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Il valore del teatro come strumento riabilitativo

romeo x reggi cevolotto

Nella Casa Circondariale di Piacenza è andato in scena lo spettacolo”Il Giubileo dell’alta sicurezza”: il cast, composto da da un gruppo di detenute dell’alta sicurezza e da attrici professioniste come Adriana Busi e Monica Garcia, è stato diretto con toccante sensibilità dal regista Mimmo Sorrentino. Lo spettacolo è rientrato nel progetto “Educarsi alla libertà” patrocinato dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Cultura e delle Belle Arti, sostenuto dalla fondazione di Piacenza e Vigevano e promosso dalla cooperativa Teatroincontro. Erano presenti diverse autorità tra cui il Vescovo di Piacenza mons.Adriano Cevolotto ed il presidente della Fondazione Roberto Reggi.

La riabilitazione in carcere è possibile

Il direttore del Carcere di Piacenza, dott. Andrea Romeo, ha evidenziato l’importanza di un approccio integrato alla riabilitazione, in cui teatro, istruzione, formazione professionale, lavoro e volontariato concorrono a costruire percorsi di crescita e reinserimento. La collaborazione con realtà esterne mostra così un Istituto impegnato a strutturare interventi di qualità, espandendo gradualmente la partecipazione delle detenute.                                                                            
“Il teatro è stato qualcosa di fondamentale per la riabilitazione delle persone detenute, osserva il direttore Romeo. Il laboratorio teatrale praticato da anni negli istituti penitenziari mira a favorire un lavoro profondo sulla vita delle persone e a proporre alternative alla mera detenzione. La cooperazione con il regista Mimmo Sorrentino ed il supporto della Fondazione Piacenza e Vigevano garantiscono continuità e solidità al percorso, le collaborazioni culturali e filantropiche sono state infatti cruciali nel sostenere programmi strutturati e di lungo periodo nelle carceri. Attualmente partecipano quattro detenute, che recitano insieme a due attrici esterne professioniste configurando un approccio misto,
aumentando la qualità artistica e offrendo formazione pratica alle partecipanti, creando anche un ponte con il mondo esterno. Listituto mira però a coinvolgere più detenute in futuro; per ora, le altre saranno spettatrici del lavoro delle compagne. È una fase iniziale con modello graduale di inclusione e osservazione, finalizzato ad estendere la partecipazione attiva. Oltre al teatro sono offerti percorsi di alfabetizzazione e scolastici di scuola media e professionale insieme all’Istituto Marcora, alcuni detenuti poi studiano da privatisti per il diploma, mostrando flessibilità ed impegno nel seguire percorsi individuali di istruzione formale. Nel piano formativo regionale sono inoltre previsti corsi di carpenteria metallica, cura del verde e cucina. Si lavora inoltre con lASL per ulteriori corsi. Queste attività mirano tutte a sviluppare competenze poi spendibili professionalmente. Le attività lavorative includono impieghi interni allistituto e presso datori di lavoro esterni. Alcuni detenuti possono lavorare fuori in misura alternativa, favorendo reinserimento sociale e professionale. Ciò riflette una rete territoriale attiva e luso di strumenti di esecuzione penale orientati al recupero”.

Il ruolo del volontariato
Numerosi sono i volontari che svolgono un ruolo fondamentale -continua il direttore del carcere di Piacenza- offrendo ascolto e sostegno, soprattutto ai più bisognosi e a chi è scollegato dal territorio o privo di riferimenti. Questa attività genera opportunità di crescita e reinserimento. Si promuovono attività ricreative e culturali, offrendo supporto individuale e occasioni di crescita. Chi desidera fare volontariato può rivolgersi alla Direzione del carcere o consultare i siti istituzionali. In alternativa, si possono intercettare sul territorio le associazioni già strutturate e attive in questo ambito, come Oltre il muro” e Verso Itaca”, per un accesso organizzato e conforme alle norme”.

Lo spettacolo è l’esperienza di lavoro con le detenute.

Mimmo Sorrentino ha raccontato come il progetto teatrale con le detenute, incentrato sul tema del perdono, abbia creato unesperienza profonda dal punto di vista emotivo, consentendo alle partecipanti di compiere un viaggio” metaforico sul palco. Lapproccio fondato sull’ascolto attivo e privo di pregiudizi ha permesso di trasformare ogni reazione in unopportunità di lavoro.                                                                                                 “È complesso riassumere in pochi minuti unesperienza di grande intensità emotiva -osserva il regista-, lavorare con le detenute significa confrontarsi con il dolore e con la bellezza del dolore”, una dimensione che solo le parole possono restituire, rendendo percepibile una bellezza altrimenti inafferrabile. Lo spettacolo è descritto come “un viaggio, un pellegrinaggio nel perdono”. Il perdono è un atto complesso che richiede profondo lavoro interiore. Pur non potendo viaggiare fisicamente, le detenute intraprendono sul palco un percorso metaforico, in contrasto con la figura del pellegrino che viaggia per riscattarsi. Per operare in contesti così difficili come quello del carcere, lapproccio chiave è mettersi in ascolto ed eliminare i pregiudizi. Ogni reazione, anche il rifiuto di parlare, diventa materiale di lavoro: nulla sorprende perché tutto viene accolto e trasformato. Talvolta, sono le stesse detenute a risolvere problemi relazionali emersi durante il processo. La collaborazione tra le detenute e le due attrici professioniste è risultata fluida, le interazioni sono diventate naturali, fino a non essere più percepite come anomale: come se avessero sempre lavorato insieme”.

scena

Il Pellegrinaggio come Viaggio di Rigenerazione e Perdono

Il pellegrinaggio nella dimensione teatrale è stato concepito come veicolo di cambiamento e perdono, estendendo metaforicamente questa idea all'esperienza catartica delle attrici sul palcoscenico. Il viaggio produce un inevitabile cambiamento interiore nell'individuo, in un percorso che gli permette di trasformarsi in un "uomo nuovo", un processo di rigenerazione che rende idonei a ricevere il perdono, per questo il pellegrino ha da sempre intrapreso lunghi e pericolosi viaggi in cerca di espiazione. Il cambiamento non è un semplice effetto collaterale, ma il fine intrinseco del viaggio, che permette di ottenere il "perdono di vita". Nell’esperienza teatrale delle detenute, impossibilitate a compiere un viaggio fisico, il palcoscenico diventa quasi uno spazio sacro alternativo. È su questo palco che ogni artista, attraverso la propria interpretazione, intraprende un viaggio interiore, rivolgendo una forma di preghiera e cercando una sorta di perdono e trasformazione personale. Il teatro assume così la funzione di un pellegrinaggio spirituale, un luogo di catarsi e rigenerazione.

Voce delle Protagoniste e Speranza nel Recupero

In conclusione, una delle protagoniste dello spettacolo ha preso la parola e, anche a nome delle altre, ha ringraziato tutti i presenti ed in particolare chi ha offerto loro l'opportunità ricevuta, sottolineando come sia fondamentale garantire alle persone detenute l’opportunità d’impegnarsi in qualcosa di costruttivo. Le sue parole hanno riassunto l'aspirazione centrale che ha animato la loro partecipazione al progetto, ovvero la speranza in un futuro migliore e il desiderio profondo che ognuna di loro ha di "essere recuperata".

Stefania Micheli

Nelle foto, dall'alto, il direttore delle carceri Andrea Romeo con Reggi e il vescovo Cevolotto e una scena dello spettacolo. 

Pubblicato il 9 febbraio 2026

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