Menu
logo new2015 ok logo appStore logo googleStore

Card. Pizzaballa, «Gerusalemme non è bottino di guerra, ma patrimonio dell’umanità e crocevia del mondo»

gerusalemmeafp

Quando oggi si parla di Gerusalemme, “ci si concentra soprattutto sugli aspetti politici, storici e sociologici, ma si rischia di dimenticare ciò che realmente la rende unica. Ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre”, perché questa Città è anche – e soprattutto – “simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo”.
Lo scrive il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, nella Lettera alla diocesi di Gerusalemme, diffusa nella giornata del 27 aprile, e intitolata “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”. Fin dalle origini, ricorda il patriarca, “la Chiesa è stata universale, unita e diversa”, e proprio da Gerusalemme “i Dodici partirono per portare l’annuncio del Vangelo a tutto il mondo”.
Ancora oggi, la comunità cristiana della Città Santa “conserva questo carattere universale”, che non va ridotto a una semplice dimensione internazionale, ma rimanda alla realtà descritta negli Atti degli Apostoli. Per i cristiani, aggiunge Pizzaballa, il legame con questa terra implica anche “una relazione costitutiva, per quanto complessa, con l’ebraismo e l’islam”, facendo del dialogo interreligioso non solo una necessità di sopravvivenza, ma “un elemento di fedeltà alla nostra identità universale”.

Gerusalemme resta così un “microcosmo simbolico all’incrocio tra civiltà, religioni ed etnie”, paradigmatico delle grandi tensioni globali. In essa si intrecciano “modernità e tradizione, democrazia liberale e conservatorismo, universalismo e particolarismo”. Eppure, la sua identità più profonda non è politica: “Gerusalemme non è solo una questione di confini o di assetti tecnici. La sua identità principale è quella di essere il luogo della Rivelazione, il luogo in cui le fedi sono di casa”. Questa dimensione “verticale” è visibile soprattutto nei Luoghi Santi, dove le diverse preghiere diventano “il respiro e la luce” della città. Ignorarla, avverte il patriarca, è “la ragione più profonda del fallimento degli accordi di convivenza degli ultimi decenni”. “L’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata – per il patriarca – uno dei criteri principale di relazione tra le comunità religiose di Gerusalemme, generando divisione e violenza. Spazi e confini – ribadisce – vanno custoditi per preservare e non per soffocare la libertà di ciascuno. Confermiamo la necessità dei diversi Status quo, ma occorre il coraggio di costruire nuovi modelli di relazioni dove la comune fede in Dio diventi occasione di incontro e non di esclusione”. Nessun futuro sarà possibile senza il coraggio di “nuove visioni e nuovi modelli di vita e di relazione”, in cui “la fede comune in Dio diventi un’opportunità di incontro e non di esclusione”. Perché Gerusalemme, conclude Pizzaballa, “non appartiene a nessuno in modo esclusivo: non è bottino di guerra, ma dono, patrimonio dell’umanità”, con una missione universale e una vocazione “terapeutica” per il mondo intero.


“La guerra è diventata un culto idolatra, ritorno della forza
come strumento decisivo per risolvere ogni contesa”

“7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza sono eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra. Oggi assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra”. Prosegue Pizzaballa nella sua Lettera alla diocesi di Gerusalemme.
Il testo nasce dal dramma del conflitto in corso che “non è solo qualcosa da superare, ma il luogo stesso in cui la Chiesa è chiamata a compiere la propria missione. La nostra esistenza cristiana deve diventare testimonianza di uno stile di vita particolare, anche in mezzo al conflitto”. Il cuore della riflessione è Gerusalemme, “non solo il nostro luogo geografico, ma anche il cuore spirituale della nostra comunità e l’identità della nostra Chiesa”. “Per decenni – scrive nella prima delle tre parti in cui è divisa la lettera – la comunità internazionale ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati e multilateralismo. Oggi – rimarca Pizzaballa – assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa. I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo. Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici”. Per il patriarca l’attuale è “una guerra che si conduce anche con parole e immagini. È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda. La guerra in corso ha sollevato interrogativi inediti, penso all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche”.

Conseguenze di questo “caos sulla vita di tutti noi” sono, per il cardinale, “la dissoluzione delle relazioni avvelenate da odio e sfiducia, la percezione del proprio dolore diventa unica, assoluta. Esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi possiede le armi e chi è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. L’odio ha scavato solchi profondi. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro, quando egli è solo il nemico, tutto è lecito. La violenza ha generato un senso di tradimento persino negli ideali che pensavamo condivisi”.
In Palestina, denuncia il patriarca, “si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. Se non si interrompe la deriva delle aggressioni causate dall’occupazione e dall’assenza dello Stato di diritto, si rischia la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa”. Dentro questa desolazione, “le nostre comunità cristiane restano un segno tangibile di speranza e di coraggiose esperienze di vitalità e fraternità, grazie anche alla costante vicinanza spirituale e fattiva della Chiesa universale – da Papa Francesco e da Papa Leone XIV fino più piccole e povere diocesi”.

“La Chiesa sia nuova Gerusalemme”. Preghiera, dialogo e riconciliazione come risposta al conflitto

La missione della Chiesa di Gerusalemme è quella di essere nella storia “espressione concreta della nuova Gerusalemme”. È l’orizzonte pastorale indicato dal card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, nella sua lettera pastorale. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa, dove traccia le linee di una testimonianza cristiana capace di “abitare il conflitto” senza lasciarsene determinare. Al centro sta il primato di Dio: “Il primo impegno è nel primato della liturgia e della preghiera – si legge nel testo –. La preghiera non è un mezzo, ma il cuore e il respiro della vita di fede personale e comunitaria”. Anche la liturgia, chiarisce il patriarca, “non è un insieme di pratiche, ma l’azione stessa di Cristo che plasma, guarisce e sostiene la sua Chiesa”. Da qui l’invito a promuovere non solo preghiere per la pace, ma anche “liturgie delle ore e celebrazioni penitenziali comunitarie”. Uno spazio decisivo è affidato alle famiglie chiamate a educare alla fede e alla riconciliazione. Devono diventare “laboratori di convivenza e rispetto”, dove la memoria del passato possa essere trasmessa “con dolore e verità, ma senza consegnare ai figli sentimenti di odio e vendetta”.

Accanto alle famiglie, Pizzaballa indica le scuole cristiane come “uno dei doni più grandi della Chiesa a questa Terra”: non semplici luoghi di istruzione, ma “vere e proprie officine di umanità nuova”, spazi in cui “la differenza non spaventa ma arricchisce” e l’incontro diventa crescita. Pur attraversate da gravi difficoltà finanziarie legate al conflitto, “continueremo a difenderle con determinazione e mitezza”. La nuova Gerusalemme prende forma anche negli ospedali e nelle opere sociali, dove “ebrei, cristiani e musulmani nascono, vengono curati, soffrono e talvolta muoiono insieme” e dove l’amore di Dio “redime divisioni che le parole spesso non riescono a sanare”. Da qui il duplice compito di sostenerle concretamente e di farle conoscere come segni che “un’altra via è possibile”.
Anziani e giovani sono indicati come complementari: “memoria viva” gli uni, “profezia” gli altri. In questo tessuto, sacerdoti e religiosi restano “in prima linea”, punti di riferimento fedeli e “modelli di convivenza possibile”, anche “sotto le bombe”. Costitutivi sono poi il dialogo ecumenico e quello interreligioso. In Terra Santa, afferma Pizzaballa, l’ecumenismo “non è un’opzione”, ma una realtà pastorale quotidiana: “la prima testimonianza è l’unità”.
Allo stesso modo, il dialogo interreligioso “non è solo una necessità vitale, ma la forma stessa dell’essere Chiesa”, chiamata a “osare il perdono” per spezzare la catena dell’odio. Da qui il rifiuto netto di ogni complicità con la violenza e un appello a una fiducia controcorrente: “la coscienza cristiana non è una fortezza da difendere, ma una sorgente di acqua viva che scorre”. Una fiducia che nasce dalla certezza che “non siamo soli”: ciò che sostiene la Chiesa è “la gioia del Vangelo”, da cui ripartire ogni giorno per tornare alla “Gerusalemme quotidiana” con passione e speranza.

Daniele Rocchi

Pubblicato il 28 aprile 2026

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

"Il Nuovo Giornale" percepisce i contributi pubblici all’editoria.
"Il Nuovo Giornale", tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Amministrazione trasparente