Tragedia del Pendolino, Piacenza rende omaggio alle vittime 29 anni dopo

Sono passati 29 anni, ma per i familiari delle vittime il tempo si è fermato alle 13.26 di quel 12 gennaio 1997. In una domenica nebbiosa, il treno Etr 460 Botticelli deragliò poco prima di entrare nella stazione di Piacenza. Il bilancio fu di otto morti e una trentina di feriti. Su quel convoglio viaggiava anche l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, uscito illeso. In quell’incidente persero la vita i macchinisti Pasquale Sorbo e Lidio De Santis, gli agenti di polizia ferroviaria Gaetano Morgese e Francesco Ardito, le hostess di bordo Cinzia Assetta e Lorella Santone e le passeggere Agatina Carbonara e Carmela Landi. Ogni anno, il 12 gennaio, i parenti di chi non c’è più si radunano a Piacenza per commemorare i loro cari. Dopo la messa nella basilica di san Savino, presieduta dal vicario generale della Diocesi don Giuseppe Basini, le autorità e i familiari hanno reso omaggio alle vittime di fronte al monumento eretto al binario 1 ovest della stazione ferroviaria. Hanno partecipato alla commemorazione il prefetto Patrizia Palmisani, i comandanti provinciali dei Carabinieri, Pierantonio Breda, e della Guardia di finanza, Massimo Amadori, la vicaria del questore Giovanna Sabato, il vicecomandante della Polizia locale Massimiliano Campomagnani, l’assessore comunale Gianluca Ceccarelli e i delegati regionali di Ferrovie dello Stato e Polizia ferroviaria.
Il ricordo di quel 12 gennaio 1997
“Quella terribile giornata ha aperto una ferita profonda nel cuore di tutti i familiari delle vittime e di molte altre persone che hanno partecipato con intensità al loro dolore”, ha detto don Basini all’inizio dell’omelia. Nel 1997 l’attuale vicario generale era segretario del vescovo Luciano Monari. “Fui tra i primi a ricevere una telefonata – ha ricordato – non riuscivano a raggiungere il Vescovo, e quindi provarono con me. Pur non conoscendo le persone coinvolte nell’incidente, da subito mi è venuto spontaneo invocare l’aiuto di Dio per i familiari che improvvisamente erano stati chiamarti a portare il peso dell’assenza di una persona cara”. “Umanamente la morte è una strada senza via di uscita – ha detto don Giuseppe Basini –, è possibile scalfirla unicamente facendo memoria della persona amata”.

“Dobbiamo occuparci del presente”
“Le occasioni dolorose, come questa e tante altre nelle quali siamo immersi ancora oggi, non possono che richiedere parole di speranza”, ha proseguito don Basini. “Le parole di speranza, tuttavia, rischiano di rimanere soltanto parole: possono esprimere una sincera ospitalità umana, la vicinanza del cuore e dei sentimenti, ma sembrano poi destinate a infrangersi contro il muro impenetrabile della morte. Ecco perché è importante che le parole umane, necessarie ma deboli, si appoggino alla Parola di Dio, potente nella sua misericordia. Il Vangelo che è stato proclamato ci ha aperto a una speranza e ci ha riportato le parole di Gesù: il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo. Significa che l’istante presente è il tempo di cui noi dobbiamo occuparci. Non dobbiamo rimanere prigionieri del passato ma prendere sul serio il presente sperimentando che Dio è vicino, cioè ciò che stiamo cercando è presente tra le piaghe della nostra vita, così com’è. Per avere questo sguardo, questa capacità di riconoscere la vicinanza di Dio nella nostra vita, occorre convertirci e credere al Vangelo, ossia cambiare il punto di vista, modo di agire e credere al Vangelo, cioè fidarsi che Dio ci ama, dell’amore infinito che è capace di raggiungerci anche nelle situazioni più complicate e dolorose della nostra vita”.
“Quel «fatto» non deve diventare un assoluto”
“Essere cristiani vuol dire credere che Dio ci ama così tanto da raggiungerci anche là dove pensiamo che non possa arrivare. Le esperienze di dolore molte volte rischiano di chiuderci, e invece in questo momento la parola di Dio ci dice: guarda, il tempo è compiuto, àpriti, non rimanere legato a quel fatto. Certo, quel fatto c’è e ne sentiamo tutto il peso, però non deve diventare un assoluto. Perché il regno di Dio è vicino, anche se tu non te ne accorgi, Dio è con te ed è per te. Fidati della parola di Dio”. “Come diceva il poeta francese Paul Claudel – ha ricordato don Basini – Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, ma a riempirla della sua presenza. Percepire la presenza di Dio, di un amico o di un familiare ci può dare la forza necessaria per vivere la sofferenza. Penso che l’avrete sperimentato in questi 29 anni che ciò che dà forza è sapere di non essere soli a portare quel dolore.
“Nelle sofferenze, Dio ci raggiunge”
Dio non ci protegge da ogni sofferenza, questa è una visione magica. Ma ci raggiunge in ogni nostra sofferenza. Tutti noi abbiamo perso persone care, alle quali la nostra vita era attaccata in modo forte e fecondo. E tutti noi, seppur in modi diversi, abbiamo dovuto misurare la nostra debolezza di fronte alla loro morte. Preghiamo perché il ricordo del loro volto, del loro sorriso, delle loro parole non diventi motivo di tristezza infinita, ma produca un amore ancora più grande e più maturo per la vita. È un modo giusto, penso, per onorare i nostri cari. Trasformare quel dolore in un amore più grande. Non venga meno in ciascuno di noi la capacità di reagire, sperare, di seminare amore là dove viviamo, certi che questa è la scelta migliore che possiamo compiere. Infatti, come ci ricorda san Giovanni della Croce, alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore, nient’altro che su questo”.

Il ricordo di Alessandro Ambrosio, capotreno ucciso a Bologna
Al termine della messa ha preso la parola Clemente Bernardo, referente del Dopolavoro ferroviario di Piacenza, che organizza la commemorazione. “Grazie ai familiari delle vittime che ogni anno vengono qui, anche da regioni lontane. Ricordare le incolpevoli vittime è un nostro dovere”, ha detto. Un pensiero è stato dedicato poi ad Alessandro Ambrosio, il capotreno 34enne accoltellato a morte lo scorso 5 gennaio all’esterno della stazione di Bologna, “vittima innocente di un disagio sociale che merita attenzione”, ha affermato Bernardo. L’assessore comunale Gianluca Ceccarelli ha letto alcuni passi di una lettera ricevuta nei giorni scorsi dalla sindaca Katia Tarasconi e scritta da Federico, che era bambino quando assistette a quella tragedia dal marciapiede della stazione. Anche Ceccarelli, a nome del Comune, ha ricordato Ambrosio, “vittima di una violenza inaccettabile che tocca il cuore di ciascuno di noi e ci porta a esprimere la nostra solidarietà ai suoi cari”.
“Lui non torna, è qui a Piacenza”
La commozione negli occhi dei familiari è la stessa di 29 anni fa, così come il dolore. L’agente Francesco Ardito, 22 anni, fu la vittima più giovane di quel disastro. La madre, Maria Cristina Spennato, ha detto che ogni anno “è come se fosse la prima volta”. “Grazie all’organizzazione e a voi (alla stampa, nda) che ricordate sempre questa «cosa». Io la chiamo così perché non so come definirla, per me è una «cosa» e basta. Certe volte penso che forse mio figlio Francesco è in ferie e tra poco arriva, ma poi non torna. Invece lui è qui, a Piacenza. E non fa niente”.
Francesco Petronzio
Nelle foto, la commemorazione della tragedia del Pendolino. (foto Del Papa)
Pubblicato il 13 gennaio 2026
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