Sono 24.822 gli arrivi registrati in Emilia-Romagna di profughi in fuga dalla guerra in Ucraina: 2.235 sono ospitati nei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria. Negli ultimi giorni gli arrivi sono rallentati, ma il sistema dell’accoglienza continua a essere operativo. Per quanto riguarda le differenti forme di accoglienza, le richieste di contributo per l’autonomo sostentamento sono state in totale 3.471, l’11% del totale nazionale, mentre il mondo del sociale si è fatto carico di 1.036 posti. A tal proposito, in settimana sono previsti incontri con sei differenti enti del terzo settore che saranno firmatari di apposite convenzioni. Questo, in sintesi, il quadro uscito dalla nuova riunione della Cabina di regia regionale per l’assistenza ai profughi che si è tenuta in Regione e a cui hanno partecipato la vicepresidente Elly Schlein, gli assessori Raffaele Donini (Politiche per la salute) e Irene Priolo (Protezione civile), il sottosegretario alla presidenza Davide Baruffi e il prefetto di Bologna Attilio Visconti; erano presenti in videocollegamento anche diversi Prefetti, rappresentanti delle istituzioni e del terzo settore, il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale, Bruno Di Palma, e gli amministratori in rappresentanza dei comuni capoluogo e delle province.
Altro tema emerso nel corso dell’incontro è quello dei più giovani e dell’istruzione: al momento sono più di 2.900 gli studenti e le studentesse ucraine che frequentano le scuole di ogni ordine e grado dell’Emilia-Romagna. Circa la metà è iscritta alle scuole primarie e i restanti si dividono tra medie e asili, mentre sono pochi le ragazze e i ragazzi che frequentano le scuole superiori. In questo contesto si inserisce anche la circolare sulla scuola d’estate 2022, già emanata, che prevede iniziative per l’integrazione e l’inclusione dei giovani arrivati dall’Ucraina: con i corsi di prima alfabetizzazione all’italiano, con i laboratori culturali e con il sostegno e la consulenza psicologica. A contribuire a finanziare questa attività, i fondi dedicati del PNRR - che a livello nazionale ammontano a 179 milioni -, ma anche le risorse reperite con la solidarietà degli emiliano-romagnoli.
“Il mondo cambia. E l’Afghanistan?” – è il tema dell’ottavo incontro del Laboratorio di Mondialità Consapevole, promosso da Università Cattolica, che si è tenuto venerdì 13 maggio al centro Caritas “Il Samaritano”. Sono intervenuti Luca Radaelli, infermiere, e Stefania Calza, medico, che da anni lavorano con Emergency. Radaelli ha trascorso sette anni in Afghanistan, dove ha lavorato prima come infermiere poi come Medical Coordinator e infine come responsabile del “progetto Afghanistan”. Oggi ricopre il ruolo di Medical Staff Planning Manager. Stefania Calza, piacentina, dopo la laurea specialistica in Medicina interna e Radiologia ha svolto brevi collaborazioni sanitarie in Amazzonia brasiliana, Eritrea ed Etiopia. Dal 2005 collabora con Emergency tramite missioni in Sudan e Afghanistan. Calza è tra i soci fondatori dell’associazione “Arcangelo Dimaggio” ed è responsabile della Senologia Radiologica e del Centro Salute Donna dell’Ausl di Piacenza.
Una realtà diversa
“L’idea era di fare una missione di sei mesi, e poi tornare a casa. Non avevo fatto i conti con la realtà – racconta Luca Radaelli –. Quando arrivai a Lashkar-gah nel 2008 rimasi folgorato da due cose: non mi aspettavo di trovare ospedali con giardini curati, un’attenzione al dettaglio… pensavo di avere a che fare con ospedali da campo; e poi ho visto le conseguenze effettive della guerra sulle persone, quindi bambini mutilati dalle mine antiuomo, la brutalità delle armi sul corpo degli esseri umani. Gino Strada evidenziava che nei conflitti moderni le vittime sono sempre i civili, perché il campo di battaglia sono le case delle persone. Il 50% dei nostri pazienti sono bambini”.
Cambiare le sorti di un popolo
“Quando andai per la seconda volta sapevo ciò che stavo facendo, per cui lasciai la mia casa, la mia fidanzata e partii per l’Afghanistan consapevole che la mia casa sarebbe stata lì. Tornavo in Italia solo per le vacanze: in quei momenti capivo cosa volesse dire vivere costantemente con livelli di adrenalina molto alti. Appena arrivavo a casa, l’unica cosa che riuscivo a fare era dormire, per scaricare tutto – prosegue Radaelli –. L’Afghanistan ha cambiato totalmente il mio modo di vedere il mondo e le cose. Essere presente a fare qualcosa importante che poteva cambiare le sorti di un popolo, di un Paese o semplicemente curare le persone sono soddisfazioni che non si possono descrivere. Emergency non è solo ospedali, ma soprattutto si occupa della formazione dello staff dei medici e degli infermieri”.
Il progresso non si cala dall’alto
“Ho imparato che la prima vittima della guerra è la verità. In Afghanistan le persone cercano di progredire, di dare aiuto a chi sta intorno. Ciò che arriva in Europa è tutta retorica intrisa di bugie, creata per dare a noi la sensazione di accettare un contesto di guerra. La Nato dice di voler «esportare la democrazia», che idiozia! Il progresso non si cala dall’alto, per radicarsi deve essere un processo che parta dal basso: le donne non si emancipano con un diktat che arriva da fuori, ma attraverso un percorso fatto di consapevolezza, istruzione e cultura. Se pensiamo che il 92% dell’eroina mondiale si raffina in Afghanistan smettiamo di credere alla retorica occidentale – conclude Radaelli –. È una guerra lunga, deteriorante, e le persone devono continuare a vivere la loro quotidianità consapevoli dell’incertezza di riuscire a tornare a casa. A scatenare le guerre sono sempre interessi, ma non quelli delle persone. La guerra non è romantica. Le cicatrici di guerra rendono uomini delle caricature di sé stessi. Non belli, ma feriti e stuprati. Le persone fanno sempre la differenza: anche in un contesto come quello si può scegliere da che parte stare, se combattere, se restare”.
Accogliere senza discriminazioni
Il contatto con una realtà come quella ci fa essere innamorati di qualcosa di impossibile. È una realtà complessa, difficile da spiegare – spiega Stefania Calza –. Oggi abbiamo una situazione simile a quella afghana in Europa. Dobbiamo capire che l’ondata emotiva che ora si riversa nel conflitto ucraino, tutta la sacrosanta solidarietà che mostriamo nei confronti dei civili ucraini riposano probabilmente su un malinteso senso di appartenenza al genere umano, per cui abbiamo fatto delle differenze. I bambini ucraini somigliano ai nostri, le città ucraine somigliano alle nostre, conosciamo personalmente degli ucraini, vivono intorno a noi. Perché la Polonia ha accettato più di un milione di ucraini ma ha respinto i neri? Che solidarietà è se fa differenze razziali? Il racconto dell’Europa che arriva agli afghani è quello di un «altrove» di tipo fisico, temporale, un luogo in cui riporre la speranza di migliorare la propria esistenza. E dunque fuggono, passando per una realtà allucinante. Negli ultimi anni di dominazione occidentale abbiamo offerto uno spiraglio di cultura occidentale che è stato un grosso tradimento nei confronti dell’Afghanistan, un’idea dell’occidente falsata che ha spinto e spinge molta gente a scappare. Io stessa accolgo una famiglia ucraina, ma dico che è sbagliato lasciare fuori dalle nostre porte donne e uomini solo perché hanno colori diversi.
Le mine antiuomo
Quando partì per la sua prima missione, Stefania Calza aveva paura. “Arrivai in Afghanistan dopo aver sorvolato un deserto montuoso fatto di grotte, anfratti, un paesaggio lunare. Mi accorsi subito che gli americani non hanno capito niente. Pensare di vincere in quelle circostanze era impensabile, anche con l’esercito più all’avanguardia che esista. Uscii dall’aeroporto e notai che una delegazione europea faceva da scudo a una politica italiana impegnata in Europa completamente circondata da militari, con giubbotto antiproiettile, mentre a noi in Italia veniva descritta una situazione di pace. Arrivai in ospedale, portando con me i macchinari per fare la TAC. Era la prima a disposizione della popolazione civile su tutto il territorio nazionale. La nostra TAC era simbolo di civiltà, un gesto di grande coraggio da parte di Emergency quello di esportare sanità di alto livello. La cosa che mi ha sconvolto di più è stata l’impatto con le vittime delle mine antiuomo sparse da noi occidentali in tutto il territorio. Sono facili da spargere, come le bombe a grappolo: se ne lancia una e ne arrivano a terra centinaia. Chiunque ne calpesti una salta in aria. Se non ti ammazzano ti rendono invalido per tutta la vita, distruggendo spesso gambe e genitali. I bambini amputati sembravano rendersi conto di quanto successo solo quando venivano sfasciati, perché prima mantenevano viva l’illusione di tornare a una situazione di normalità. Emergency ha condotto una lunga battaglia contro le mine antiuomo: l’Italia, che ne era il maggior produttore, oggi le ha messe al bando, almeno ufficialmente”.
La libertà delle donne
“In qualsiasi società il livello di evoluzione si misura a seconda della libertà che hanno le donne, perché la libertà di pensiero, di stampa, di fede, eccetera vedono la loro summa nella libertà delle donne. In Afghanistan vige la legge coranica, per cui le donne non possono andare a scuola, vengono vendute da minorenni per il matrimonio. Che tipo di alternativa della figura femminile abbiamo portato noi? Abbiamo portato un’immagine del femminismo distorta rispetto ai nostri valori, fatta di donne vestite da soldato per scimmiottare uomini, o di ballerine succinte vestite da Babbo Natale per dilettare le truppe. Noi di Emergency abbiamo proposto figure di professioniste, ma eravamo la minoranza – conclude Calza –. Non siamo noi a dover «togliere il burqa» alle donne: lasciamoglielo, sono loro a doversene liberare, quando e come vogliono”.
Ultimo incontro
L’appuntamento conclusivo si terrà sabato 28 maggio alle 18.30 nei locali del centro “Il Samaritano” in via Giordani 12/14. Interverranno Marina Pozzoli di Medici Senza Frontiere e Gabriele Micalizzi, fotoreporter, Collettivo Cesura. L’evento sarà aperto al pubblico.
Da sempre l’Associazione Italiana Celiachia si impegna per tutelare i diritti delle persone celiache e dei loro familiari, soprattutto attraverso la sensibilizzazione verso le tematiche legate alla celiachia e all’alimentazione senza glutine. Al fine di coinvolgere Scuola, Amministrazioni e famiglie, è sorto il progetto per le scuole “In Fuga dal Glutine”, finanziato con i fondi del 5x1000 e basato su attività ludiche- educative, grazie alle quali la diversità (sia essa alimentare, culturale o religiosa) sia vissuta non come limite ma come risorsa. Nell’ambito di questa attività di sensibilizzazione nelle scuole, grazie alla partecipazione e all'impegno degli assessorati all'istruzione dei Comuni della nostra Regione Emilia Romagna, e alla fattiva e costruttiva collaborazione con Aic Emilia-Romagna, è nata una nuova iniziativa: “Tutti a tavola, tutti insieme! Le giornate del menù senza glutine”.
Una giornata in cui tutte le mense scolastiche delle scuole d'Infanzia e Primaria, che aderiscono al progetto, si serve a pranzo, un pasto naturalmente privo di glutine, per far comprendere anche ai bambini e alle loro famiglie che mangiare senza glutine si può e anche con gusto. L’obiettivo è di diffondere la conoscenza della celiachia e dell’alimentazione senza glutine al fine di garantire un diritto indispensabile di ogni bimbo: la completa e corretta integrazione degli alunni celiaci nel contesto scolastico. Dopo il grande successo delle precedenti edizioni, il Comune di Gragnano Trebbiense rinnova l’adesione a questa iniziativa: mercoledì 18 maggio nelle scuole aderenti verrà servito un menù naturalmente gluten-free (Risotto alle zucchine, Caprese con pomodoro e mozzarella, Gallette di riso), per trasformare il pranzo in un momento di libera e serena condivisone di gusti e sapori, per tutti i bambini. Una grande soddisfazione per Simonetta Mastromauro, referente regionale del progetto “Tutti a Tavola Tutti Insieme”. “È bellissimo ed emozionante – commenta - constatare il successo di un’iniziativa nata e sostenuta da volontari: persone che donano tempo ed energia per realizzare progetti che possano migliorare la vita di tutti i celiaci. E proprio come celiaca, è una gioia veder realizzati eventi che hanno il grande pregio di rivolgersi ai più giovani, per fornire loro risorse di sensibilizzazione e socializzazione a cui attingere per tutta la loro vita”. L’iniziativa si inscrive inoltre all’interno della Settimana Nazionale della Celiachia, che avrà luogo dal 14 al 22 maggio: in tutto il territorio italiano si svolgeranno incontri, manifestazioni, degustazioni, convegni con lo scopo di sensibilizzare tutti i cittadini sulle tematiche di una patologia la cui unica cura, ad oggi, consiste in un’alimentazione completamente priva di glutine.
L’Emilia-Romagna ha fatto “Gol”: varato un programma, da oltre 55 milioni di euro, che permetterà alle persone in cerca di occupazione di poter disporre di un percorso personalizzato, articolato in misure orientative, formative e di accompagnamento all’occupazione e di essere seguite da un tutor. Il Piano attuativo regionale del Programma nazionale “Gol”, Garanzia di occupabilità dei lavoratori, ha passato il vaglio dell’Assemblea legislativa regionale. Il programma realizza una delle ‘missioni’ del Pnrr, quella sulle politiche attive del lavoro e della formazione. È finanziato da risorse del Recovery plan italiano ed è uno strumento previsto dalla Legge di Bilancio 2021. All’Emilia-Romagna, quale prima assegnazione pari al 20% dell’investimento complessivo, sono destinati oltre 55 milioni di euro. Attraverso il Programma si punta a coinvolgere a livello nazionale almeno 3 milioni di persone entro il 2025, il 75% delle quali appartenenti a categorie vulnerabili, come i giovani Neet, cioè i ragazzi con meno di 30 anni che non studiano e non lavorano, le donne in condizioni di svantaggio, le persone con disabilità, e lavoratori maturi di 55 anni e oltre.
In Emilia-Romagna il Piano attuativo si inserisce in una visione strategica e unitaria della programmazione dei fondi europei, nazionali e regionali che ha come riferimento il Patto per il Lavoro e per il Clima e permetterà di consolidare un sistema di politiche attive del lavoro fondate sulla collaborazione tra i centri per l’impiego e i soggetti privati accreditati nelle logiche della rete attiva per il lavoro. “Il progetto di rilancio e sviluppo dell’Emilia-Romagna delineato dal Patto per il Lavoro e per il Clima- ha detto l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Vincenzo Colla-, fondato sulla sostenibilità, nelle sue tre componenti inscindibili, ambientale, sociale ed economica, assume come prima scelta quella di realizzare un investimento senza precedenti sulle persone, sulle loro competenze, le loro capacità e i loro talenti. Per affrontare le nuove sfide di un mercato del lavoro indebolito dagli effetti della pandemia, strategica è la capacità di progettare e rendere disponibili, con particolare attenzione alle persone più fragili, politiche attive del lavoro all’altezza delle grandi trasformazioni che ci attendono”. “Importante quindi questo contributo che ci arriva dal Pnrr e dal Programma Gol - ha concluso Colla - che rappresenta un’occasione unica per investire sulle politiche attive e si inserisce perfettamente con la linea di sviluppo delineata dall’Emilia-Romagna. Gol deve rafforzare l’investimento per una nuova ricucitura sociale nella mediazione fra domanda e offerta, nell’arcipelago del mondo del lavoro dipendente e autonomo”.
Il suicidio assistito e il suicidio dell’Occidente”, questo il titolo dell’incontro in programma il 16 maggio alle 20.30, all’auditorium Sant’Ilario. L’evento è promosso dalle associazioni Sui Tetti, Alleanza Cattolica, Family Day. Parteciperanno Ferdinando Garetto, medico cure palliative Humanitas Gradenigo – Torino, Roberto Respinti, avvocato e esponente di Alleanza Cattolica, Massimo Polledri, psicoterapeuta – neuropsichiatra infantile e candidato alle elezioni comunali di Piacenza per la Lega, Pietro Pisani senatore della Lega. Modera Ignazio Cantoni, conclusioni Andrea Fenucci (Family Day) e Cantoni.
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