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«I carcerati? Sono persone come noi»

messa carcere

Da sedici anni don Adamo Affri è cappellano del carcere di Piacenza. “C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo”

I detenuti sono persone come noi, hanno una storia da raccontare e un bisogno di sentirsi accolti al di là del reato commesso. Solo così la speranza che è dentro di loro può rinascere.
Lo sa bene don Adamo Affri (primo da sinistra, nella foto, insieme al vescovo mons. Adriano Cevolotto), 56 anni, da sedici cappellano del carcere delle Novate. Membro della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, da pochi mesi collabora nel servizio pastorale nella Comunità pastorale 2 del Vicariato val d’Arda.

— Quanto è difficile far arrivare un messaggio di speranza ai detenuti?
Non è difficile, ma bisogna avere l’atteggiamento giusto.
In questi posti pensiamo di portare speranza, ma spesso c’è già da prima.
elle periferie ci sono persone già spoglie di tutto, degli affetti e delle sicurezze, e la presenza del mistero è tangibile. C’è una grazia preveniente, una presenza, un desiderio di bene, di libertà, di pienezza che sorprende sempre.

— Com’è cambiato il carcere di Piacenza dal 2010 a oggi?Loco CCI Black sx
Innanzitutto, si è ingrandito: i detenuti sono passati da 340 ai 600 di oggi. Per la maggior parte sono giovani e si fermano per poco tempo: molti si spostano, ottengono i domiciliari o vanno in comunità. Con loro è più difficile impostare una pastorale, che richiederebbe un percorso più lungo.
Prima, con i detenuti in regime di alta sicurezza, si riuscivano a notare cambiamenti importanti.

— Come si abbassa il rischio di recidiva?
Chi va in comunità difficilmente poi torna a delinquere.
Alcune realtà sono nate grazie a sacerdoti che hanno capito il bisogno di offrire un cammino di redenzione.
Una persona in carcere dovrebbe recuperare il suo senso di colpa per un cambiamento, diceva Vittorino Andreoli. Invece, esce dal carcere sentendosi una vittima di un sistema che non funziona, che è ingiusto alla radice, che non garantisce che ogni pena dovrebbe essere commisurata al trattamento, come dice la Costituzione.
In carcere è più garantita la pena che il trattamento.

— In che senso?
Il carcere di Piacenza è sovraffollato, e non riusciamo ad accompagnare tutti i detenuti.
Chi lavora cambia nel modo di porsi e di considerare le cose, ma lo spazio di lavoro è per pochi. Se un detenuto non ha nulla da fare, non può uscire migliore di quando è entrato.
Ogni detenuto ha una storia, una ferita, un’esperienza di legami spezzati: tutti hanno bisogno di raccontarsi, non si possono liquidare velocemente.
C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo.

— Dal carcere arrivano anche notizie di persone che si tolgono la vita. Cosa scatta nella mente?cei image 3 seconda possibilita
Si entra in una fase di disperazione. Il carcere non è un ambiente che aiuta persone con patologie psichiatriche.
Molte di loro sono senza terapia o la rifiutano, e quindi hanno scarsa lucidità. Oppure si rendono conto, nella loro coscienza, di aver infranto le regole basilari della società o della famiglia.

— Il carcere è percepito come un’entità a sé, staccata dal tessuto della città. Come si sconfiggono lo stigma, l’indifferenza, la paura?
Diversi tentativi sono stati fatti negli anni per creare un ponte tra la città e il carcere.
Quando incontriamo un detenuto e scopriamo che è come noi, la paura finisce. Per chi non ha mai avuto a che fare con quest’ambiente, il carcere resta un tabù, una realtà lontana.
Anni fa, parlando della mia attività con alcune persone di Fiorenzuola, qualcuno aveva espresso opinioni negative sui detenuti, definendomi “buonista”. Quando poi, nella casa-famiglia che gestisco, abbiamo accolto un ragazzo, si sono accorti che era una persona come tutte le altre.

— Cosa bisogna fare per rendere il carcere un posto più umano?
Molti detenuti hanno la possibilità di uscire per qualche ora in permesso, ma non hanno dove andare e quindi gironzolano per la città. Se avessero una parrocchia di riferimento, si potrebbero creare attività che aiuterebbero anche le comunità stesse a essere più sensibili a questo tema: non esiste l’uomo fragile, esiste la fragilità nell’uomo, e non tutti hanno gli strumenti per affrontarla.
Umanità e fragilità sono la stessa cosa: la società dovrebbe farsene carico. E invece rendiamo le persone sole, perché ci preoccupiamo solo di noi stessi.
Per cambiare, ognuno deve metterci del suo e sentirsi in prima linea.

Francesco Petronzio

“La persona è più grande del suo reato”

Il valore del perdono nel percorso di rieducazione dei detenuti

(F. P.) “Il perdono ha un ruolo importante nel percorso di rieducazione”, spiega don Adamo Affri.
“Il cambiamento avviene quando si sentono incontrati come persone, e non a partire dal loro reato. I sex offender, ad esempio, sono marchiati di uno stigma anche dagli altri detenuti. Se li incontriamo, però, scopriamo che la persona è molto più grande del proprio reato. Quando celebro la messa in carcere noto che queste persone sentono il bisogno di riscoprirsi a partire da una parola di speranza e di amore. Si sentono considerati non in riferimento alla propria storia - dice - ma come figli dello stesso Padre”.
Tre detenuti su quattro a Piacenza sono stranieri. “La Chiesa aiuta tutti coloro che hanno bisogno di un sostegno, anche pratico. La vicinanza permette di incontrare anche persone di altre religioni ed etnie”.

Offerte ai sacerdoti: perché e come donare

Promuovere e raccogliere le offerte dei donatori a sostegno di tutti i sacerdoti delle diocesi italiane, inclusi gli anziani e malati e quelli in missione all’estero, è molto importante. Perché, dal 1990 il loro sostentamento non è più a carico dello Stato, ma è affidato alle persone, come te.
Sostenere i sacerdoti, inoltre, significa anche supportare tutte le nostre comunità che, grazie a loro, esistono.

Le donazioni sono raccolte a livello centrale dall’Istituto Centrale Sostentamento Clero (www.icsc.it) per poi essere redistribuite equamente tra tutti i sacerdoti. Ogni persona che fa un’offerta, contribuisce alle necessità quotidiane del proprio parroco, ma anche di altri, meno fortunati e con comunità più piccole.
I dati delle offerte e dei donatori vengono costantemente aggiornati in modo trasparente e accessibile a tutti.

Le offerte dovrebbero essere la fonte principale di reddito per i sacerdoti. Purtroppo però esse coprono solo l’1,7% del necessario; la parte restante viene recuperata con parte del gettito derivante dall’8xmille, che però è stato concepito per servire altri scopi di carità.

Il contributo versato a favore dell’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero è deducibile dal reddito complessivo delle persone fisiche fino ad un tetto massimo di 1.032,91 euro annui. Se inserita nella dichiarazione dei redditi (modello 730 o modello Redditi), l’offerta concorrerà a diminuire l’Irpef e le relative addizionali.

Come donare

Sono disponibili varie modalità per effettuare la propria donazione a sostegno dei sacerdoti:
- on line dal sito www.unitineldono.it con carta di credito o PayPal
- numero verde: 800.825000 per effettuare una donazione tramite telefono
- bollettino di c/c postale N° 57803009 intestato a: Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero - Erogazioni liberali, via Aurelia 796, Roma 00165
- bonifico bancario a Intesa San Paolo, IBAN: IT 33 A 03069 03206 10000 0011384 da effettuare a favore dell’Istituto Centrale Sostentamento Clero, con causale “Erogazioni liberali art. 46 L.222/85”

Visita il sito www.unitineldono.it

Pubblicato il 23 gennaio 2026

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