San Scalabrini: i migranti sono un dono che apre al futuro

Nella Cattedrale di Piacenza, illuminata dalla luce del tardo pomeriggio e attraversata dalle voci di popoli diversi, la memoria di San Giovanni Battista Scalabrini è tornata a farsi viva come una parola rivolta al presente.
La celebrazione del 21 maggio, presieduta dal vescovo mons. Adriano Cevolotto, ha raccolto attorno all’altare la famiglia scalabriniana e numerosi fedeli, in una liturgia dal respiro universale. A sostenere la celebrazione con il canto è stato il Coro San Carlo degli Scalabriniani, che ha accompagnato i diversi momenti della Messa con intensità e partecipazione. Concelebravano i padri scalabriniani e il Capitolo della Cattedrale, mentre erano presenti anche le suore scalabriniane e le autorità cittadine, in un clima di comunione che ben rifletteva il carisma del santo vescovo piacentino.
Una liturgia multilingue
La liturgia ha assunto fin dall’inizio un carattere profondamente multilingue: letture, invocazioni e preghiere dei fedeli sono risuonate in idiomi differenti, quasi a dare voce ai popoli e alle storie che attraversano oggi le rotte della migrazione. Un mosaico di lingue che non ha disperso l’assemblea, ma l’ha resa ancora più unita attorno al Vangelo.
Nell’omelia, mons. Cevolotto ha richiamato con forza l’attualità della profezia di Scalabrini, il vescovo che già alla fine dell’Ottocento aveva intuito come il fenomeno migratorio non fosse soltanto una questione sociale, ma una provocazione spirituale per la Chiesa e per il mondo intero. Una verità che - ha sottolineato il presule - continua oggi a interrogare credenti e società.
Il credente è un pellegrino
Il vescovo Cevolotto ha intrecciato la riflessione con le Scritture, a partire dagli Atti degli Apostoli. Dopo il martirio di Stefano - ha ricordato - la prima comunità cristiana fu costretta a disperdersi: uomini e donne anonimi lasciarono Gerusalemme e portarono il Vangelo oltre i confini di Israele. “La mano del Signore era con loro”, raccontano gli Atti. Ed è proprio attraverso queste relazioni, nate nel cammino e nella precarietà, che il Vangelo si è diffuso.
Da qui l’invito rivolto sia a chi arriva sia a chi accoglie: i migranti non devono sentirsi inferiori o tollerati, ma consapevoli della propria dignità; allo stesso tempo chi accoglie è chiamato a superare ogni senso di superiorità o autosufficienza. Il Vangelo - ha lasciato intendere mons. Cevolotto - cresce solo dove si riconosce l’altro come dono.
La migrazione è stata poi letta come immagine stessa della fede. Richiamando l’Esodo e la Lettera agli Ebrei, il vescovo Cevolotto ha ricordato come il credente sia, per natura, un pellegrino: uno che parte senza sapere fino in fondo dove arriverà, affidandosi a una promessa. La fede comporta il lasciare certezze, l’abitare “sotto una tenda”, pronti a ripartire.
Maggiore apertura, dinamismo e speranza
“Stranieri e pellegrini sulla Terra”: l’espressione biblica è risuonata come una chiave per comprendere anche il nostro tempo.
Secondo mons. Cevolotto, l’arrivo dei migranti scuote quella che ha definito una “sedentarietà morbosa”, costringendo tutti a riscoprire la dimensione essenziale e nomade dell’esistenza umana. Non una minaccia, dunque, ma una chiamata alla conversione, personale e comunitaria.
Celebrando Scalabrini, ha concluso mons. Cevolotto, la Chiesa recupera il cuore della sua intuizione profetica: i migranti possono diventare “un dono che apre un futuro”, aiutando le comunità cristiane a vivere con maggiore apertura, dinamismo e speranza.
Nel volto dei migranti la Chiesa in cammino
Al termine della celebrazione, padre Gianni Borin, superiore della Casa Madre degli Scalabriniani di Piacenza, ha rivolto parole di saluto e ringraziamento ai presenti. La liturgia si è infine conclusa in preghiera davanti alla tomba del santo, nel silenzio raccolto della cattedrale, quasi a custodire ancora una volta l’eredità di un vescovo che seppe leggere nel volto dei migranti il volto stesso della Chiesa in cammino.
Riccardo Tonna



Pubblicato il 22 maggio 2026
Ascolta l'audio


