguito, particolarmente significativa la testimonianza di Luigi Carini, che negli anni Sessanta frequentava i Paesi dell’Est, dove si era fatto tanti amici. «C’era in loro una fede per la patria e consideravano la morte quasi un dovere in nome della sua difesa - ha raccontato Carini - . Erano persone di cultura, parlavano 4-5 lingue e mi chiedevano di portagli i giornali perché non sapevano che cosa succedeva. La Polizia era ovunque. C’era un clima terribile, la gente spariva improvvisamente. Un giorno domandai come mai erano tutti vestiti di grigio. Se qualcuno si veste con colori sgargianti, mi fu risposto, viene subito segnalato perché considerato uno spirito ribelle».

Pubblicato il 19 febbraio 2019

                                                                                                        

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