Addio al diacono Sergio Fossati, sereno testimone di Dio nel mondo del dolore

Dalle affollate corsie dell’ospedale all’ultimo saluto ai defunti tra le silenziose tombe del cimitero di Piacenza: così, catapultati nelle sofferenze della vita, in molti hanno conosciuto il diacono Sergio Fossati, con la sua disponibilità al dialogo, pronto a condividere le fatiche della vita, a cercare insieme una speranza nella fede in Cristo. Sergio ora ci ha lasciato. È morto all’Hospice di Borgonovo nella mattina di oggi 12 febbraio. I funerali saranno celebrati sabato 14 febbraio alle ore 15 nella chiesa di Santa Franca a Piacenza. Sempre in Santa Franca, domani sera alle ore 20.30 si pregherà il rosario in suffragio di Sergio. La camera ardente è stata allestita alla Porta del Cielo in Strada Gragnana a Piacenza, dove è possibile fare una visita già da questo pomeriggio; resta aperta dalle 8.30 alle 19.
Il matrimonio con Maria Teresa Cerrone
Nato nel settembre 1946 in una famiglia contadina a Pillori di Travo, si è diplomato all’istituto professionale come riparatore d’auto.
Dopo la scuola, il lavoro, prima come operaio nel settore metalmeccanico e nella produzione di auto, poi in ferrovia, prima a Milano e in seguito a Piacenza fino a diventare tecnico di controllo della circolazione dei treni.
Nel ’73 arriva il matrimonio con Maria Teresa Cerrone a Pieve Dugliara; tre le loro figlie e molti i nipoti.
A Milano esplodeva il ’68
“Quando ho iniziato a lavorare - spiegava Sergio in un’intervista al nostro settimanale -, esplodeva il ’68. Io stesso mi resi conto della spersonalizzazione delle catene di montaggio, una forma di sfruttamento bella e buona. Mi sono trovato a Milano dal ’70 al ’73, era appena morto Giuseppe Pinelli precipitando da una finestra della questura, mentre due anni e mezzo dopo veniva orrendamente ucciso in un attentato il commissario Luigi Calabresi. Quella violenza però non potevo tollerarla. Frequentavo gli ambienti della CGIL, vivevo come tanti la battaglia per il divorzio. Intanto avevo scelto di tornare a Piacenza nel lavoro per stare vicino alla famiglia, è a quel punto che la mia vita è cambiata”.
L’incontro con don Giovanni Grassi
A Santa Maria del Suffragio, dagli anni ’70 era parroco don Giovanni Grassi (inizialmente era una delegazione vescovile). È lui a coinvolgere Sergio nella vita parrocchiale quando si presenta per il battesimo delle sue figlie.
Entra così nel Consiglio pastorale e nel Circolo Anspi, si presta per leggere le letture alla domenica, inizia ad accompagnare a scuola al mattino un bambino del quartiere che aveva da poco perso il padre.
Una mattina a messa don Giovanni consegna a Sergio un foglio ricevuto da don Gianni Vincini; si presentava il diaconato permanente.
Sergio non rimane indifferente di fronte all’inattesa proposta e poco tempo dopo telefona a don Vincini. Si incontrano di persona una sera, parlano in modo intenso fino all’una di notte.
Sergio inizia la formazione al diaconato e viene ordinato nel ’93 dal vescovo Antonio Mazza.
“Mi chiamano dutur”
Nel 1996 dal vescovo Monari riceve l’incarico di cappellano del cimitero di Piacenza; subentra a don Giovanni che gli aveva fatto scoprire il volto umano della Chiesa condividendo questo servizio con il diacono caorsano Cesare Scita.
In ospedale al martedì, giovedì e domenica mattina, insieme a un’équipe coordinata dall’allora cappellano don Andrea Fusetti, incontrava le persone nei reparti portando la comunione.
“Ero timido - spiegava - ma negli anni ho vinto la mia timidezza. Quando avvicino un ammalato, spesso si parte dal «Come sta? Cosa le è successo?». Spesso si arriva a parlare anche del Signore, a volte si legge un brano del Vangelo, si prega insieme. In genere mi chiamano «dutur», dottore, poi io spiego loro che sono un diacono. C’è un grande bisogno di parlare, chi è malato avverte la sua solitudine, alla fine mi dicono «Torni ancora»”.
Non erano pochi quelli che gli confidavano: “Non avrei mai pensato che cifosse gente che spende del tempo per gli altri”.
Altri invece manifestavano cinismo: “Dadlà gh’é mia gnint” (di là non c’è niente). Ma lui incontrava tutti serenamente.
“Stare tra i malati - confidava - è impegnativo, ma il Signore ci precede sempre e ci accompagna nella nostra povertà”.
Le ultime parole della moglie Maria Teresa nel 2024: “Non abbatterti mai”
Nella primavera 2024 è morta la moglie di Sergio, Maria Teresa, dopo una lunga malattia iniziata nel 2014.
“Mia moglie è morta alla Casa di Iris - raccontava lui stesso - mentre io di fronte a lei stavo pregando con le Lodi. Era un tipo concreto, di poche parole. Mi ha molto amato. Quando rientravo a casa, lei capiva al volo quello che portavo dentro di me; così mi confidavo con lei. Oggi sono sereno, le mie figlie mi sono molto vicino, ma in me c’è un vuoto grande. Non dimenticherò mai le sue parole nel salutarmi, ormai alla fine: «Non abbatterti mai»”.
“Guardiamo alla morte non in modo rabbioso”
“Capisco - sono sempre le sue parole - che il dolore, se non c’è una ragione più grande, se non c’è il Signore, appare assurdo fino a spingere a pensare di farla finita. Bisogna fare di tutto perché una persona affronti la morte non in modo rabbioso”.
Sergio al cimitero accoglieva i defunti, con i parenti che li accompagnavano, per la sepoltura.
“Cerco di instaurare un dialogo - così descriveva il suo servizio -, parlo sempre di risurrezione. Cito le parole di Sant’Agostino: «I nostri morti non sono assenti, ma invisibili perché guardano i nostri occhi pieni di lacrime con i loro occhi pieni di gioia». Nei giorni successivi alla sepoltura passo vicino alle tombe e saluto i parenti. Qualcuno passa anche in ufficio per dialogare”.
Grazie Sergio, instancabile testimone dell’amore di Dio.
Davide Maloberti
Nelle foto, un primo piano del diacono Sergio Fossati; Sergio con la moglie Maria Teresa nel 1981.
Pubblicato il 12 febbraio 2026
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