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Povertà e vulnerabilità richiedono un’attenzione continua: a Cives l’analisi di Piacenza e i suoi «margini»

Buonocore Nuvolati Magnaschi

Quasi un italiano su quattro è in condizioni di povertà. Secondo l’Istat, la povertà relativa colpisce il 14,9% degli individui, quella assoluta il 9,8%. A queste situazioni si aggiunge la vulnerabilità, la condizione di quelle persone che vivono “sul filo” e basta una crisi a farle sprofondare nella povertà. Un focus sulle marginalità di Piacenza è stato offerto al corso di formazione Cives dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nella serata di venerdì 30 gennaio dal sociologo Giampaolo Nuvolati insieme a Massimo Magnaschi (Caritas diocesana) e Brunello Buonocore (Asp Città di Piacenza).

Diverse povertà e il rischio di “polarizzazione sociale”

L’incontro, intitolato “Piacenza in controluce”, ha voluto celebrare i trent’anni dalla fondazione della rivista scientifica “Città in controluce” fondata da Giampaolo Nuvolati a Piacenza con l’obiettivo di “portare le persone a riflettere sull’anima della città e sulle sue caratteristiche e scoprire se la città avesse una capacità di assorbire o di essere impermeabile a fenomeni di maglia più larga”, ha ricordato il sociologo della Bicocca. Parlando dell’oggi, Nuvolati ha detto che “l’ospitalità non è solo prestare attenzione a accudire le persone nei momenti problematici, ma mettersi in ascolto continuo”. “Non tagliamo con l’accetta certe categorie di persone – ha avvertito – perché possono essere molto porose e soggette al cambiamento: esistono tante situazioni di povertà, ma anche esempi di immigrati che stanno uscendo dalla povertà grazie a una continuità educativa”. Il problema principale delle nostre città, in particolare di quelle più grandi, è “la polarizzazione sociale – analizza Nuvolati – che a Milano ha manifestazioni eclatanti: una classe sociale molto povera vive in città, al servizio di quella più ricca”. Una città come Piacenza “è meno polarizzata perché c’è ancora una classe media che tiene, ma anche qui si iniziano a intravedere dei tratti simili”.

Le vecchie categorie non bastano più

Un’azione continua e non sporadica è quella che mette in atto la Caritas diocesana. “Oggi si parla di marginalità e povertà al plurale – ha spiegato Massimo Magnaschi – le categorie che usavamo quarant’anni fa nelle prime indagini oggi non bastano più per fotografare la realtà. La parola «vulnerabilità», che prima non si usava, indica quanto le persone siano a rischio povertà sul territorio perché non hanno un paracadute nel caso succeda qualcosa nella loro vita”. Il fenomeno della povertà oggi è sicuramente più complesso rispetto a prima. “Spesso ci si confronta con l’incrocio di più elementi – dice Magnaschi – ad esempio la povertà economica e quella relazionale”. Le povertà vivono accanto a noi, camminano sugli stessi marciapiedi e respirano la stessa aria. “Se incrocio una persona senza fissa dimora, la guardo ma non la incontro, perché non so nulla di lei. Le esperienze sociali danno la possibilità di «prendere l’ascensore» per vedere cosa succede sugli altri piani”, ha riflettuto Magnaschi. “Non solo un tetto manca a chi non ha una casa – ha proseguito – ma un nido dove coltivare legami e relazioni. Spesso la frattura è proprio relazionale: lutti, fragilità familiari, legami interrotti portano, a catena, a perdere anche le altre cose. Accompagnare significa non fermarsi alla prima richiesta di bisogno, ma andare oltre e stare vicini alle persone”.

Lavoro precario e povertà abitativa

Esistono persone che, pur lavorando, sono povere perché non riescono a permettersi una casa, una dieta alimentare completa e altri servizi essenziali. “Il tema dell’abitare è uno dei più grandi sul nostro territorio – ha spiegato Magnaschi – caratterizzato da una logistica spesso buona ma altrettanto spesso segnata da picchi stagionali, in cui occupa anche 20mila lavoratori, ma senza continuità. Quando acquistiamo un prodotto online e dopo 24 ore arriva a casa, la nostra comodità è scaricata sulle persone. A Castel San Giovanni ci sono persone che arrivano da altre città per un lavoro di quindici giorni, dormono in auto, e quando termina il lavoro scompaiono. È questo il territorio che vogliamo?”. Molte situazioni di vulnerabilità sono emerse grazie al progetto Energia in Comune: la Caritas ha aiutato famiglie a cambiare gestore dell’elettricità, scegliendone uno più conveniente, e anche a migliorare alcuni comportamenti scorretti. All’opposto, ci sono altre situazioni. “Anche chi vive al freddo perché non può permettersi di accendere il riscaldamento a sufficienza è in una situazione di vulnerabilità”, dice Magnaschi. Si può finire in povertà a causa del contesto in cui si vive, ma cadere è un rischio che possono correre tutti. “Se non ci preoccupiamo di costruire una rete di relazioni intorno a noi – ha concluso – quando avremo bisogno non ci sarà nessuno ad aiutarci. Abbiamo un forte bisogno di comunità”.

Carcere, una realtà profondamente cambiata

Brunello Buonocore, funzionario dell’Azienda servizi alla persona (Asp) Città di Piacenza, vanta una lunga esperienza socioeducativa. Nel corso del suo intervento ha portato alcuni aneddoti vissuti che testimoniano situazioni sfaccettate di povertà e marginalità, soprattutto all’interno del carcere. “Quando a Opera, un penitenziario che si trova ai margini della città di Milano e non in centro come San Vittore, fu organizzata un’iniziativa che consentiva ai familiari di passare una mezza giornata con i detenuti, per alcuni di questi fu una situazione ancora più drammatica perché una famiglia non ce l’avevano o erano stati abbandonati”, ha raccontato. Negli ultimi trent’anni la situazione carceraria è molto cambiata. Innanzitutto, ha spiegato Buonocore, non è più il “carcere degli italiani” perché “ci sono tantissimi stranieri, di diverse etnie, peraltro con enormi difficoltà comunicative sia tra loro che con chi si occupa di loro”. E poi per le dimensioni: a Piacenza, ha ricordato Buonocore, il carcere era di fronte al tribunale e aveva 150 posti. “Si trovava in centro città come monito per la popolazione: se fai qualcosa di sbagliato finisci là dentro. Poi fu spostato alle Novate, un’area prima bonificata, e la capienza diventò di 300 persone. Oggi siamo intorno ai 600 detenuti. Eppure, la popolazione di Piacenza non è cresciuta con la stessa proporzione. Facilmente la popolazione carceraria aumenterà ancora, visto che non si prendono voti con amnistie e indulti”.

Uscire dal carcere e cadere nel baratro

Per molti detenuti, l’uscita dal carcere per fine pena è un dramma. “Ci sono persone che non vogliono uscire perché spaventate da quello che andranno a fare. Molti non hanno nulla. Qualche volta mi è capitato di dare un passaggio a ex detenuti usciti dal carcere, che mi chiedevano in quale città si trovassero. Su 600 detenuti, 130 sono persone senza fissa dimora che corrono un grandissimo rischio di tornare in carcere, molti ci tornano nel giro di 24 ore dalla scarcerazione”. Il mondo fuori non è ancora pronto a non giudicare. “Molti ex detenuti vengono considerati come detenuti – denuncia Buonocore – per loro l’uscita del carcere è una porta che dà sul baratro”.

Francesco Petronzio

Pubblicato il 1 febbraio 2026

Nella foto, Buonocore, Nuvolati e Magnaschi.

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