Giorno del Ricordo. Verità, giustizia e libertà per evitare certe tragedie

Onorare il Giorno del Ricordo – attraverso la presenza partecipe e unanime delle istituzioni, delle associazioni che custodiscono l'eredità della storia, di tutti i cittadini che credono negli insegnamenti del passato come valore da condividere e tramandare – significa allora dare voce, dopo decenni di colpevole silenzio, a questa consapevolezza, rendendo l'omaggio commosso e sincero della nostra comunità a tutte le vittime.
Che furono migliaia, in quelle terre lungo il confine orientale di un Paese devastato dal conflitto, dove i cardini della propria nazionalità, della fede, degli ideali politici e delle relazioni umane divennero una colpa da espiare con la violenza, la sparizione, la deportazione o l'allontanamento forzato dalla propria casa, dalle proprie radici. Nel nome di un totalitarismo che si abbattè, con ferocia inaudita, sulle stituzioni e sugli oppositori politici, sui componenti dell'Esercito o delle Forze dell'ordine, sulle figure religiose e laiche di riferimento per le comunità cattoliche, sulla popolazione civile – senza pietà per donne, anziani, bambini. Colpendo ogni persona, ogni realtà che potesse essere considerata “nemica del popolo”, rappresentando un ostacolo all'egemonia comunista.
La repressione armata, le fucilazioni di massa, le condizioni inumane dei campi di prigionia, le persecuzioni che spinsero oltre 300 mila italiani ad abbandonare la loro terra, dopo il Trattato di Parigi che assegnava l'Istria alla Jugoslavia: come si è potuto, così a lungo, chiudere gli occhi su tutto questo? Ce lo domandiamo in questa ricorrenza, riaffermando che la tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata è un dolore che appartiene all'Italia intera, che va protetto e tutelato da ombre revisioniste e dal negazionismo.
“Celebrare il Giorno del Ricordo – ha ammonito qualche anno fa il presidente Mattarella – significa rivivere un capitolo buio della storia nazionale e internazionale”, richiamando “un destino comune a molti popoli dell'Est europeo: quello di sperimentare, sulla propria vita, tutto il repertorio disumanizzante dei grandi totalitarismi del Novecento, diversi nell'ideologia, ma così simili nei metodi di persecuzione, controllo, repressione, eliminazione dei dissidenti”.
E' questo, il fondamento e la necessità della cerimonia odierna: l'impegno forte, determinato e universale a tutela della pace e della democrazia, perché la memoria di ciò che è stato ci aiuti sempre a scegliere la via del dialogo e del rispetto. Perché nessuno, più, possa ritenere legittimo – persino immaginabile – violare l'esistenza e la libertà altrui per imporre un'ideologia. Perché, infine, su nessuna pagina della nostra storia possa mai più calare quello che Claudio Magris definì “un oblio oltraggioso, che nessuna spiegazione potrà mai giustificare”.
L'intervento del Prefetto

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