Menu
logo new2015 ok logo appStore logo googleStore

Il Crocifisso “degli scarti” nel carcere delle Novate. Madre Corradini parla ai detenuti

Crocifisso in S. Pietro realizzato da un detenuto di Tolmezzo

Arriva al carcere di Piacenza venerdì 20 febbraio il Crocifisso realizzato da un detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo. Ad accompagnarlo, alle ore 9.30, il cappellano delle Novate don Adamo Affri. A dicembre nella basilica di San Pietro a Roma il Crocifisso è stato benedetto da papa Leone XIV prima della messa per il Giubileo dei detenuti; qui era stato esposto accanto alla Pietà di Michelangelo, proprio di fronte all’ingresso dalla Porta Santa. Nella giornata di oggi, giovedì 19 febbraio, alle 17 sarà collocato nella chiesa di San Lazzaro a Piacenza per un momento di preghiera fino alle 18 quando sarà celebrata la messa. Il Crocifisso resterà a Piacenza al Collegio Alberoni ancora una settimana.

L'ingresso del Crocifisso in carcere è previsto per le ore 9.30 di venerdì 20. Ad accompagnarlo ci sarà anche madre Maria Emmanuel Corradini, abbadessa del monastero benedettino di Corso Vittorio Emanuele a Piacenza. Madre Corradini, reggiana di origine, nella sua città, prima di abbracciare la vita religiosa, è stata medico infettivologo negli anni dell'esplosione dell'Aids in Italia; in quella veste aveva più volte incontrato i detenuti del carcere reggiano. Ora alle Novate parlerà ai detenuti sul tema della Passione di Gesù raccontando la propria esperienza di medico.

Realizzato con materiali di scarto
Il Crocifisso è realizzato con materiali di recupero, “scarti” - spiega il vincenziano padre Claudio Santangelo, cappellano del carcere friulano (nella foto sopra, con il Papa, mentre gli presenta l'opera), in un’intervista al settimanale diocesano di Udine “La Vita Cattolica” - ma comunque pezzi utili alla realizzazione di un manufatto di questo tipo: il richiamo è alla “cultura dello scarto” più volte denunciata da papa Francesco, della quale le persone detenute rischiano di essere tra le prime vittime.
Per realizzare il Crocifisso, G.C. - il detenuto - ha utilizzato esclusivamente materiali poveri, tutti riciclati: 186 giornali per la croce; 28 cartoncini “finali” della carta assorbente per lo scheletro; 8 cartoncini dei rotoli di carta igienica per i chiodi; un mocio per capelli, barba e ciglia; un lenzuolo per rivestire e dare forma al corpo.

Dettaglio volto del crocifisso realizzato da un detenuto di Tolmezzo

Il volto del Crocifisso realizzato con materiale di scarto da un detenuto del carcere di Tolmezzo.

G. C.: «Questo crocifisso è la mia preghiera»
“Ho usato ciò che agli occhi di tutti non vale niente. Perché spesso anche noi ci sentiamo così: senza valore - testimonia con profondità lo stesso autore dell’opera -. Ma nelle mani di Dio anche la carta stracciata può diventare qualcosa di vivo. Questo Crocifisso è la mia preghiera affinché nessuno sia giudicato per sempre dal proprio errore»”. Parole - raccontata da “La Vita Cattolica” - che restituiscono la possibilità, anche in un contesto segnato da limiti e solitudine, di percorrere un cammino di redenzione. Attraverso quell’opera, la sofferenza legata alla detenzione si apre a un raggio di speranza: uno spazio possibile di riconciliazione, dove la ferita non viene nascosta, ma consegnata a un volto d’amore che salva.

Crocifisso in S. Pietro realizzato da un detenuto di Tolmezzo

Il Crocifisso esposto nella basilica di San Pietro a Roma.

Padre Santangelo:«Dio non scarta nessuno»
“Impossibile non richiamare alla mente le parole di papa Francesco sulla cultura dello scarto - osserva nell’intervista a «La Vita Cattolica» padre Santangelo, che è stato studente al Collegio Alberoni di Piacenza -. Chi vive dietro le sbarre è spesso percepito come uno «scarto» della società. Ma Dio non scarta nessuno: la sua misericordia trasforma ciò che è rifiutato in qualcosa di nuovo, di bello, di prezioso, capace di parlare al cuore di tutti”. Anche padre Santangelo accompagnerà il Crocifisso nel carcere di Piacenza.
“L’opera, alta due metri, ha il corpo scuro e magro, i segni dei chiodi, il capo reclinato, la materia ruvida che sembra conservare ancora un’eco di piaghe e misericordia... Il suo autore - sottolineano i giornalisti de “La Vita Cattolica” - racconta di aver provato un profondo malessere nel momento in cui ha inserito i chiodi nel palmo delle mani del Cristo. Gli sembrava di trafiggere Nostro Signore. E gli ha chiesto perdono (qui il video di presentazione del crocifisso).

Pubblicato il 19 febbraio 2026

Ascolta l'audio

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

"Il Nuovo Giornale" percepisce i contributi pubblici all’editoria.
"Il Nuovo Giornale", tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Amministrazione trasparente