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Arisi giornalista: il desiderio di raccontare con ironia e senza mettersi mai in cattedra

 

Una veduta di Sala Panini durante la conferenza in ricordo di Ferdinando Arisi copia

«Ho amato il professor Arisi: persona unica, irripetibile che rimanda ad un altro personaggio unico, Corrado Sforza Fogliani. Piacenza li ha persi e mancano tanto. Mi consola il pensiero - richiamando l’urne dei forti del poeta di Zante (le tombe dei grandi di cui parla il Foscolo nei Sepolcri come luoghi destinati a celebrare il passato da cui trarre stimoli per operare nel presente, ndr) - di considerarli tra i grandi uomini da cui prendere esempio». Con queste parole Carlo Giarelli, medico chirurgo e saggista, ha concluso il suo intervento alla “Giornata Arisi”, che da 11 anni la Banca di Piacenza promuove in ricordo del più grande critico d’arte che Piacenza abbia mai avuto. In Sala Panini del PalabancaEventi, davanti a un pubblico numeroso e in presenza delle figlie del Professore, il dott. Giarelli ed Emanuele Galba hanno raccontato il Ferdinando Arisi giornalista: da insuperabile divulgatore qual era, amava infatti scrivere articoli per i giornali, nei quali trattava argomenti a tutto campo e non solo in quello dell’arte.

Il prof. Giarelli ha dapprima ricordato alcuni aspetti biografici di Arisi meno conosciuti. Nato nel 1920 a San Polo, studiò al Collegio Alberoni («conserverà sempre la fede») per poi laurearsi, nel 1946, alla Cattolica di Milano in Lettere classiche, a cui seguì la frequentazione di un corso di perfezionamento in Storia dell’arte. «Aveva la vocazione - ha spiegato l’oratore - di trasferire agli altri il suo sapere». E forse non tutti sanno che dava lezioni private a Piacenza, in via Giordano Bruno. E che nel 1947 a San Polo, in un locale messo a disposizione dal parroco don Stefano Fumagalli, Arisi assecondò la richiesta di alcuni reduci di guerra di insegnare loro i rudimenti delle materie più importanti per poter arrivare al conseguimento del diploma (di scuola media inferiore, che ottennero poi all’Istituto Casali) «chiedendo solo ai suoi allievi di portare ognuno, in inverno, un pezzo di legna per la stufa». Il Professore - che aveva insegnato a Piacenza alle Medie inferiori e al Classico - ottenne in seguito la cattedra di Storia dell’Arte alla Cattolica di Brescia. «È stato - ha puntualizzato il dott. Giarelli - il più grande studioso d’arte a Piacenza e tra i maggiori a livello italiano e internazionale». Il relatore ha quindi sottolineato le doti umane di Arisi, la sua capacità di misurarsi con tutti. «Mai cattivo e mai polemico, usava socraticamente l’arte dell’ironia».

Venendo all’Arisi giornalista, il prof. Giarelli ne ha evidenziato le ottime qualità: «Desiderava raccontare ma senza mettersi mai in cattedra. Esprimeva le cose in modo semplice e nei suoi pezzi inseriva spesso qualche frase in dialetto mescolata ad alcune parole in un latino maccheronico. Era, anche quando proponeva articoli, spontaneo e ironico. Poteva scrivere su qualsiasi giornale, ma aveva scelto La Cronaca. Perché? Per due motivi: perché era un giornale libero e lui era un uomo libero e perché era amico di coloro che collaboravano con il quotidiano, a partire da Vito Neri, Ernesto Leone, Corrado Sforza Fogliani».

Il giornalista Emanuele Galba ha dal canto suo raccontato l’Arisi collaboratore de La Cronaca: «Spesso veniva in redazione di persona e portava i pezzi, scritti a macchina, non a una redattrice qualsiasi ma a Laura Bricchi, sua nipote, che si occupava proprio delle pagine culturali. Passava sempre a salutarmi e si dimostrava non solo collaboratore, ma attento lettore del giornale, segnalandomi magari qualche errore nel quale eravamo incorsi e dandomi preziosi spunti anche a livello di argomenti da trattare». Al centro del suo intervento Galba (dell’Ufficio Relazioni esterne della Banca) ha citato alcuni articoli per esemplificare come non scrivesse solo d’arte, dimostrando in molte occasioni il piglio del cronista (frequenti le notizie in esclusiva di quadri di artisti piacentini - Panini soprattutto e Boselli - battuti in famose case d’aste, Sotheby’s piuttosto che Semenzato, a cifre importanti) e il gusto per le curiosità (per esempio, la griffe della “Robe di Kappa” che ricorda un quadro di Giacobbi o l’errore nell’atto di battesimo di Panini scritto con due enne, Pannini). Intervento che si è aperto con la lettura di uno splendido articolo scritto da Vito Neri su La Cronaca del 14 novembre 2010 (“La fratellanza è senza età”) in occasione dei 90 anni di Arisi, festeggiati dalla Banca a Palazzo Galli, dove si parla dell’“attitudine affabulatoria” del Professore “meglio ancora narrativa, ironica e persuasiva, con tutte le parole al posto giusto per dire le cose giuste, la semplicità del cuore, la franchezza dell’animo, la dotta semplicità della scrittura”. E intervento che si è chiuso ricorrendo ancora a Vito Neri: nella “quasi prefazione” (così l’aveva chiamata) del libro che aveva iniziato a scrivere pochi giorni prima di morire dedicato alle “Tre meraviglie di Piacenza e altri frammenti” («quasi una premonizione - ha osservato Galba - rispetto alla mostra immersiva che sta nascendo in queste ore, Icônes, PalabancaEventi dal 15 giugno al 7 luglio, con due tesori piacentini che corrispondevano alle scelte di Neri e Arisi, l’Ecce Homo e il Tondo di Botticelli, allora la Signora di Klimt non era ancora stata ritrovata») si racconta di un incontro in casa del critico d’arte dove Ferdinando capì che Vito aveva in testa un libro. Neri confermò chiedendogli se lo aiutava. “Fu prontissimo e generoso come sempre - si legge nel testo citato -: «Lo facciamo insieme» e mi diede una gran manata sulla schiena. I suoi 92 anni ce lo hanno portato via. Lui che sembrava eterno e ci aveva insegnato che la fratellanza non ha età”.

La serata si era aperta con una poesia in dialetto scritta da Ernestino Colombani, che l’ha ritrovata per caso proprio in questi giorni, in occasione dell’82° compleanno di Arisi. Parsunagg’ ad cà nossa. A tutti i partecipanti è stato consegnato il volume edito dalla Banca nel 2016 e curato da Mariaclara Strinati “Ferdinando Arisi – Una vita per raccontare”, ampia raccolta di articoli del Professore.

Nella foto, la Sala Panini durante la conferenza a ricordo di Ferdinando Arisi.

Pubblicato il 12 giugno 2024

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

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    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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