Le guerre in Africa sono «nostre» ma non le raccontiamo. Touadi: «Servono partenariati, non carità»

Non ci sono più guerre “ideologiche” in Africa, ma contrapposizioni fra attori geopolitici per accaparrarsi le ricchezze. E anche per questo, i conflitti vanno classificati per regioni e non più solo tra stati o tra popoli. Jean-Léonard Touadi, docente universitario con un passato parlamentare, riflette su quanto le guerre africane siano “vicine” al mondo occidentale perché riguardano terre rare come il cobalto o il coltan, materiali presenti in cellulari, computer e aerei. “Sono guerre nostre – dice – parlano delle nostre scelte economiche e dei nostri modelli di vita”. Fra le altre cose, Touadi è consulente della Fao e collabora con i parlamenti dei paesi membri per il diritto al cibo, il contrasto alla fame e alla malnutrizione e il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibili. Il 6 marzo sarà a Piacenza, ospite del corso di formazione Cives e del Laboratorio di mondialità consapevole all’Università Cattolica.
Guerre calate, ma “allargate”
“Le vittime e le devastazioni sono uguali ovunque, nella narrazione servirebbe una par condicio perché le guerre al mondo non sono solo due”, afferma Touadi. “Il numero complessivo è calato – spiega – perché si sono allargate le aree interessate: oggi si combatte in Sahel, nel Corno d’Africa e nella zona dei Grandi Laghi. Quella del Sahel è diventata una delle aree più pericolose al mondo, teatro di traffici di esseri umani e droga e di violenze portate avanti ormai dal 2012 dai gruppi jihadisti. Ciò mette in crisi la stabilità politica, sociale ed economica di paesi come Mali, Niger e Burkina Faso. E anche Costa d’Avorio, Benin, Togo e Nigeria iniziano ad essere lambiti da questi conflitti. L’approccio alle soluzioni deve tenere conto della porosità di questi conflitti, degli attraversamenti multipli che hanno in termini di morti e di ricadute economiche”. Non c’è ideologia nella crisi di carburante del Mali dovuta ai rapporti incrinati con i “vicini” che affacciano sul mare e quindi “dipendono dai paesi limitrofi”. “I jihadisti attaccavano i mezzi che trasportavano benzina”, spiega Touadi.
Guerre “nostre”
Poi c’è il Corno d’Africa, in cui il professore comprende anche Sudan e Sudan del Sud, dove si consuma “la più grande catastrofe umanitaria, secondo le Nazioni Unite, con uccisioni di massa, 23 milioni di persone che rischiano di morire di fame e 14 milioni di sfollati interni. Anche in questo caso, non è una guerra solo sudanese, tra gli attori coinvolti ci sono anche i paesi del Golfo e la Russia. L’oro del Sudan poi dove va? Chi lo vende? Chi lo trasforma nei prodotti che noi consumiamo?”. Infine, i Grandi Laghi. “La guerra inizia col genocidio ruandese e con l’occupazione da parte del gruppo ribelle M23 della città di Uvira, nella Repubblica Democratica del Congo, a meno di 30 km da Bujumbura, capitale del Burundi. La guerra del Congo è una guerra «nostra» perché parla delle immense ricchezze di questo paese, della new economy, della transizione ecologica. Gli interessi di queste guerre ci riguardano direttamente”.
Responsabilità africane ed europee
“Gli africani non sono privi di responsabilità – osserva Touadi – ci sono politici come Kagame, Museveni con i loro piani di egemonia regionale, problemi atavici e storici di confini derivati dalla colonizzazione che hanno diviso etnie che prima coabitavano, creando delle nazioni senza stato. Questi attori interni poi trovano sempre alleati esterni che arrivano coi loro disegni ben definiti e obiettivi di potenza. L’estrattivismo è la cifra politica dell’Africa, ma il ruolo di «serbatoio» di materie prime, dal XVI secolo ad oggi, è stata la rovina del continente perché ha determinato le sue vicende, dalla Rivoluzione industriale alla Guerra fredda, dall’uccisione di Lumumba alla contesa tra Cina e Usa. Ma c’è anche l’Europa, che ha stipulato un accordo col Ruanda per i minerali strategici, sapendo che però il Ruanda non estrae ma è solo un paese di passaggio. In questo modo vengono avallate le azioni del Ruanda nella RDC. Con l’indipendenza, una delle colpe degli africani è aver sposato il mimetismo istituzionale, ossia non hanno costruito strumenti costituzionali in grado di mettere insieme gli interessi contrapposti delle varie etnie. Alcuni ci sono riusciti, ma nella maggior parte dei casi la costruzione nazionale è rimasta isolata. Le popolazioni si sono trovate in una situazione di doppia solitudine, sia di fronte alla globalizzazione sia ai loro leader, che non hanno saputo restare ancorati ai loro popoli”.
Scarsa informazione
Perché si parla così poco delle guerre africane? “È come se nelle culture europee ci fosse una specie di barriera epistemologica: l’Africa non è solo non conosciuta, ma inconoscibile. L’alterità africana è descritta unilateralmente dall’Europa, la raccontiamo non per quella che effettivamente vive ma sempre in funzione eurocentrica e non facciamo lo sforzo di decodificare un passato di dominio, oppressione e inferiorizzazione culturale e antropologica dell’Africa. Se specchiamo noi stessi nell’Africa, l’Africa non emerge.
Senza beni primari non c’è democrazia
“I processi di democratizzazione voluti dalla società civile, dai giovani e dalle donne, che avevano avuto grande slancio dagli anni ’70 agli anni ’90, si sono arenati perché il mondo sta andando nella direzione di un neoautoritarismo. In Africa la democrazia si riduce a un rituale elettorale, ma la gente è stanca di questo meccanismo, di elezioni che propongono sempre le stesse strutture di potere e gli stessi personaggi. Più viaggio in Africa e più mi rendo conto della polarizzazione tra ricchezza e povertà: per me oggi la democrazia deve cominciare dall’assicurare i beni essenziali. Se invece la maggioranza delle persone non ha accesso all’acqua, a case decenti e alla scuola, non può esserci democrazia”.
“Piano Mattei”
Il Piano Mattei per l’Africa, lanciato dal governo Meloni nel 2024, è una buona base di partenza secondo Touadi. Ma necessita ancora di confronto, modifiche, perfezionamenti. “Già da anni, vari governi italiani, da Letta a Gentiloni passando per Renzi, hanno cercato un approccio più strutturale con l’Africa. Meloni ha messo a punto un progetto riconoscibile, che gli africani hanno acquisito come la proiezione italiana del continente”. Ma ci sono almeno due errori di fondo: il primo è lessicale, ma sostanziale – “Perché Mattei e non Mandela?” – e denota ancora una volta un atteggiamento eurocentrico; il secondo è decisionale – “Dove questo piano viene condiviso e discusso con gli attori africani?”. “L’Africa non vuole più aiuti e carità, chiede partenariato. Bisogna creare sedi permanenti di consultazione per definire gli obiettivi e monitorare l’andamento dei progetti. E poi, due miliardi e mezzo sono pochi per un intero continente, ormai abituato ai cinesi che arrivano e spendono parecchio. Dovremmo interagire con l’Ue e inserire il Piano Mattei nel Global Gateway o trovare altri alleati. La cooperazione sarà nobile e utile se contribuirà all’epifania delle Afriche, alla loro soggettività e al loro protagonismo.
Il viaggio africano del pontefice
Ad aprile, papa Leone visiterà Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. “L’Africa è un continente molto importante per la Chiesa – commenta Touadi – che lì ha una grande vitalità e un bisogno di rinnovamento e riposizionamento rispetto allo strapotere delle chiese evangeliche. Abbiamo bisogno che la dottrina sociale della Chiesa ci aiuti a rileggere l’economia, la società e le istituzioni. L’Africa è un cantiere importante per misurare la capacità della Chiesa di impegnarsi nella costruzione di un regno di giustizia”. In Nigeria, da tempo, si consumano persecuzioni di cristiani. “Sarebbe sbagliato negarlo, ma ciò avviene in un contesto di fondamentalismo che uccide anche i musulmani, tutti coloro che non la pensano come Boko Haram, in una terra in cui l’islam è inserito da secoli. La persecuzione dei cristiani non può essere isolata dal contesto”.
Una società interculturale
“Senza l’Africa non c’è futuro per l’Europa”, riflette Touadi. Secondo lui, il “vecchio continente” non ha i mezzi per guardare altrove se non all’Africa. “Presto non sarà più l’Africa ad aver bisogno dell’Europa ma viceversa. Ci sarà un faccia a faccia tra l’asilo nido africano e il centro anziani europeo: bisognerà trovare i connotati per un rapporto di complementarità. Se vogliamo l’Africa ma non gli africani, la relazione tra i due continenti non può funzionare. Siamo tutti d’accordo che l’immigrazione illegale va combattuta, ma non si può parlare di blocco navale e il giorno dopo andare ad Addis Abeba e chiedere di collaborare”. Come si combatte la discriminazione ancora in atto? “Sono convinto della necessità di creare ponti tra italiani e africani – dice il professore – ma non serve una società multiculturale, che fotografa staticamente una convivenza tra culture, ciò a cui aneliamo è l’intercultura, un concetto dinamico in cui istituzioni e società civile creano costantemente aree di contaminazione”. La multiculturalità, invece, crea comunità autoreferenziali “prive di pori per dialogare con gli altri”. “Il territorio ha bisogno di spazi in cui le differenze si incontrino, si riconoscano, si confrontino e si valorizzino. Non siamo stati in grado di creare tutto ciò, c’è stata una costruzione sociale del nemico. La destra ha vinto prima nella società e nella narrazione e poi nelle urne”. La soluzione, per Touadi, è rivedere le norme. “Finché non daremo piena cittadinanza saremo una società instabile”. “La Costituzione dice che l’Italia è una repubblica, e quindi deve includere tutti, che «riconosce», non «conferisce», i diritti inalienabili della persona, e rimuove gli ostacoli. Siamo lontani da quest’ultimo concetto, ed è anche colpa nostra che abbiamo costruito una narrazione debole e difensiva”.
Recuperare, partendo dalla Costituzione
Come si può rimediare? “La Costituzione riconosce alle forze intermedie la capacità di essere attivi nella polis, e secondo me le associazioni, cattoliche e laiche, hanno rinunciato. Siamo stati sulla difesa per troppi decenni senza il coraggio profetico di proporre un modello di convivenza rispettosa della legge e delle persone. E abbiamo «folklorizzato» l’alterità, con l’africano alla Festa dell’Unità che suona il tamburo e deve avere le trecce, altrimenti che nero è? Questa non è accettazione di cittadinanza, così come la cooptazione simbolica in un partito: non basta avere un nero nelle liste. Siamo in ritardo ma possiamo recuperare creando una narrazione: teatro, letteratura, scuola, tutto serve a dare corpo a questi articoli della Costituzione, evitando che i valori diventino flatus vocis di sinistra”.
Francesco Petronzio
Pubblicato il 26 febbraio 2026
Nella foto, Jean-Léonard Touadi, 67 anni.
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